Loghi Istituzionali Comune di Roma Ministeri per i Beni e le Attività Culturali Casa delle Letterature

GLI ANNI DELLA DOLCE VITA

Inedito

20 MAGGIO LA DOLCE VITA - Inutilità riconquistate e frammenti necessari. Formidabili questi anni... parole e immagini intorno a Ennio Flaiano

Legge: Raffaele La Capria

Degli anni della "Dolce Vita", a voi che non li avete vissuti io parlerò in prima persona, perché io li ho vissuti, e cinquanta anni fa - mezzo secolo fa - ero un giovane ambizioso e di belle speranze. Volevo diventare uno scrittore ed essere indipendente.
Arrivato a Roma da Napoli trovai fortunatamente un posto che faceva per me ai programmi culturali delle Rai. Così conobbi quasi tutti gli scrittori sul campo perché la Rai offriva collaborazioni e toccava a me leggere i loro testi e mandarli in onda. Roma mi sembrò subito familiare. Alla Rai c'era il mio più caro amico, Peppino Patroni Griffi, anche lui arrivato da Napoli con Francesco Rosi e Antonio Ghirelli. Peppino era noto nell'ambiente teatrale, conosceva attori, registi, scenografi tutta gente molto vivace, e conosceva Luchino Visconti che allora era un punto di riferimento culturale e mondano oltre che un grande regista, e aveva una sua corte, proprio come un signore del Rinascimento. La rivalità artistica tra lui e Strehler aveva rianimato la vita teatrale a Roma, ma anche il cinema celebrava i suoi fasti e i nomi di Rossellini, De Sica, Zavattini, e i loro film, erano famosi in tutto il mondo. Roma era il centro di tutto questo e viveva allora una sua felice "belle epoque" che coincideva con la mia giovinezza e con la mia voglia di vivere e di affermarmi.
Com'era diversa la vita allora! Ci si dava appuntamento dopo la mezzanotte, all'una alle due, come fosse un orario normale. A quell'ora a Via Veneto c'era un viavai di gente di tutti i tipi, un fiume scintillante che scorreva tra i tavoli dove sedevano i più noti attori del cinema, artisti, produttori, dive e divette, perché la dolce vita di Roma, che non era ancora il film di Fellini, attirava tutti. C'era a Roma una "bella confusione" allora, e "La bella confusione" era il titolo che Fellini aveva pensato prima de "La dolce vita". C'era una bella confusione intorno ai tavoli dei caffè Rosati e Canova dove attori, registi, architetti, scenografi, pittori, scrittori, politici si scambiavano opinioni, non come oggi che gli scrittori stanno con gli scrittori, i pittori con i pittori, e la bella confusione non rende vivace la conversazione. Ercole Patti e Sandro De Feo erano i numi tutelari del Caffè Rosati a Piazza del Popolo, che presidiavano fin quasi all'alba. Soldati strillava polemizzando con il serafico Bassani e il pacifico Bertolucci al ristorante "Le Colline Emiliane" in attesa che fosse servito a tavola il "giambonetto", specialità del posto. Elsa Morante era seguita dal suo corteo di giovani, ammiratori di "Menzogna e Sortilegio" il suo romanzo più bello. Moravia che dopo "Gli indifferenti" aveva celebrato Roma nei "Racconti romani" ne "La Romana" e ne "La Ciociara" usciva ogni sera con Pasolini che stava scrivendo "Ragazzi di vita" in un italiano con forti intonazioni romanesche, Enzo Siciliano, autore dei "Racconti ambigui", era il loro amico inseparabile. In quelle sere Laura Betti cantava a tempo di rock la canzone che Soldati aveva scritto per Roma: I hate Barocco / I hate Scirocco / I haaate Rome!... La cantava in uno di quei teatrini che avevano fatto la fortuna de "I Gobbi", la compagnia di Franca Valeri e Vittorio Caprioli, Salce e Bonucci, che si esibivano con successo anche a Parigi, e mentre in uno di questi teatrini off si rappersentava "En attendant Godot", nei grandi teatri romani furoreggiavano i grandi personaggi "eroici" di Vittorio Gassman che con la sua sonora voce neo-classicheggiante dava vita a Tieste, a Kean, ad Otello. Il salotto Bellonci si destava