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E' AMARA A VOLTE LA DOLCEZZA

Inedito

20 MAGGIO LA DOLCE VITA - Inutilità riconquistate e frammenti necessari. Formidabili questi anni... parole e immagini intorno a Ennio Flaiano

Legge: Filippo Timi

Infanzia
Mia nonna Maria abitava a Ramazzano Le Pulci, dopo Bosco, prima di Casa del Diavolo, e ogni domenica pomeriggio dopo essere stati al cimitero a portare i fiori al nonno, io e i miei genitori andavamo a trovare anche la nonna, e ogni domenica pomeriggio mi terrorizzavo.
La nonna non era cattiva, anzi, era pacioccona, più larga che alta, i capelli bianchi che sotto il sole diventavano celesti mi facevano ridere, era Punk senza saperlo, e con quella andatura zoppicante sembrava sempre che da un momento all'altro sarebbe caduta col culo per terra, e ogni volta che mi dava un bacio la barba che c'aveva sul mento mi pizzicava la faccia, ma non le si poteva dire niente, non è educato dire alla nonna, tagliati la barba.
I dolci t' fann'i denti marci cocchino, mi ripeteva sempre, Guarda...
Che terrore la sua bocca spalancata davanti alla mia faccia.
Una grotta profonda e nera piena di spunzoni scheggiati, e un vento caldo come una sera d'estate le usciva da dentro.
Non voleva che mangiassi i cioccolatini, perché se li voleva pappare tutti lei.
Per anni non sono riuscito a mangiare una caramella, ogni volta che me la offrivano, anche quelle benedette che mi dava Don Marino quando per la pasqua veniva a benedire casa, appena le prendevo in mano, mi appariva davanti agli occhi la bocca marcia di mia nonna. M'immaginavo lo zucchero che sciogliendosi andava a incrostare lo smalto bianco dei denti, come un acido corrosivo, che li per li è dolce, ti piace, ma devi diffidare di quella dolcezza, perché dietro la maschera del piacere si nasconde sempre la distruzione. Come Luca, il bambino più bello della mia classe, biondo con gli occhi azzurri... sembrava un angelo, ma sotto sotto era il più bastardo della scuola.
Lo amavo, perdutamente, volevo essere lui, coi capelli lisci, lui, con le ciglia lunghe, e la cattiveria nelle vene, lui... Il giorno del mio settimo compleanno, si presentò a casa mia con una grossa scatola di Rossane.Restai senza parole. Non dici grazie? Mi rimproverò mia mamma.
Ma la mia bocca era paralizzata, scoppiai a piangere scappando a chiudermi in bagno.
Per un mese ho sognato sopra quelle Rossane, le ho guardate fino a impararle a memoria.
La loro carta rossa semitrasparente, con i ghirigori d'oro, mi facevano pensare alle majorette che durante il Settembre Ponteggiano sfilavano per il paese, coi bastoni ruotanti e la gonna con lo struzzo, gli stivali bianchi pieni di bottoncini, le calze a rete, e la banda al seguito.
Com'erano belle le majorette.
Accarezzavo quelle Rossane cercando di immaginarne il gusto... avevo il terrore di prenderne una e scartarla... ma forse... se ne assaggio una... solo una...
Prendo coraggio, afferro una Rossana, chiudo gli occhi... e dritta in bocca.
Non le do neppure il tempo di entrare che subito la mordo. Pezzettini di caramello in frantumi invadono il mio palato mentre le papille gustative s'incendiano, schegge di zucchero s'infilzano dolciastre sulla lingua, come una tempesta improvvisa la dolce crema sinuosa cola e m'impiastriccia di piacere la bocca...
Lo zucchero farà anche male, ma Dio mio, che estasi, adesso capisco mia nonna, che seppure aveva il diabete, seppur avesse la bocca marcia, non avrebbe mai rinunciato a quest'invasione di dolcezza...

La dolcezza nasconde sempre una coda di veleno, ma sfiora ogni sentimento, ogni situazione, ogni peggiore intenzione, ogni vita, ogni squallore, ogni abiezione, ogni frivolezza...
Ed è proprio in certe frivolezze e squallori umani che la dolcezza della vita si esprime al suo meglio.
E la dolcezza, come lo zucchero, è una droga, e fa presto a diventare vizio, come il peccato.
Quant'è amara certe volte la dolcezza.

