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UNA NOTTE DI NATALE

Inedito

25 MAGGIO AFFETTI - Addomesticare la vita: società e famiglia

Legge: Delphine De Vigan

Papà se n'è andato una notte di Natale. Credo che abbia lasciato un biglietto. Non ha portato via niente con sé. La mamma ha detto che adesso si trova sicuramente agli antipodi. Ho guardato sull'atlante. Agli antipodi c'è l'Australia. A ventimila chilometri. Dodicimilasettecentotrenta se si passa attraverso il centro della Terra. L'anno scorso papà ci ha spedito una cartolina dall'Indonesia. Ho ripreso l'atlante per calcolare la distanza che aveva percorso e quella che gli rimaneva per tornare da noi. So risolvere le equazioni a tre incognite, eseguire moltiplicazioni a più fattori (prima e dopo la virgola), dividere il quoziente minore con quello maggiore, so calcolare il coseno di un angolo, la lunghezza dell'ipotenusa, conosco i numeri relativi, le radici quadrate, il teorema di Talete e quello di Pitagora. Tutte queste cose le imparo dai libri di Mathilde, quando non so cosa fare. Mathilde è mia sorella. Non le piace che sfogli i suoi libri, per questo li nascondo sotto le lenzuola prima che venga spenta la luce. Nel buio, non mi muovo di un millimetro in attesa che il suo respiro si faccia regolare, aspetto qualche minuto, poi afferro la pila che ho nascosto sotto il cuscino. Quando si arrabbia, Mathilde mi chiama, in tono altezzoso, Madama Super Q.I. mentre scaglia attraverso la camera le mie scarpe da tennis, poi la collezione di pietre, infine il diario, dove trascrivo i numeri che preferisco insieme ai miei segreti. Più di una volta si è beccata una nota per colpa mia, perché ogni tanto mi dimentico di rimetterle il libro di matematica nella cartella. Quando è arrabbiata dice che di me non ne può più-più-più-più, ma subito dopo mi chiede scusa, perché sa che i miei occhi non li ho scelti io, questi occhi che mi divorano il viso, inghiottendo ogni cosa, come sa che darei via tutti i libri del mondo per essere come gli altri, innocente come loro: darei via tutti i libri del mondo per credere ancora a Babbo Natale.
La mamma dice che so troppe cose, e che è pericoloso crescere troppo in fretta, perché, dopo, il cervello diventa ingombrante. La signora Vedel mi ha sottoposto a una serie di test, ma la mamma si è rifiutata di farmi anticipare un altro anno di scuola. La cosa mi è indifferente. In una classe o in un'altra, il panorama non cambia. Guardo dalla finestra, vedo gli alberi spogli, il grande cortile vuoto, le strisce bianche del campo di basket, le cartacce sparse e la luce livida dell'inverno. Per strada, mi fermo davanti alle vetrine addobbate, osservo l'alito che mi esce dalla bocca, cerco intorno a me qualcosa che sfugga alla morsa della conoscenza, della memoria, qualcosa che non si possa calcolare, formulare o spiegare. La signora Vedel ci chiede di mandare a memoria le poesie come le regole della grammatica o le tabelline, ma io vorrei imparare con il cuore, anche se so che s'impara con la testa.
Qualche volta, mi chiedo se il mio cuore io non l'abbia perso, se dentro di me rimanga ancora un po' di spazio in mezzo a questa marea di numeri ed esponenti. Qualche volta, temo che il mio cuore non ci sia più, o che ne sia rimasto un pezzetto rinsecchito e arido.

Il topino bianco di Mathilde si chiama Pocus, il mio Balthazar. So che Balthazar si annoia tutto solo nella sua gabbietta, così, ogni tanto, quando la mamma e Mathilde non ci sono, li metto insieme perché discutano. Mi sembra una cosa tristissima, restare tutto il tempo da soli. Per noi, anche se siamo tristi perché papà se n'è andato, non è la stessa cosa: quando torna a casa da scuola, Mathilde mette su i dischi e balliamo tutt'e due davanti allo specchio della nostra camera, e poi ci inventiamo degli scherzi telefonici e un sacco di magici intrugli a base di Nesquik. Poi, quando torna a casa la sera, la mamma ha sempre le storie dell'ufficio da raccontarci o episodi di quando era piccola e faceva esplodere i petardi in mezzo allo sterco delle vacche.