all'avvicinarsi della primavera e portava il solito brusio di chiacchiere, pettegolezzi e previsioni. Ne feci diretta esperienza nel '61 quando per un punto vinsi col mio romanzo "Ferito a morte" il Premio Strega, e tutti dopo incontrandomi per la strada mi dicevano: Se non ti avessi dato il mio voto non avresti vinto! Il voto che più mi fece piacere fu quello che mi dette Goffredo Parise che da allora divenne per me uno degli amici più cari. Stava scrivendo i suoi "Sillabari" e quando aveva scritto un racconto che gli pareva particolarmente riuscito, la sera incontrandomi mi manifestava il suo buonumore nei modi più divertenti. Come era sottile la sua affettuosa presa in giro delle ubbie di Gadda! Gadda allora lavorava alla televisione, aveva una stanza allo stesso piano dove c'ero io, e con me Siciliano, Golino e Romanò. Gadda si comportava con l'inappuntabilità di un solerte impiegato (e come tale era trattato!), lui che stava per pubblicare "La cognizione del dolore". Non ho parlato degli allora giovani emergenti Arbasino, Malerba, Manganelli e del critico Guglielmi, del poeta Pagliarani, del solitario non ancora celebre Delfini poi celebrato dal grande Cesare Garboli, di Giovanni Urbani, allievo di Brandi e poi direttore dell'Istituto del Restauro, su cui ho scritto un racconto intitolato "un amore negli anni della Dolce Vita", e di tanti altri che la sera si incontravano da "Cesaretto", a via della Croce, una trattoria diventata quasi un centro culturale, frequentato anche da Flaiano, Giovanni Russo, Maccari, da Totò Bruno e da qualche graziosa accompagnatrice. Che animazione la sera da Cesaretto! Ognuno sedeva accanto a chi voleva, conversava con chi voleva, e tra i tavoli circolava come un elisir la felicità di incontrarsi, di stare insieme, io così ricordo Cesaretto e quelle serate.
E come erano eccitanti le letture che si facevano in quegli anni! Erano arrivati i saggisti francesi con lo strutturalismo, la microstoria, la critica semantica, la critica stilistica, e presto diventarono una moda culturale. Parole come la sineddoche e la metonimia facevano tanto arrabbiare De Feo che trovava questo tipo di linguaggio specialistico insopportabile, soprattutto quando veniva adottato con disinvoltura nella conversazione dagli sprovveduti. Si scontravano in quel tempo avanguardisti e moraviani, pittori astrattisti e figurativi, qualcuno si azzardava a proporre Lacan, altri si riferivano a Foucault, ma i saggi del nostro Chiaromonte e quelli di Debenedetti erano per i più avvertiti un punto fermo imprescindibile. Arbasino con le "Sessanta posizioni" aveva fatto la sua "gita a Chiasso" ma per me la rivelazione fu il suo libro "Le piccole vacanze". Un altro suo libro "Grazie per le magnifiche rose" fece scalpore perché osava criticare il teatro di Visconti e la recitazione della prima attrice Rina Morelli. Apriti cielo! Sacrilegio! Polemiche, feroci invettive, pettegolezzi, quella sì era vita culturale! E com'era divertente!
E a proposito del teatro, che successo fu nel cuore di quegli anni la commedia "D'amore si muore" del mio amico Peppino Patroni Griffi, scritta per la "Compagnia dei giovani", di Giorgio De Lullo e Romolo Valli. E visto che sto parlando del successo di un amico, mettiamoci pure il film di Franco Rosi "Mani sulla città", il cui soggetto avevamo scritto insieme, e che vinse il Leone d'oro a Venezia. Sul giornale Il mondo apparve una pagina intera con la fotografia mia e di Franco e un titolone che alludeva a noi come "I Giovani Leoni". Chi lo avrebbe immaginato quando partimmo da Napoli poveri e pieni di belle speranze! E a proposito di leoni non posso dimenticare la mia prima sceneggiatura, fatta con Vittorio Caprioli, del film "Leoni al sole". Mentre sceneggiavamo tra una risata e una battuta pensavo, che bellezza, sto lavorando, mi diverto con Vittorio, e mi pagano pure!