Ma nessuna caramella sarà mai così dolce, quanto quella proibita.
Fu la lotta e il segreto di quell'amore infantile a rendermi così dolce la mia Rossana, a infiammare il suo banale sapore zuccherino...


Ed ora eccomi, in una delle mie tante e sudate notti Romane, abbandonato alla dolcezza dei miei frivoli peccati.
Monumenti e puttane,
ruderi d'impero e mignotte,
politici nani portati al guinzaglio dal potere e barzellette sporche,
preti all'ultima moda, funamboli di virtù incongruenti
e Subrette amanti di...
Con ancora il calcio in culo stampato sulle chiappe in prima serata,
Roma si abbandona alla sua decadence, che carrozzone.
Si dice che sotto Roma ci siano più di 16 milioni di sorci, ma se contassimo anche quelli che vivono alla luce del sole, arriveremmo a cifre ben più sconvolgenti.
Chi è quella?
Avevo chiesto all'amichetto di Francesco.
Chi? Aveva cinguettato lui.
Quella con la faccia rifatta che sembra un gattino.
Tesoro, dopo il bisturi sono tutte uguali, schecca lui, chiedo a Franci.
Franci? Chi è quella laggiù?
Chi?
Quella vestita di rosso.
Ma quel vestito è verde.
Verde rosso, è uguale.
Ma sei Daltonico?
Si, sono un culattone daltonico e allora?
Daltonico ma con un gusto impeccabile, cerca di ammorbidirlo Francesco, e comunque quella credo sia la cuginetta di Lucianone.
Cugintetta?
Si, mi sorride Francesco, non c'è cosa più divina...
Che scoparsi un travestito, aggiunge l'altro, quella è max.
E' vero è proprio Max.
Max?

In arte Milly Higu.
Milly Higu?
Milly perché da bambino faceva pattinaggio artistico come la Carlucci...
E Higu sta per cosa?
Per Higuana.
Milly Higu, ripeto tra me e me. Ma la smetti di fare il pappagallo, come sei provinciale, non mi dire che non hai mai visto un travestito in vita tua.
Si, ma quello è davvero... donna.
Donna con la sorpresa, c'ha un pisellone che se lo vedi svieni.
Dici?
Tesoro, guarda com'è vestita? Avrà addosso minimo minimo quarantamila euro tra gioielli, extetion e tutto il resto, una conciata in quel modo è almeno almeno venticinque centimetri.
Hai capito Lucianone.
Un cameriere mi passa accanto, prendo un'altra coppa di Champagne, sono abbastanza ubriaco da permettermi una figura di merda, ma non si sa mai, meglio bere un altro goccio.
Lascio i miei due amici e vado incontro al mio rebus.

E' davvero bellissima, i capelli castani le cadono sulle spalle, un sedere rotondo e morbido, ha gli occhi verdi, e un sorriso dolce...


Ciao, le dico.
Max, alias Milly Higu, lentamente volta la testa, mi guarda, da un tiro di sigaretta, e fissando il rossetto rimasto sul filtro mi chiede: Sei ubriaco?
Si, ammetto, Posso farti una domanda?
No, mi risponde secca lei.
Ha una voce bassa e vellutata.
Dov'è che lo tieni nascosto?
Milly sorride, Cosa, l'accendino?
Sorrido anch'io, No...
E tu? Mi chiede Milly.
Cosa?
Dov'è che lo tieni nascosto?

Schiude la bocca e con la lingua si accarezza i denti, senza esagerazione, lo fa con una tale spontaneità che mi disorienta, vuole che le guardi la bocca, e io non riesco a resistere.
Devo fare qualcosa, mi sento minacciato dalla sua ambiguità.
Invece è lei a parlare.
Questa gente mi annoia, ti va di venire con me in una vera festa? Non lo so, balbetto,Lucianone potrebbe essere geloso che un altro porti fuori la sua cuginetta.
La mia è una famiglia molto numerosa, mi prende sottobraccio lei, scommetto che se scaviamo nel nostro albero genealogico, anche noi siamo cugini... tua nonna come si chiama?


Usciamo da quella casa e...
Non ricordo niente di quella notte.
Io, ubriaco senza camicia, scimmie viola e corpi appiccicati addosso.
Black out.


Seconda parte.

(Silenzio.)