Non credo che Balthazar sia di sesso maschile, contrariamente a quanto ci aveva assicurato il negoziante.

Stasera è Natale e Balthazar ha partorito nove larve rosee e lisce. La mamma non è ancora tornata, ha telefonato per avvisare che doveva ancora comprare qualcosa per la cena della Vigilia. Io e Mathilde avevamo pensato di farle una sorpresa. Abbiamo riassettato la nostra camera, passato l'aspirapolvere, apparecchiato la tavola, siamo andate a cercare la tovaglia bianca damascata, regalo di Mamie Dou, e i tovaglioli in tessuto che la corredano, abbiamo tirato le tende perché il salotto sembri più accogliente, come dentro una conchiglia, grazie alla ghirlanda luminosa che lampeggia sopra l'abete. Abbiamo preparato un sacco di regali, avvolti nella carta crespa. Mentre Mathilde è scesa al bazar sotto casa per comprare qualche candela dorata, io sono entrata in camera per infilarmi la gonna rosa, un regalo di Marion, la figlia della vicina. (Marion è bellissima, indossa sempre vestiti alla moda, gonne lunghe e pullover di tutti i colori: quando non le vanno più, me li regala.) Nel silenzio, ho sentito degli squittii molto flebili, quasi impercettibili: piccole grida che provenivano dalla gabbietta di Balthazar. Ho sollevato il cotone idrofilo e incollate al suo ventre ho scoperto nove palline rosa prive di peli. Si distinguono a malapena dei puntini neri, devono essere gli occhi. Le ho contate. Nove. Mi sono sembrate troppe. Voglio dire, per un solo topino. È vero che avevo notato che Balthazar era un po' ingrassato negli ultimi tempi, ma la mamma aveva detto che è normale ingrassare un po' durante l'inverno, anche a lei capita la stessa cosa. Ho preso l'enciclopedia dei mammiferi che Mamie Dou mi ha regalato il Natale scorso, ma non ho fatto in tempo ad aprirla. Ho sentito la chiave di Mathilde girare nella serratura. Solo allora, di colpo, ho capito che avevo commesso una grossa sciocchezza e che di conseguenza mi trovavo in una situazione molto delicata. Non credo che la mamma abbia menzionato nove topini nella lista dei regali di Natale. Non penso che possano rientrare fra le sorprese allo stesso titolo del coccodrillo di perle che le ho confezionato. Mi sono immaginata la sua sfuriata. Perché la mamma, quando si arrabbia, fa sul serio. Soprattutto quando è stanca o la metropolitana è in sciopero o quando il suo capo, Nicole, l'ha pressata di richieste per tutto il giorno e lei ne ha piene le scatole.

Mathilde appena entrata in camera si è fermata di colpo. La gabbietta era aperta, ha capito tutto, subito. Mi ha lanciato un'occhiata torva, quasi sinistra.
«Elsa, li hai messi insieme?»
«Solo un momento.»
Mathilde frequenta le superiori e ha una mente pragmatica. È corsa al telefono per chiamare la sua amica Cécile, che di topini se ne intende, visto che il padre ha un negozio di animali sul lungosenna. Cécile ha detto che non c'erano molte alternative. Bisogna prendere del cotone e impregnarlo di etere o candeggina oppure di un solvente e metterci dentro i cuccioli. Si addormentano e non si svegliano più. Mathilde ha una mente pragmatica, ma piange per un nonnulla quando guardiamo i cartoni animati o i telefilm, la mamma dice che è troppo sensibile per la sua età. Si è voltata verso di me, allora ho capito. È andata in bagno, l'ho sentita aprire e richiudere le ante, è ritornata con un pacco di cotone idrofilo e una bottiglia in mano, che mi ha teso con un'espressione che non ammetteva repliche. So che nella vita bisogna rispondere delle proprie azioni, soprattutto se si sono commesse delle sciocchezze. La signora Vedel dice sempre che non basta scusarsi o chiedere perdono, bisogna cercare di rimediare. Non vedo in che modo si possa rimediare a nove minuscoli topini appena partoriti dalla pancia di Balthazar. Non vedo nemmeno in che modo potrei uccidere nove minuscoli topini la sera di Natale, prima che la mamma torni a casa. Natale è la festa per la nascita di Gesù, che ci crediamo o no. Natale è la festa della pace e dell'amore, ce lo ha detto la signora Vedel. (Senza parlare di Balthazar, che porta il nome di uno dei re Magi.) Mathilde mi ha lasciata in camera da sola perché sbrigassi io il lavoro sporco. Si è chiusa la porta alle spalle. È squillato il telefono, era di nuovo la mamma. Mathilde mi ha gridato da dietro la porta: «Sarà qui tra dieci minuti». Ho aperto l'enciclopedia dei mammiferi. Il topo è un roditore (Muridi) della stessa famiglia del ratto. Ha una vita media di due anni e la gravidanza dura dai diciotto ai ventun giorni. In un anno, un femmina topo può partorire otto volte, figliando dai cinque ai dieci cuccioli a ogni parto.