Scrivere sceneggiature era una delle attività più ambite perché più remunerative, da un momento all'altro ti sentivi ricco, e anche se la ricchezza durava soltanto qualche mese, potevi comprarti per esempio una spider e andartene al mare con la tua ragazza spensieratamente almeno per un'estate. E così capitò anche a me qualche volta. Moravia, Brancati, Flaiano, scrivevano sceneggiature, e tra tutti Flaiano, che sceneggiò "La dolce vita" con Fellini, era il più richiesto.
Quando si parla di quegli anni il nome di Flaiano diventa emblematico, Flaiano e la dolce vita vanno sempre messi insieme, eppure tanto dolce la vita di Flaiano non fu a causa del dolore che si portava dentro per la malattia della sua unica figlia. Era un uomo dotato di un'ironia straordinaria che copriva una tristezza di fondo e il suo humour era spesso un umor nero. Le sue battute lo hanno reso celebre, perché lui è insieme con Leo Longanesi uno dei pochi scrittori la cui fama oltre che alle opere è affidata alle parole che pronunciò, in questo simile a un novello Socrate. I detti che improvvisava godevano di un passe-parole generale, venivano ripetuti e commentati e trovavano un immediato consenso perché ognuno in quanto italiano vi si riconosceva, e ognuno poteva ammirarne la concisione e la lampeggiante verità che contenevano. Se Leo Longanesi, suo predecessore, diceva: "tutto quello che non so l'ho imparato a scuola", oppure diceva di qualcuno troppo a sinistra: "E' un estremista per prudenza", non meno caustiche erano le battute di Flaiano, pronunciate in un'epoca e in un'atmosfera diversa, quella appunto de "La dolce vita". Flaiano aveva una capacità di osservazione dei fatti di costume e dei loro risvolti grotteschi, contratti ora visionari ora paradossali, spiazzanti, che diventavano battute leggendarie metafore assolute e sintetiche del carattere italiano che Leopardi aveva individuato e lui aveva dopo, genialmente rifuso e rimesse a nuovo. Erano battute sferzanti, che aprivano fulminei spiragli conoscitivi sui vizi e le non sempre nobili inclinazioni del nostro popolo, e nel fustigarli Flaiano era un inflessibile moralista, sotto la scorza della leggerezza. E vale la pena di citarne qualcuna che si adatta bene al presente stato delle cose. Diceva, e potremmo ben dirlo anche oggi: "La situazione è grave ma non è seria". Oppure diceva, con lungimiranza: "In Italia i fascisti si dividono in due categorie, i fascisti veri e propri e gli antifascisti". E diceva ancora, a proposito del disordine delle nostre città: "L'Italia è il paese dove sono accampati gli italiani". E a proposito della satira è stato preveggente, diceva infatti: " Non ci può essere satira là dove la satira è superata dalle realtà". E sulla lentezza burocratica dei pubblici uffici diceva: "In Italia la linea più breve tra due punti non è la retta, è l'arabesco". Infine sui privilegi di una classe radical chic che si definiva comunista, avendo in quel momento di mira Visconti recitava: "Scusi, lei è iscritto al partito comunista?Non posso, sa, io non ho i mezzi". Non vi sembra che queste battute siano per così dire "eterne"? Non vi sembra che siano sempre riferibili in modo pertinente alla situazione italiana di sempre? E non si sente subito che da queste battute è nato il filone della Commedia all'Italiana di Risi, di Monicelli, di Comencini?