Mi risveglio e ci sono sei piedi nel mio letto, due sono i miei, li riconosco, ma di chi sono gli altri quattro?
Resto immobile, cercando di ricordarmi un nome, una faccia, un errore, ma niente.
Decido di alzarmi e nell'ignoranza uscire.
Non voglio sapere la faccia della mia occasionale caramella di una notte.
Esco da una casa sconosciuta, e mi ritrovo attaccato al Vaticano.

( musica, traccia 2 )

E' domenica, pullman farciti di strane razze umane invadono i vicoli, cappellini dai colori squillanti e inneggianti bandierine corrono verso la piazza, come a un concerto rock, vogliono stare in prima fila, credono che più vicini sono, più la possibilità di una grazia sia concreta.
Cerco di confondermi con loro, ma sono troppo bello per riuscirci.

Probabilmente abbiamo gli stessi peccati nel cuore, ma ringraziando iddio, non ho il senso di colpa che mi accartoccia di vergogna la faccia.
Abbandonatevi al piacere, mi verrebbe da dirgli, la vita può essere una dolcezza se solo provaste a rilassare le spalle.
Avessi un piffero magico, potrei sedurli e a frotte, trascinarli con me verso i loro peggiori istinti... pensa che faccia il papa, aprendo la sua finestra, a trovarsi la piazza vuota?

Entro in un bar e mi lascio fregare dal prezzo esagerato per un caffè.
Vedere negli occhi la soddisfazione della cassiera, leggere nel suo sorrisetto banale la perfidia... e come stringe i soldi con la mano rattrappita da brava truffatrice della domenica mattina, mi piace.

L'umano spogliato dei suoi doveri morali, libero di scatenare le proprie quotidiane domestiche ribellioni, essere meschino alla luce del giorno.
Rende dolce la vita.
E' bello essere ricchi, non badare a dove la virgoletta degli zeri si posa, 1 100 1000 non ha nessuna importanza, i soldi puzzano tutti, bisogna fare in fretta a spenderli.

Esco dal bar, prendo un taxi.
Do annamo Capo?
Mi domanda un tassista senza un'orecchio.
Al mare, rispondo.
Nun séte de Roma.
No, abito a Milano.
Poraccio, se la ride, na vorta è salito un Milanese che se vantava tanto... A Milano semo tutti più emancipati... Roma è tutto un paesone... io a un certo punto, nun c'ho più visto... j'ho risposto, Si ma quando voartri milanesi erevate ancora barbari, noartri romani eravamo gia forci.
Potenza del dialetto.

Settebagni, alle dune, per l'appunto la spiaggia dei froci, mi lasci qui.
Scendo, e m'incammino, come se fosse l'ultimo giorno della mia vita.
A sedici anni, prima di uscire di casa mi vestivo pensando, se muoio, voglio che mi trovino così.

Sorpasso le dune, ma per i froci è troppo presto, non c'è anima viva, saranno tutti al vaticano, a farsi perdonare l'amore.

Eccolo, finalmente il mare.
Eccola la dolcezza della vita, sta in questo silenzio...
Chiudo gli occhi e mi abbandono e un urlo mi riporta alla realtà.

Un uomo e una donna, giganti, grassissimi, camminano ballonzolando verso di me, sono carichi come somari, stringono nelle mani buste di plastica gonfie come ernie infiammate, due sdraio, asciugamano sotto braccio lei, asciugamano sul collo lui, un ombrellone, e un tavolino pieghevole.
La donna ha una benda sull' occhio sinistro, e un prendisole a fiori viola e gialli, le braccia come prosciutti, stracsina i piedi.
L'uomo zoppica dalla gamba destra, i pantaloncini corti gli strizzano le cosce e una canottiera evidenzia la trippa rotonda come un cocomero.

Sono grassi ma non sembrano simpatici, se avessero le orecchie lunghe e pelose sarebbero due grossi cani ciccioni, ma adesso che guardo bene, l'uomo ce li ha davvero i peli sulle orecchie, sul padiglione, come una cresta.

Ao ma te renni conto, tu madre nun c'ha fatto le lasagne.
Le lasagne mi madre nun ce l'ha fatte.
Nun ce l'ha fatte, ma la prossima domenica cor cazzo che l'annamo a trovà.
Nun l'annamo a trovà più la prossima domenica,.
E' no, domenica ce ne tornamo ar mare.
Ar mare ce ne tornamo la prossima domenica.

