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IL BUON MUSULMANO

Inedito

27 MAGGIO DENARO - Giro di vite: idee che muovono il mondo

Legge: Valentina Carnelutti

l romanzo narra il conflitto tra il mondo laico e quello religioso attraverso il racconto delle vite di due fratelli, Maya e Sohail Haque che decidono di prendere strade molto diverse nella vita.

Dopo essersi battuti nella guerra di liberazione del loro paese, il Bangladesh, entrambi sono alla ricerca di un modo per scendere a patti con i terribili ricordi di quella guerra. Ma mentre la sorella, Maya, sceglie di continuare a vivere la sua vita da rivoluzionaria, diventando medico, e femminista, suo fratello sceglie la vita religiosa. Questo conflitto si acuisce quando Maya torna a casa dopo una lunga assenza e ha l'occasione di conoscere il figlio di Sohail, Zaid, di cinque anni.
Nelle scene che seguono, Maya scopre che Zaid è diventato un borsaiolo e un ladro...


Probabilmente l'aveva già fatto cinque o sei volte, notò Maya. Aveva cominciato con biglietti di piccolo taglio, qualche paisa qua e là. E poi, alla fine di luglio, proprio quando finiva la stagione dei litchi e iniziava quella dei manghi, lo sorprese con il braccio ficcato nella sua borsetta. Sul viso gli apparve un'espressione di sorpresa, ma rimase lì a fissare la propria mano, come se potesse suggerirgli cosa dire.
Maya lo raggiunse di corsa e gli strappò la borsetta. Adesso lui stava in ginocchio, i suoi capelli le sfioravano i piedi mentre mormorava, piagnucolando: «Scusami, non volevo».
Lei si chinò, lo sollevò prendendolo per le ascelle, e si trovarono faccia a faccia. «Non sono un ladro», disse lui, scuotendo la testa.
Lei gli credette. «Allora non rubare come se lo fossi.» Una nuova ondata di pianto lo sopraffece mentre lei lo metteva a sedere sul divano. «Hai bisogno di soldi?» gli chiese.
«No», disse lui. Poi, «Sì».
Tentò di dargli del denaro, ma lui non riuscì a prenderlo, tremava in tutto il corpo. «Per favore non dirlo ad Abboo», disse, «per favore per favore per favore.» Lei acconsentì, dicendogli che come unica punizione avrebbe dovuto fare una confessione alla nonna. La trovarono che dormiva, russava piano, il viso rivolto verso l'alto, verso il ventilatore a soffitto. Con delicatezza, Maya le slacciò il foulard rosso, scoprendo l'umile cosa che c'era sotto.
«Posso toccarla?» domandò Zaid.
«Va bene. Ma stai attento, non svegliarla.»
Lui si sporse e accostò il viso alla sua fronte, smuovendo con il respiro la leggera peluria rimasta, come il vento in un campo di riso giovane. Poi l'accarezzò, con un gesto cauto. «Cosa è successo ai suoi capelli?»
«È malata.»
«Chi l'ha ammalata?»
«Una malattia. Si chiama cancro.»
«È stata la volontà di Dio?»
Maya pensò un momento. «No, questa non è stata la volontà di Dio.»
«Quando muore qualcuno Abboo dice sempre che è stata la volontà di Dio.»
«A volte le cose capitano e basta.»
«Dio vede tutto.»
«Sì, è così. Andiamo ora, la confessione puoi farla dopo.»
Dopo quel giorno, quando si accorgeva che mancava qualche banconota dalla sua borsa, dava per scontato che fosse Zaid a prendere i soldi. Non le importava; anzi, ne traeva una certa soddisfazione, perché i suoi vestiti erano sempre strappati o sporchi, e lei lo immaginava con un frutto o un uovo sodo comprati in strada, e quel frutto e quell'uovo sodo tra le mani, gli avrebbero riempito la pancia, dandogli un pezzettino di piacere, grazie a lei, che aveva chiuso un occhio.