Apprezzare questo lato della creatività di Flaiano non significa, come qualcuno ha detto, diminuire il valore delle sue opere scritte. Il suo primo romanzo "Tempo di uccidere" era una critica feroce e anticipatrice del colonialismo italiano al tempo dell'Impero, e altrettanto importanti sono le sue opere aforistiche, diaristiche, e narrative, come "Diario notturno", "Blu di Prussia", "La solitudine del Satiro" e soprattutto il celebre "Marziano a Roma", un apologo che della " dolce vita" romana di quegli anni dà una sintesi paradossale e indimenticabile. A proposito del "Marziano a Roma" ho anche un ricordo personale perché assistei alla prima a Milano della commedia che Flaiano ne aveva tratta. I due protagonisti erano Vittorio Gassmann e mia moglie Ilaria Occhini, e mai ho visto crollare una prima tra urli insulti e fischi come quella volta. Ci fu in sala come una levata di scudi di una Milano laboriosa e leghista ante litteram contro la Roma dissoluta e ladrona che il pubblico di quella sera aveva visto nella innocente commedia di Flaiano. Flaiano si consolò con un'altra battuta dicendo di sé in quella occasione: "L'insuccesso gli ha dato alla testa".
Il film "La dolce vita", la Fontana di Trevi, Anita Eckberg che vi si bagna con Mastroianni sono diventati ormai un'icona di quel tempo. Come ho detto il film di Fellini avrebbe dovuto intitolarsi "La bella confusione" e in effetti una bella confusione era entrata nella nostra vita e nella nostra immaginazione, era entrata nei libri che stavamo scrivendo ed era diventata la nostra "filosofia della composizione", "il disordine prestabilito" dei libri di Gadda, di Arbasino, di Manganelli, e se permettete anche del mio "Ferito a morte". Fu quella bella confusione un segnale che dette il via a un desiderio di rinnovamento e di avventura perché ci parve di poter strappare in mille pezzi il triste manoscritto della vita precedente per ricomporlo poi in una nuova forma più vicina ai desideri del cuore.
Ma presto la bella confusione rivelò la sottile angoscia che nascostamente la pervadeva e che del resto era già in "Otto e mezzo" di Fellini e in molti film di Antonioni, la bella confusione si trasformò in alienazione e l'alienazione in ideologia. Brevi furono gli anni felici della Dolce vita e breve la mia giovinezza che li attraversò.

Degli anni della "Dolce Vita", a voi che non li avete vissuti io parlerò in prima persona, perché io li ho vissuti, e cinquanta anni fa - mezzo secolo fa - ero un giovane ambizioso e di belle speranze. Volevo diventare uno scrittore ed essere indipendente.
Arrivato a Roma da Napoli trovai fortunatamente un posto che faceva per me ai programmi culturali delle Rai. Così conobbi quasi tutti gli scrittori sul campo perché la Rai offriva collaborazioni e toccava a me leggere i loro testi e mandarli in onda. Roma mi sembrò subito familiare. Alla Rai c'era il mio più caro amico, Peppino Patroni Griffi, anche lui arrivato da Napoli con Francesco Rosi e Antonio Ghirelli. Peppino era noto nell'ambiente teatrale, conosceva attori, registi, scenografi tutta gente molto vivace, e conosceva Luchino Visconti che allora era un punto di riferimento culturale e mondano oltre che un grande regista, e aveva una sua corte, proprio come un signore del Rinascimento. La rivalità artistica tra lui e Strehler aveva rianimato la vita teatrale a Roma, ma anche il cinema celebrava i suoi fasti e i nomi di Rossellini, De Sica, Zavattini, e i loro film, erano famosi in tutto il mondo. Roma era il centro di tutto questo e viveva allora una sua felice "belle epoque" che coincideva con la mia giovinezza e con la mia voglia di vivere e di affermarmi.