L'uomo si arena sfiancato sulla sabbia, s'asciuga la fronte alzando la canottiera.
La moglie se ne accorge, fa due passi indietro e lo va a soccorrere.
Non fa in tempo a raggiungerlo, che lui è gia spaparanzato a terra.
Alzate, amò, annamo più vicino ar mare.
Nun je la fo, amo, assettate..
Si guardano, come se l'uno fosse la cosa più bella del mondo per l'altro.
C'hai fame amo?
C'ho fame amo.
E spalancando la bocca come due trichechi, barriscono in una grossa risata.
A fatica anche la donna si siede accanto al marito, e nel farlo il prendisole lascia intravedere il suo culone a due piazze e mezzo, perde l'equilibrio, sembrano due bambini giganti che ancora non hanno imparato a camminare, e neppure a parlare, la donna crolla a terra, cerca di rialzarsi ma è inutile, un grosso bacarozzo zampeall'aria.
Il marito la sovrasta e dolcemente, con una delicatezza infinita le da un bacio sulla bocca.

Ho fame, questa dolcezza mi ha gia saziato, ho bisogno di un'altra caramella...e il vento mi porta dritto in faccia un puzzo nauseante.
Lo inseguo, e mi ritrovo davanti a un cane con la testa sbrindellata e la mascella a penzoloni.
Ride!
La dolcezza seduce anche la morte?
Si.
Che puttana.


Penso alla dolcezza della fine, alla promessa di rinascita che ogni fine stringe fra le braccia magre... penso alla fine del mio amore avvenuto troppo tardi, quando gia la noia aveva trasformato il sesso in un dovere.
Penso alla fine della mia fanciullezza, quando mi sfinivo per sentimenti inutili, per amori senza ritorno.
Penso alla fine della mia povertà, quando ancora ero pulito e incazzato.
Penso alla fine del mio stupore quando facendo l'amore per la prima volta capii di essere un uomo senza che nessuno mi avesse mai insegnato.
La dolcezza è ovunque, nelle cose banali, e in quelle orribili, ma la mia preferita è quella che si nasconde nelle bugie, nel tradimento, e nell'abbandonarsi impotenti alle proprie miserie.
Senza l'impotenza, la dolcezza non avrebbe faccia.
Non è pietà la dolcezza, non è commiserazione la dolcezza.
La dolcezza è l'atto più devastante che l'essere umano possa osare.
La dolcezza non ti salva dal dolore, ma te lo rende caro, come un figlio cattivo.
E' amara a volte la dolcezza.

 

Infanzia
Mia nonna Maria abitava a Ramazzano Le Pulci, dopo Bosco, prima di Casa del Diavolo, e ogni domenica pomeriggio dopo essere stati al cimitero a portare i fiori al nonno, io e i miei genitori andavamo a trovare anche la nonna, e ogni domenica pomeriggio mi terrorizzavo.
La nonna non era cattiva, anzi, era pacioccona, più larga che alta, i capelli bianchi che sotto il sole diventavano celesti mi facevano ridere, era Punk senza saperlo, e con quella andatura zoppicante sembrava sempre che da un momento all'altro sarebbe caduta col culo per terra, e ogni volta che mi dava un bacio la barba che c'aveva sul mento mi pizzicava la faccia, ma non le si poteva dire niente, non è educato dire alla nonna, tagliati la barba.
I dolci t' fann'i denti marci cocchino, mi ripeteva sempre, Guarda...
Che terrore la sua bocca spalancata davanti alla mia faccia.
Una grotta profonda e nera piena di spunzoni scheggiati, e un vento caldo come una sera d'estate le usciva da dentro.
Non voleva che mangiassi i cioccolatini, perché se li voleva pappare tutti lei.
Per anni non sono riuscito a mangiare una caramella, ogni volta che me la offrivano, anche quelle benedette che mi dava Don Marino quando per la pasqua veniva a benedire casa, appena le prendevo in mano, mi appariva davanti agli occhi la bocca marcia di mia nonna. M'immaginavo lo zucchero che sciogliendosi andava a incrostare lo smalto bianco dei denti, come un acido corrosivo, che li per li è dolce, ti piace, ma devi diffidare di quella dolcezza, perché dietro la maschera del piacere si nasconde sempre la distruzione. Come Luca, il bambino più bello della mia classe, biondo con gli occhi azzurri... sembrava un angelo, ma sotto sotto era il più bastardo della scuola.
Lo amavo, perdutamente, volevo essere lui, coi capelli lisci, lui, con le ciglia lunghe, e la cattiveria nelle vene, lui... Il giorno del mio settimo compleanno, si presentò a casa mia con una grossa scatola di Rossane.Restai senza parole. Non dici grazie? Mi rimproverò mia mamma.
Ma la mia bocca era paralizzata, scoppiai a piangere scappando a chiudermi in bagno.
Per un mese ho sognato sopra quelle Rossane, le ho guardate fino a impararle a memoria.
La loro carta rossa semitrasparente, con i ghirigori d'oro, mi facevano pensare alle majorette che durante il Settembre Ponteggiano sfilavano per il paese, coi bastoni ruotanti e la gonna con lo struzzo, gli stivali bianchi pieni di bottoncini, le calze a rete, e la banda al seguito.
Com'erano belle le majorette.
Accarezzavo quelle Rossane cercando di immaginarne il gusto... avevo il terrore di prenderne una e scartarla... ma forse... se ne assaggio una... solo una...
Prendo coraggio, afferro una Rossana, chiudo gli occhi... e dritta in bocca.
Non le do neppure il tempo di entrare che subito la mordo. Pezzettini di caramello in frantumi invadono il mio palato mentre le papille gustative s'incendiano, schegge di zucchero s'infilzano dolciastre sulla lingua, come una tempesta improvvisa la dolce crema sinuosa cola e m'impiastriccia di piacere la bocca...
Lo zucchero farà anche male, ma Dio mio, che estasi, adesso capisco mia nonna, che seppure aveva il diabete, seppur avesse la bocca marcia, non avrebbe mai rinunciato a quest'invasione di dolcezza...