Quando iniziò Ramzaan, il mese del digiuno, Rehana insistette perché Maya facesse tutte le spese per la preparazione dell'Eid. «È il primo anno che non sono riuscita a osservare il digiuno», disse Rehana, la testa leggera sul cuscino. «Allora il minimo che puoi fare è indossare qualcosa di bello per l'Eid.»
Le aveva dato istruzioni precise, quanti metri di stoffa comprare per il suo salwaar kameez. Blusa, sottogonna e sari per Sufia. Regali per la signora Rahman e la signora Akram. Qualcosa per Sohail. Ora Maya stava davanti a un bancone di tessuti con Zaid, a cercare una blusa intonata al sari che aveva comprato per Sufia.
I negozianti, giovanotti con i baffi sottili, si affrettavano avanti e indietro tra i banchi e le stoffe alle loro spalle. Le pezze di tessuto, disposte lungo la parete come libri su uno scaffale, contenevano ogni sfumatura di ogni colore immaginabile. Per abbinare ciascun sari con la sua blusa lo accostavano alla gamma di colori che più gli somigliava. Poi si muovevano lungo quella gamma, dal chiaro allo scuro, finché la cliente, a un certo punto dello spettro, faceva un cenno. Maya scelse una blusa blu scuro per Sufia. Adesso era ora di dirigersi verso la zona del mercato dove stvano i sarti. Zaid la tirava forte per il polso, saltando sulle crepe che si diramavano nel cemento.
«Ti ricordi che cosa abbiamo imparato ieri», gli chiese lei, «i numeri? Vediamo se sai contare i passi da qui al negozio del sarto.»
I suoi occhi erano ovunque, assorbivano i cumuli di merce di colori brillanti, le donne vestite per andare a far spese, i cani che si mordevano le pulci, i manifesti del cinema, l'odore pungente della conserva di tamarindo. Era una giornata gradevole, appena un'avvisaglia del monsone, la brezza che solleticava le ginocchia, la punta delle dita. Maya non poteva evitare di ripensare a tutte le feste di Eid che avevano trascorso al bungalow. Il frusciare degli abiti nuovi, stirati e inamidati da Ammoo fino a odorare di pioggia. L'attesa di Sohail che tornava dalla moschea, e la colazione, e poi in risciò, a visitare le case di tutte le persone che conoscevano, le loro vite improvvisamente piene, e infine, al culmine del pomeriggio, la sosta al cimitero, che segnava un altro anno della loro esistenza a tre, e la preghiera sulla tomba di Abboo, per dirgli che desideravano fosse tra loro.
«Ek», cominciò esitando Zaid, «dui», lo zucchetto che aveva in testa faceva su e giù. «Teen.» Uno. Due. Tre.
«Ecco», disse Maya, stretta da un'improvvisa tenerezza per il bambino, «tieni queste.» Diede a lui le borse degli acquisti e lo prese in braccio. Era leggero, un sospiro di bambino.
«Che cosa vuoi?» gli disse. «Scegli una cosa.»
«Per me?»
«Qualunque cosa ti piaccia. Qualunque cosa in tutto il New Market.» Lui le fece un sorriso, con i denti meravigliosamente bianchi, puliti, come lei sapeva con carbone e un bastoncino di cipresso, perché al piano di sopra gli spazzolini da denti erano proibiti.