Com'era diversa la vita allora! Ci si dava appuntamento dopo la mezzanotte, all'una alle due, come fosse un orario normale. A quell'ora a Via Veneto c'era un viavai di gente di tutti i tipi, un fiume scintillante che scorreva tra i tavoli dove sedevano i più noti attori del cinema, artisti, produttori, dive e divette, perché la dolce vita di Roma, che non era ancora il film di Fellini, attirava tutti. C'era a Roma una "bella confusione" allora, e "La bella confusione" era il titolo che Fellini aveva pensato prima de "La dolce vita". C'era una bella confusione intorno ai tavoli dei caffè Rosati e Canova dove attori, registi, architetti, scenografi, pittori, scrittori, politici si scambiavano opinioni, non come oggi che gli scrittori stanno con gli scrittori, i pittori con i pittori, e la bella confusione non rende vivace la conversazione. Ercole Patti e Sandro De Feo erano i numi tutelari del Caffè Rosati a Piazza del Popolo, che presidiavano fin quasi all'alba. Soldati strillava polemizzando con il serafico Bassani e il pacifico Bertolucci al ristorante "Le Colline Emiliane" in attesa che fosse servito a tavola il "giambonetto", specialità del posto. Elsa Morante era seguita dal suo corteo di giovani, ammiratori di "Menzogna e Sortilegio" il suo romanzo più bello. Moravia che dopo "Gli indifferenti" aveva celebrato Roma nei "Racconti romani" ne "La Romana" e ne "La Ciociara" usciva ogni sera con Pasolini che stava scrivendo "Ragazzi di vita" in un italiano con forti intonazioni romanesche, Enzo Siciliano, autore dei "Racconti ambigui", era il loro amico inseparabile. In quelle sere Laura Betti cantava a tempo di rock la canzone che Soldati aveva scritto per Roma: I hate Barocco / I hate Scirocco / I haaate Rome!... La cantava in uno di quei teatrini che avevano fatto la fortuna de "I Gobbi", la compagnia di Franca Valeri e Vittorio Caprioli, Salce e Bonucci, che si esibivano con successo anche a Parigi, e mentre in uno di questi teatrini off si rappersentava "En attendant Godot", nei grandi teatri romani furoreggiavano i grandi personaggi "eroici" di Vittorio Gassman che con la sua sonora voce neo-classicheggiante dava vita a Tieste, a Kean, ad Otello. Il salotto Bellonci si destava all'avvicinarsi della primavera e portava il solito brusio di chiacchiere, pettegolezzi e previsioni. Ne feci diretta esperienza nel '61 quando per un punto vinsi col mio romanzo "Ferito a morte" il Premio Strega, e tutti dopo incontrandomi per la strada mi dicevano: Se non ti avessi dato il mio voto non avresti vinto! Il voto che più mi fece piacere fu quello che mi dette Goffredo Parise che da allora divenne per me uno degli amici più cari. Stava scrivendo i suoi "Sillabari" e quando aveva scritto un racconto che gli pareva particolarmente riuscito, la sera incontrandomi mi manifestava il suo buonumore nei modi più divertenti. Come era sottile la sua affettuosa presa in giro delle ubbie di Gadda! Gadda allora lavorava alla televisione, aveva una stanza allo stesso piano dove c'ero io, e con me Siciliano, Golino e Romanò. Gadda si comportava con l'inappuntabilità di un solerte impiegato (e come tale era trattato!), lui che stava per pubblicare "La cognizione del dolore". Non ho parlato degli allora giovani emergenti Arbasino, Malerba, Manganelli e del critico Guglielmi, del poeta Pagliarani, del solitario non ancora celebre Delfini poi celebrato dal grande Cesare Garboli, di Giovanni Urbani, allievo di Brandi e poi direttore dell'Istituto del Restauro, su cui ho scritto un racconto intitolato "un amore negli anni della Dolce Vita", e di tanti altri che la sera si incontravano da "Cesaretto", a via della Croce, una trattoria diventata quasi un centro culturale, frequentato anche da Flaiano, Giovanni Russo, Maccari, da Totò Bruno e da qualche graziosa accompagnatrice. Che animazione la sera da Cesaretto! Ognuno sedeva accanto a chi voleva, conversava con chi voleva, e tra i tavoli circolava come un elisir la felicità di incontrarsi, di stare insieme, io così ricordo Cesaretto e quelle serate.