La dolcezza nasconde sempre una coda di veleno, ma sfiora ogni sentimento, ogni situazione, ogni peggiore intenzione, ogni vita, ogni squallore, ogni abiezione, ogni frivolezza...
Ed è proprio in certe frivolezze e squallori umani che la dolcezza della vita si esprime al suo meglio.
E la dolcezza, come lo zucchero, è una droga, e fa presto a diventare vizio, come il peccato.
Quant'è amara certe volte la dolcezza.

Ma nessuna caramella sarà mai così dolce, quanto quella proibita.
Fu la lotta e il segreto di quell'amore infantile a rendermi così dolce la mia Rossana, a infiammare il suo banale sapore zuccherino...


Ed ora eccomi, in una delle mie tante e sudate notti Romane, abbandonato alla dolcezza dei miei frivoli peccati.
Monumenti e puttane,
ruderi d'impero e mignotte,
politici nani portati al guinzaglio dal potere e barzellette sporche,
preti all'ultima moda, funamboli di virtù incongruenti
e Subrette amanti di...
Con ancora il calcio in culo stampato sulle chiappe in prima serata,
Roma si abbandona alla sua decadence, che carrozzone.
Si dice che sotto Roma ci siano più di 16 milioni di sorci, ma se contassimo anche quelli che vivono alla luce del sole, arriveremmo a cifre ben più sconvolgenti.
Chi è quella?
Avevo chiesto all'amichetto di Francesco.
Chi? Aveva cinguettato lui.
Quella con la faccia rifatta che sembra un gattino.
Tesoro, dopo il bisturi sono tutte uguali, schecca lui, chiedo a Franci.
Franci? Chi è quella laggiù?
Chi?
Quella vestita di rosso.
Ma quel vestito è verde.
Verde rosso, è uguale.
Ma sei Daltonico?
Si, sono un culattone daltonico e allora?
Daltonico ma con un gusto impeccabile, cerca di ammorbidirlo Francesco, e comunque quella credo sia la cuginetta di Lucianone.
Cugintetta?
Si, mi sorride Francesco, non c'è cosa più divina...
Che scoparsi un travestito, aggiunge l'altro, quella è max.
E' vero è proprio Max.
Max?

In arte Milly Higu.
Milly Higu?
Milly perché da bambino faceva pattinaggio artistico come la Carlucci...
E Higu sta per cosa?
Per Higuana.
Milly Higu, ripeto tra me e me. Ma la smetti di fare il pappagallo, come sei provinciale, non mi dire che non hai mai visto un travestito in vita tua.
Si, ma quello è davvero... donna.
Donna con la sorpresa, c'ha un pisellone che se lo vedi svieni.
Dici?
Tesoro, guarda com'è vestita? Avrà addosso minimo minimo quarantamila euro tra gioielli, extetion e tutto il resto, una conciata in quel modo è almeno almeno venticinque centimetri.
Hai capito Lucianone.
Un cameriere mi passa accanto, prendo un'altra coppa di Champagne, sono abbastanza ubriaco da permettermi una figura di merda, ma non si sa mai, meglio bere un altro goccio.
Lascio i miei due amici e vado incontro al mio rebus.