Cercò di decidere cosa voleva, abbassando gli occhi su di sé, guardandosi il kurta-pajama lercio che aveva addosso, le lunette di sporco sotto le unghie. «Sandali», disse lentamente, come se non credesse a quella parola.
«Va bene, allora dobbiamo tornare indietro.» Lo posò a terra e ripercorsero il mercato fino a raggiungere Bata. Un commesso magro con una camicia azzurra notò Maya prima che entrasse nel negozio.
«Tacchi per lei, signora? Scarpe in pelle?»
«Siamo qui per il bambino», disse Maya, facendo entrare Zaid. All'orecchio gli bisbigliò: «di che colore li vuoi?».
«Blu», bisbigliò lui in risposta.
«Vorremmo un paio di sandali blu.»
Il commesso tirò fuori un paio di chappal blu non dissimili da quelli che Zaid aveva addosso, che erano tutti consumati e già un po' troppo piccoli.
Maya gli infilò i sandali nuovi ai piedi . «Cammina da qui a lì», disse, «vediamo se ti vanno bene.»
Lui fece qualche piccolo passo, posando un piede dopo l'altro sul pavimento del negozio, con cautela. Tornò ciabattando da lei. Aveva le labbra rosse e gli occhi umidi. Lei gli cinse le spalle. «Non preoccuparti. Dai, vediamo se ti stanno.» Poi lo fece girare e lo spinse gentile.
«Non può trovargli qualcosa di meglio, magari una scarpa aperta?»
Zaid percorse tutta la lunghezza del negozio, poi tornò da lei a saltelli, fischiettando.
«Attento», disse il commesso, portandosi un dito alle labbra. Voltandosi verso Maya disse: «Quanto vuole spendere?».
«Non ha importanza», disse lei, «mi faccia vedere un altro modello.»
«Com'è gentile da parte sua», disse lui frugando tra le scatole di scarpe, «portare il suo piccolo servitore al mercato.»
«Lui non è...»
Zaid adesso teneva le scarpe in mano, infilate sulle dita, le batteva una contro l'altra, come una foca. Maya lo guardò e poi guardò il commesso. Le porgeva un altro paio di economici sandali di gomma.
«Andiamo», disse Maya, prendendo le scarpe dalle mani di Zaid e restituendole al commesso. «Ci ridia i sandali vecchi.»
«Li ho buttati.»
«Vada a prenderli.»
Zaid cominciò a piangere. «Shhh», disse lei, impaziente, e improvvisamente arrabbiata con lui perché era vestito così miseramente. Vide come respirava dalla bocca, e il muco rappreso agli angoli degli occhi. Sembrava davvero un piccolo servo, con il colletto orlato di grigio e le croste che gli punteggiavano le braccia.
I sandali laceri.
Il commesso tornò, tenendo le scarpe vecchie con la punta delle dita. Lei le afferrò e spinse Zaid fuori dal negozio. Ora il bambino era piombato in un silenzio duro, rifiutava di darle la mano, camminava qualche passo indietro. Maya terminò la sua commissione dal sarto, tirando senza motivo sul prezzo delle cuciture, esigendo che gli abiti fossero pronti per l'indomani benché all'Eid mancasse ancora una settimana, e poi se ne andarono, ignorandosi nel risciò. Quando arrivarono al bungalow Zaid salì le scale due gradini alla volta, rifiutando di voltarsi a guardarla quando lei lo salutò.