Sul retro della cartolina, papà aveva annotato il suo indirizzo. Non gli abbiamo mai risposto.
Una volta, la mamma ha detto a Mamie Dou che papà se n'era andato perché non sopportava la promiscuità (sono andata a guardare nel vocabolario, lo faccio spesso per imparare parole nuove).

Sono uscita dalla camera, avevo l'aria afflitta, ne sono sicura, perché mi piace molto questa parola, afflitta, è molto simile ad abbattuta, s'intuisce subito che qualcosa di grave è accaduto, non appena le si pronuncia. Ho gettato un voluminoso pacco di cotone nella pattumiera. Ho preso il detersivo per i piatti per lavarmi le mani, avevo l'aria di qualcuno che ha appena commesso qualcosa di irreparabile, ne sono sicura, ho stretto le mascelle con tutte le mie forze, come si vede nei film, Mathilde mi guardava. Non ha fatto domande. Ho sentito il rumore dell'ascensore.
Quando è entrata in casa, la mamma era bella e profumata, calzava le scarpe con i tacchi più alti che aveva e indossava l'ampio cappotto nero con il collo di pelliccia, sembrava una principessa russa. Sono sicura che ha un amante o uno spasimante, perché, spesso, quando squilla il telefono, la sua voce si addolcisce mentre dice: «Ti richiamo quando le bambine sono a dormire». Sono settecentotrenta giorni che papà se n'è andato.
Per la cena della Vigilia abbiamo mangiato tartine con uova di lompo (volevo contarle, ma la mamma non ha voluto), lasagne ai frutti di mare e insalata primavera, come dessert mamma aveva comprato una vaschetta di gelato ai nostri gusti preferiti.
Finito di cenare, ho annunciato solennemente che avrei scritto una cartolina a papà, perché ho letto in un libro che per Natale bisogna fare una tregua, anche quando si è in guerra.

Caro papà,
spero che tu stia bene. Qui, da noi, è Natale e forse questa notte nevicherà. Se per caso tu volessi tornare, ti avviso che ci sono stati dei cambiamenti che rischiano di lasciarti a bocca aperta, nel caso in cui non apprezzassi la promiscuità. Stasera, in casa, siamo in quattordici (non conto lo spasimante di mamma, perché non si è ancora presentato). Secondo i miei calcoli, l'anno prossimo dovremmo essere circa ventitremilaquattrocentotrenta. E l'anno dopo ancora intorno ai quaranta milioni.
Credevo di avere un cuore arido, per via dei calcoli che si susseguono nella mia testa. Invece, il mio cuore è grandissimo. Davvero. Più vasto della moltiplicazione più vertiginosa.
Non ce l'ho fatta a uccidere i topini.
Baci.
Elsa.