E come erano eccitanti le letture che si facevano in quegli anni! Erano arrivati i saggisti francesi con lo strutturalismo, la microstoria, la critica semantica, la critica stilistica, e presto diventarono una moda culturale. Parole come la sineddoche e la metonimia facevano tanto arrabbiare De Feo che trovava questo tipo di linguaggio specialistico insopportabile, soprattutto quando veniva adottato con disinvoltura nella conversazione dagli sprovveduti. Si scontravano in quel tempo avanguardisti e moraviani, pittori astrattisti e figurativi, qualcuno si azzardava a proporre Lacan, altri si riferivano a Foucault, ma i saggi del nostro Chiaromonte e quelli di Debenedetti erano per i più avvertiti un punto fermo imprescindibile. Arbasino con le "Sessanta posizioni" aveva fatto la sua "gita a Chiasso" ma per me la rivelazione fu il suo libro "Le piccole vacanze". Un altro suo libro "Grazie per le magnifiche rose" fece scalpore perché osava criticare il teatro di Visconti e la recitazione della prima attrice Rina Morelli. Apriti cielo! Sacrilegio! Polemiche, feroci invettive, pettegolezzi, quella sì era vita culturale! E com'era divertente!
E a proposito del teatro, che successo fu nel cuore di quegli anni la commedia "D'amore si muore" del mio amico Peppino Patroni Griffi, scritta per la "Compagnia dei giovani", di Giorgio De Lullo e Romolo Valli. E visto che sto parlando del successo di un amico, mettiamoci pure il film di Franco Rosi "Mani sulla città", il cui soggetto avevamo scritto insieme, e che vinse il Leone d'oro a Venezia. Sul giornale Il mondo apparve una pagina intera con la fotografia mia e di Franco e un titolone che alludeva a noi come "I Giovani Leoni". Chi lo avrebbe immaginato quando partimmo da Napoli poveri e pieni di belle speranze! E a proposito di leoni non posso dimenticare la mia prima sceneggiatura, fatta con Vittorio Caprioli, del film "Leoni al sole". Mentre sceneggiavamo tra una risata e una battuta pensavo, che bellezza, sto lavorando, mi diverto con Vittorio, e mi pagano pure!
Scrivere sceneggiature era una delle attività più ambite perché più remunerative, da un momento all'altro ti sentivi ricco, e anche se la ricchezza durava soltanto qualche mese, potevi comprarti per esempio una spider e andartene al mare con la tua ragazza spensieratamente almeno per un'estate. E così capitò anche a me qualche volta. Moravia, Brancati, Flaiano, scrivevano sceneggiature, e tra tutti Flaiano, che sceneggiò "La dolce vita" con Fellini, era il più richiesto.
Quando si parla di quegli anni il nome di Flaiano diventa emblematico, Flaiano e la dolce vita vanno sempre messi insieme, eppure tanto dolce la vita di Flaiano non fu a causa del dolore che si portava dentro per la malattia della sua unica figlia. Era un uomo dotato di un'ironia straordinaria che copriva una tristezza di fondo e il suo humour era spesso un umor nero. Le sue battute lo hanno reso celebre, perché lui è insieme con Leo Longanesi uno dei pochi scrittori la cui fama oltre che alle opere è affidata alle parole che pronunciò, in questo simile a un novello Socrate. I detti che improvvisava godevano di un passe-parole generale, venivano ripetuti e commentati e trovavano un immediato consenso perché ognuno in quanto italiano vi si riconosceva, e ognuno poteva ammirarne la concisione e la lampeggiante verità che contenevano. Se Leo Longanesi, suo predecessore, diceva: "tutto quello che non so l'ho imparato a scuola", oppure diceva di qualcuno troppo a sinistra: "E' un estremista per prudenza", non meno caustiche erano le battute di Flaiano, pronunciate in un'epoca e in un'atmosfera diversa, quella appunto de "La dolce vita". Flaiano aveva una capacità di osservazione dei fatti di costume e dei loro risvolti grotteschi, contratti ora visionari ora paradossali, spiazzanti, che diventavano battute leggendarie metafore assolute e sintetiche del carattere