E' davvero bellissima, i capelli castani le cadono sulle spalle, un sedere rotondo e morbido, ha gli occhi verdi, e un sorriso dolce...


Ciao, le dico.
Max, alias Milly Higu, lentamente volta la testa, mi guarda, da un tiro di sigaretta, e fissando il rossetto rimasto sul filtro mi chiede: Sei ubriaco?
Si, ammetto, Posso farti una domanda?
No, mi risponde secca lei.
Ha una voce bassa e vellutata.
Dov'è che lo tieni nascosto?
Milly sorride, Cosa, l'accendino?
Sorrido anch'io, No...
E tu? Mi chiede Milly.
Cosa?
Dov'è che lo tieni nascosto?

Schiude la bocca e con la lingua si accarezza i denti, senza esagerazione, lo fa con una tale spontaneità che mi disorienta, vuole che le guardi la bocca, e io non riesco a resistere.
Devo fare qualcosa, mi sento minacciato dalla sua ambiguità.
Invece è lei a parlare.
Questa gente mi annoia, ti va di venire con me in una vera festa? Non lo so, balbetto,Lucianone potrebbe essere geloso che un altro porti fuori la sua cuginetta.
La mia è una famiglia molto numerosa, mi prende sottobraccio lei, scommetto che se scaviamo nel nostro albero genealogico, anche noi siamo cugini... tua nonna come si chiama?


Usciamo da quella casa e...
Non ricordo niente di quella notte.
Io, ubriaco senza camicia, scimmie viola e corpi appiccicati addosso.
Black out.


Seconda parte.

(Silenzio.)

Mi risveglio e ci sono sei piedi nel mio letto, due sono i miei, li riconosco, ma di chi sono gli altri quattro?
Resto immobile, cercando di ricordarmi un nome, una faccia, un errore, ma niente.
Decido di alzarmi e nell'ignoranza uscire.
Non voglio sapere la faccia della mia occasionale caramella di una notte.
Esco da una casa sconosciuta, e mi ritrovo attaccato al Vaticano.

( musica, traccia 2 )

E' domenica, pullman farciti di strane razze umane invadono i vicoli, cappellini dai colori squillanti e inneggianti bandierine corrono verso la piazza, come a un concerto rock, vogliono stare in prima fila, credono che più vicini sono, più la possibilità di una grazia sia concreta.
Cerco di confondermi con loro, ma sono troppo bello per riuscirci.

Probabilmente abbiamo gli stessi peccati nel cuore, ma ringraziando iddio, non ho il senso di colpa che mi accartoccia di vergogna la faccia.
Abbandonatevi al piacere, mi verrebbe da dirgli, la vita può essere una dolcezza se solo provaste a rilassare le spalle.
Avessi un piffero magico, potrei sedurli e a frotte, trascinarli con me verso i loro peggiori istinti... pensa che faccia il papa, aprendo la sua finestra, a trovarsi la piazza vuota?

Entro in un bar e mi lascio fregare dal prezzo esagerato per un caffè.
Vedere negli occhi la soddisfazione della cassiera, leggere nel suo sorrisetto banale la perfidia... e come stringe i soldi con la mano rattrappita da brava truffatrice della domenica mattina, mi piace.

L'umano spogliato dei suoi doveri morali, libero di scatenare le proprie quotidiane domestiche ribellioni, essere meschino alla luce del giorno.
Rende dolce la vita.
E' bello essere ricchi, non badare a dove la virgoletta degli zeri si posa, 1 100 1000 non ha nessuna importanza, i soldi puzzano tutti, bisogna fare in fretta a spenderli.

Esco dal bar, prendo un taxi.
Do annamo Capo?
Mi domanda un tassista senza un'orecchio.
Al mare, rispondo.
Nun séte de Roma.
No, abito a Milano.
Poraccio, se la ride, na vorta è salito un Milanese che se vantava tanto... A Milano semo tutti più emancipati... Roma è tutto un paesone... io a un certo punto, nun c'ho più visto... j'ho risposto, Si ma quando voartri milanesi erevate ancora barbari, noartri romani eravamo gia forci.
Potenza del dialetto.