Maya aveva dimenticato la gita al New Market quando Sohail varcò la soglia qualche giorno dopo. Era rosso in viso, il respiro affannato. Aveva in mano un sacchetto di carta.
«Come sta Ammoo?» domandò, sedendosi pesantemente.
«Ha il cancro, come pensi che stia?» Non l'aveva visto da quel giorno all'ospedale. Lui aveva mandato dei messaggi al piano di sotto, per comunicare loro che il Qur'an era stato letto tre volte dall'inizio alla fine in nome di Rehana. Khadija aveva mandato del cibo, a volte in quantità eccessive, che avevano dovuto buttare via perché non c'era nessuno a mangiarlo.
«Ho pregato.»
«Lo so. Ho sentito.»
Lui si strofinò il viso con entrambe le mani. Poi le passò il sacchetto di carta. Dentro c'erano i sandali di Bata, blu e nuovi di zecca.
Sohail giunse le punte delle dita. Lei notò un anello sul suo pollice sinistro, un anello d'argento con una dozzinale pietra verde. Lo fissò mentre cercava di decidere come spiegargli - il mercato, il commesso, l'insulto. E come, alla fine, i sandali fossero arrivati in suo possesso.
«Erano un mio regalo. I suoi vecchi sandali erano rotti.»
«Non erano rotti. Li ho visti io.»
«Hai ragione, non erano rotti. Ma erano troppo piccoli.»
«Sai che stimo l'umiltà e la sincerità al di sopra di tutto.»
«Lui voleva...»
«Certo che voleva. È un bambino.»
«Appunto. È un bambino - e tu non lo tratti come tale.»
Sohail la guardò dritto, come una spada. «Gli hai dato tu i sandali?»
Sapeva sempre quando lei mentiva. «No.»
«Allora dove li ha presi?»
«Non lo so.»
«Non ti credo.»
«Guarda, siamo andati al New Market, e io volevo comprargli dei sandali, ma il negoziante ha pensato che fosse un servo.» Sohail non disse nulla, continuò solo a fissarla. «Mi hai sentito? Un servo.»
«Cosa importa? È sul cammino.»
«Quale cammino?»
«Se non hai comprato tu i sandali, chi è stato?»
«Non lo so. Magari li ha comprati con i suoi spiccioli.»
«Sai benissimo che non gli diamo soldi.»
Niente giocattoli. Niente spiccioli. Niente sandali. Un rantolo nel petto. Croste sporche alle caviglie.
«Devo fare qualcosa», disse lui, alzandosi pesantemente dal divano.
«Sì, fai qualcosa. Per favore.»
«Lo mando via.»
«Via? Dove?»
Sohail esitò. Poi fece un respiro acuto, profondo e disse: «Madrasa. Andrà a madrasa (alla scuola coranica).»
«Dove?»
«A Chandpur.»
«Dove diavolo è Chandpur?»
«Sull'altra sponda del Jamuna. Credevo che conoscessi ogni angolo di questo paese.»
«Ma è a giorni di viaggio da qui.»
«Ho sentito dire che l'Huzoor è un brav'uomo.»
«Sentito dire? Tu non lo conosci?»
«Ha ottime referenze. Io devo passare più tempo alla moschea, non posso badare al bambino. Ha... ha bisogno di una guida. Lo vedi anche tu.»
«Lascialo stare con noi, con Ammoo e me.»
«Ha perso sua madre.»
«Ha bisogno di noi. Per favore, bhaiya.» Sentì che non aveva mai desiderato tanto fortemente una cosa. L'aria le si chiuse intorno alla gola.
«Ammoo non sta bene. E lui rimarrebbe solo confuso.»
«Mi dispiace per i chappal. Avrei dovuto chiedertelo prima.»
«Gli stai insegnando l'alfabeto inglese.»
«Sono solo lettere. Anche tu le conosci... che male c'è?»
La voce del fratello s'indurì, come se l'avesse infilata su un cavo metallico. «È mio figlio. La decisione è presa. Parte dopo la preghiera di Zohr, mercoledì.»
«E Ammoo?»
«Dì salaam ad Ammoo da parte mia.»
«Non vuoi vederla?»
«Dille che preghiamo per la sua guarigione, inshallah.»
E poi andò via.