italiano che Leopardi aveva individuato e lui aveva dopo, genialmente rifuso e rimesse a nuovo. Erano battute sferzanti, che aprivano fulminei spiragli conoscitivi sui vizi e le non sempre nobili inclinazioni del nostro popolo, e nel fustigarli Flaiano era un inflessibile moralista, sotto la scorza della leggerezza. E vale la pena di citarne qualcuna che si adatta bene al presente stato delle cose. Diceva, e potremmo ben dirlo anche oggi: "La situazione è grave ma non è seria". Oppure diceva, con lungimiranza: "In Italia i fascisti si dividono in due categorie, i fascisti veri e propri e gli antifascisti". E diceva ancora, a proposito del disordine delle nostre città: "L'Italia è il paese dove sono accampati gli italiani". E a proposito della satira è stato preveggente, diceva infatti: " Non ci può essere satira là dove la satira è superata dalle realtà". E sulla lentezza burocratica dei pubblici uffici diceva: "In Italia la linea più breve tra due punti non è la retta, è l'arabesco". Infine sui privilegi di una classe radical chic che si definiva comunista, avendo in quel momento di mira Visconti recitava: "Scusi, lei è iscritto al partito comunista?Non posso, sa, io non ho i mezzi". Non vi sembra che queste battute siano per così dire "eterne"? Non vi sembra che siano sempre riferibili in modo pertinente alla situazione italiana di sempre? E non si sente subito che da queste battute è nato il filone della Commedia all'Italiana di Risi, di Monicelli, di Comencini?
Apprezzare questo lato della creatività di Flaiano non significa, come qualcuno ha detto, diminuire il valore delle sue opere scritte. Il suo primo romanzo "Tempo di uccidere" era una critica feroce e anticipatrice del colonialismo italiano al tempo dell'Impero, e altrettanto importanti sono le sue opere aforistiche, diaristiche, e narrative, come "Diario notturno", "Blu di Prussia", "La solitudine del Satiro" e soprattutto il celebre "Marziano a Roma", un apologo che della " dolce vita" romana di quegli anni dà una sintesi paradossale e indimenticabile. A proposito del "Marziano a Roma" ho anche un ricordo personale perché assistei alla prima a Milano della commedia che Flaiano ne aveva tratta. I due protagonisti erano Vittorio Gassmann e mia moglie Ilaria Occhini, e mai ho visto crollare una prima tra urli insulti e fischi come quella volta. Ci fu in sala come una levata di scudi di una Milano laboriosa e leghista ante litteram contro la Roma dissoluta e ladrona che il pubblico di quella sera aveva visto nella innocente commedia di Flaiano. Flaiano si consolò con un'altra battuta dicendo di sé in quella occasione: "L'insuccesso gli ha dato alla testa".
Il film "La dolce vita", la Fontana di Trevi, Anita Eckberg che vi si bagna con Mastroianni sono diventati ormai un'icona di quel tempo. Come ho detto il film di Fellini avrebbe dovuto intitolarsi "La bella confusione" e in effetti una bella confusione era entrata nella nostra vita e nella nostra immaginazione, era entrata nei libri che stavamo scrivendo ed era diventata la nostra "filosofia della composizione", "il disordine prestabilito" dei libri di Gadda, di Arbasino, di Manganelli, e se permettete anche del mio "Ferito a morte". Fu quella bella confusione un segnale che dette il via a un desiderio di rinnovamento e di avventura perché ci parve di poter strappare in mille pezzi il triste manoscritto della vita precedente per ricomporlo poi in una nuova forma più vicina ai desideri del cuore.
Ma presto la bella confusione rivelò la sottile angoscia che nascostamente la pervadeva e che del resto era già in "Otto e mezzo" di Fellini e in molti film di Antonioni, la bella confusione si trasformò in alienazione e l'alienazione in ideologia. Brevi furono gli anni felici della Dolce vita e breve la mia giovinezza che li attraversò.

partners Mercedes-Benz Roma Zetema BNL Unicredit Banca di Roma Monte dei Paschi di Siena