Settebagni, alle dune, per l'appunto la spiaggia dei froci, mi lasci qui.
Scendo, e m'incammino, come se fosse l'ultimo giorno della mia vita.
A sedici anni, prima di uscire di casa mi vestivo pensando, se muoio, voglio che mi trovino così.

Sorpasso le dune, ma per i froci è troppo presto, non c'è anima viva, saranno tutti al vaticano, a farsi perdonare l'amore.

Eccolo, finalmente il mare.
Eccola la dolcezza della vita, sta in questo silenzio...
Chiudo gli occhi e mi abbandono e un urlo mi riporta alla realtà.

Un uomo e una donna, giganti, grassissimi, camminano ballonzolando verso di me, sono carichi come somari, stringono nelle mani buste di plastica gonfie come ernie infiammate, due sdraio, asciugamano sotto braccio lei, asciugamano sul collo lui, un ombrellone, e un tavolino pieghevole.
La donna ha una benda sull' occhio sinistro, e un prendisole a fiori viola e gialli, le braccia come prosciutti, stracsina i piedi.
L'uomo zoppica dalla gamba destra, i pantaloncini corti gli strizzano le cosce e una canottiera evidenzia la trippa rotonda come un cocomero.

Sono grassi ma non sembrano simpatici, se avessero le orecchie lunghe e pelose sarebbero due grossi cani ciccioni, ma adesso che guardo bene, l'uomo ce li ha davvero i peli sulle orecchie, sul padiglione, come una cresta.

Ao ma te renni conto, tu madre nun c'ha fatto le lasagne.
Le lasagne mi madre nun ce l'ha fatte.
Nun ce l'ha fatte, ma la prossima domenica cor cazzo che l'annamo a trovà.
Nun l'annamo a trovà più la prossima domenica,.
E' no, domenica ce ne tornamo ar mare.
Ar mare ce ne tornamo la prossima domenica.

L'uomo si arena sfiancato sulla sabbia, s'asciuga la fronte alzando la canottiera.
La moglie se ne accorge, fa due passi indietro e lo va a soccorrere.
Non fa in tempo a raggiungerlo, che lui è gia spaparanzato a terra.
Alzate, amò, annamo più vicino ar mare.
Nun je la fo, amo, assettate..
Si guardano, come se l'uno fosse la cosa più bella del mondo per l'altro.
C'hai fame amo?
C'ho fame amo.
E spalancando la bocca come due trichechi, barriscono in una grossa risata.
A fatica anche la donna si siede accanto al marito, e nel farlo il prendisole lascia intravedere il suo culone a due piazze e mezzo, perde l'equilibrio, sembrano due bambini giganti che ancora non hanno imparato a camminare, e neppure a parlare, la donna crolla a terra, cerca di rialzarsi ma è inutile, un grosso bacarozzo zampeall'aria.
Il marito la sovrasta e dolcemente, con una delicatezza infinita le da un bacio sulla bocca.

Ho fame, questa dolcezza mi ha gia saziato, ho bisogno di un'altra caramella...e il vento mi porta dritto in faccia un puzzo nauseante.
Lo inseguo, e mi ritrovo davanti a un cane con la testa sbrindellata e la mascella a penzoloni.
Ride!
La dolcezza seduce anche la morte?
Si.
Che puttana.


Penso alla dolcezza della fine, alla promessa di rinascita che ogni fine stringe fra le braccia magre... penso alla fine del mio amore avvenuto troppo tardi, quando gia la noia aveva trasformato il sesso in un dovere.
Penso alla fine della mia fanciullezza, quando mi sfinivo per sentimenti inutili, per amori senza ritorno.
Penso alla fine della mia povertà, quando ancora ero pulito e incazzato.
Penso alla fine del mio stupore quando facendo l'amore per la prima volta capii di essere un uomo senza che nessuno mi avesse mai insegnato.
La dolcezza è ovunque, nelle cose banali, e in quelle orribili, ma la mia preferita è quella che si nasconde nelle bugie, nel tradimento, e nell'abbandonarsi impotenti alle proprie miserie.
Senza l'impotenza, la dolcezza non avrebbe faccia.
Non è pietà la dolcezza, non è commiserazione la dolcezza.
La dolcezza è l'atto più devastante che l'essere umano possa osare.
La dolcezza non ti salva dal dolore, ma te lo rende caro, come un figlio cattivo.
E' amara a volte la dolcezza.

 

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