Di certo, il bambino non avrebbe mai acconsentito. Zaid avrebbe rifiutato, e lei avrebbe avuto un'altra discussione con Sohail. Questa volta, sarebbe stata preparata; Ammoo l'avrebbe aiutata.
Ma il giorno dopo, Maya trovò Zaid che ballava sul tetto. Coglieva le foglie del limone che sfiorava le finestre del secondo piano, se le spargeva in testa. Si precipitò giù per le scale, yah yah yah, con un lungi nuovo di zecca intorno ai fianchi, tanto inamidato da farlo sembrare più in carne di quel che era. E una kurta a mezze maniche, uno zucchetto in testa, un piccolo baule appeso al braccio.
«Sono venuto a farti vedere le mie cose nuove.» Posò il baule per terra e lentamente, con reverenza, sollevò il coperchio. Le unghie appena tagliate. Le mani eccitate nel rivelare i tesori che c'erano dentro. Un pettine. Un bastoncino di neem per i denti. Un Qu'ran dalle pagine fruscianti. Due nuovi lungi. E i chappal, avvolti in carta di giornale. Suo padre era tornato al negozio a pagarli. «Ha la serratura», disse, mostrandole la chiave appesa a un cordoncino intorno al collo.
Maya voleva dargli qualcosa da mettere nel baule. Che cosa poteva dargli? Le fotografie erano proibite. Nessun altro libro all'infuori del Qu'ran. I giocattoli erano fuori discussione.
Alla fine gli incartò qualche pallina di riso soffiato dolce. «Ecco», disse, «una merenda per il tuo viaggio.»
Lui mise delicatamente l'involto nel baule, attento a non disturbare gli altri oggetti.
«Starai bene?»
Lui sorrise, ancora preso dalla gioia per tutto. La scuola. Altri bambini. La fine della preoccupazione di diventare troppo grande per stare con le donne del piano di sopra. La mano grave di suo padre sulla nuca.
«Come ci arriverai?»
«Abboo. Dice che prenderemo un treno, e il traghetto. E una corriera, e un risciò.»
Lei chiuse gli occhi e immaginò il suo viaggio. La mano nella mano di suo padre - l'aveva mai conosciuta, la stretta della mano paterna? Il paradiso. E il traghetto, il tè sciropposo, il vento del fiume avvolto stretto intorno a lui, il cielo aperto e vasto a regalargli un pezzettino di mondo. E qui l'immaginazione le venne meno. La costruzione dai cadenti muri di fango chiazzati di muschio verde. Il cortile cosparso di ossa di pollo, uno sporco canale di scolo intasato di sputi. Mandato giù il groppo in gola della delusione, il suo cuore si leva, per un attimo, al coro di suoni che arriva fin nel cortile. E poi, l'abbandono rapido della mano di suo padre, l'Huzoor, che senza sorridere, gli prende dal collo la chiave, esamina il suo baule, getta via i dolci, e fa un cenno al padre, sì, il bambino sarà istruito nella pratica del deen (la vita religiosa). Non subirà le tentazioni della vita moderna, e per tutto il tempo lui guarda le lucertole verde chiaro che sgusciano qua e là e perdono la coda, e il bastone posato di traverso sul tavolo basso dell'Huzoor, e le ginocchia cominciano a fargli male man mano che il discorso continua, quindi prova sollievo quando gli dicono di alzarsi, e quando gli danno una coperta e un piatto, sogna che cosa gli daranno da mangiare. E attraversando il cortile, si chiede se conoscerà gli altri scolari adesso, e poi si apre una porta, e un'altra chiave, e la voce di suo padre che saluta, Khoda Hafez, e il battente che si chiude, la luce grigia da una fessura fra la paglia del tetto e il muro, il raspare dei topi, ed è da solo con la coperta e il piatto, bloccato dallo stupore in un muto cenno del capo quando il viso dell'Huzoor si ritrae, ma mentre la serratura si chiude si avventa contro la porta e apre la voce ai passi, che ogni momento si fanno più fiochi. Finché non c'è altro che la sua stessa voce, la supplica di essere liberato, e il suo pugno sul muro, e ogni grido fa eco al successivo. Abboo, Abboo, Abboo. In questo momento, ha più paura di ciò che è nella stanza, la solitudine e i topi e la riga di luce contro il muro, che non di quel che c'è al di là. Si sbaglia.
No, Maya non poteva immaginare. Neanche la sua nostalgia di Zaid poteva trasportarla.

 

 

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