 

Une nuit de Noël, Papa est parti. Je crois qu'il a laissé un mot. Il n'a rien emporté. Le lendemain Maman a dit qu'il était sans doute à l'autre bout du monde. J'ai regardé dans un livre. De l'autre côté, c'est l'Australie. A 20 000 kilomètres. 12 730 si on passe par le centre de la terre. L'année dernière, papa nous a envoyé une carte postale d'Indonésie. J'ai repris l'atlas pour évaluer la distance qu'il avait parcourue, et celle qu'il lui restait pour nous retrouver. Je sais résoudre les équations à trois inconnues, multiplier avec plusieurs chiffres (avant et après la virgule) diviser le plus petit par le plus grand, je sais calculer le cosinus d'un angle, la longueur de l'hypoténuse, je connais les nombres relatifs, les racines carrées, la propriété de Thalès, le théorème de Pythagore, j'apprends ça dans les livres de Mathilde quand je m'ennuie. Mathilde c'est ma sœur. Elle n'aime pas ça, que je regarde dans ses livres, alors je les cache sous mes draps, avant qu'on éteigne la lumière. Dans le noir je ne bouge plus d'un millimètre, je guette la régularité de son souffle, j'attends quelques minutes et puis j'attrape la lampe de poche glissée sous mon oreiller. Mathilde quand elle se fâche elle m'appelle Madame Super Q.I, avec un ton qui vient de très haut, elle jette mes baskets à travers la chambre, et puis ma collection de cailloux pointus, et puis mon cahier où j'écris les chiffres que je préfère et aussi mes secrets. A cause de moi elle s'est fait coller plusieurs fois, parce que parfois j'oublie de remettre son livre de maths dans son sac. Quand elle est en colère elle dit qu'elle en a marre-mais-marre-mais-marre-mais-marre de moi, et puis après elle me demande pardon, parce qu'elle sait que mes yeux je ne les ai pas choisis, ces yeux qui me mangent le visage, et qui engloutissent tout, et que je donnerais tous les livres pour être comme les autres, dans cette innocence, que je donnerais tous les livres pour croire encore au père Noël.
Maman elle dit que je sais trop de choses. Et puis que c'est dangereux de grandir trop vite, parce qu'après le cerveau prend toute la place. Madame Vedel m'a fait faire des tests mais maman a refusé que je saute une deuxième classe. Moi ça m'est égal. Ici ou ailleurs, la vue est la même. Je regarde par la fenêtre, les arbres nus, la grande cour quand elle est vide, les lignes blanches du terrain de basket, quelques papiers froissés qui traînent et la lumière blanche de l'hiver. Dans la rue, je m'arrête devant les vitrines illuminées, j'observe la buée qui sort de ma bouche, je cherche autour de moi quelque chose qui échapperait à la connaissance, à la mémoire, quelque chose qui ne se calculerait pas, ne se formulerait pas, ne s'expliquerait pas. Madame Vedel nous demande d'apprendre par cœur des poésies ou bien des règles de grammaire ou bien des tables de multiplication mais moi je sais qu'on apprend avec la tête et pas avec le cœur.

Et mon cœur parfois je me demande si je ne l'ai pas perdu, s'il reste une petite place, à l'intérieur de moi, avec tous ces chiffres, exponentiels. Parfois mon cœur j'ai peur qu'il n'en reste plus, ou alors un tout petit, rabougri, sec.

La souris blanche de Mathilde s'appelle Pocus et la mienne Balthazar. Balthazar je sais qu'il s'ennuie tout seul dans sa cage, alors parfois quand maman et Mathilde ne sont pas là, je les mets ensemble, pour qu'ils discutent. Je trouve ça trop triste, d'être tout le temps tout seul. Nous, même si on est triste que papa soit parti, ce n'est pas pareil, parce que Mathilde quand elle rentre elle met des disques, et on danse toutes les deux devant le miroir de sa chambre, et puis on fait des farces au téléphone et plein de potions magiques à base de Nesquick. Et puis maman le soir elle a toujours des tas d'histoires de son travail à nous raconter, ou alors des histoires de quand elle était petite et qu'elle faisait exploser des pétards dans les bouses de vache.

Je ne crois pas que Balthazar soit de sexe masculin. Contrairement à ce que nous avait dit le marchand.

Ce soir, c'est Noël et Balthazar a accouché de neuf larves roses et lisses. Maman n'est pas encore rentrée, elle a téléphoné pour dire qu'elle avait quelques courses à faire pour le réveillon. Avec Mathilde on avait prévu de lui faire une surprise. On a rangé notre chambre, passé l'aspirateur, on a mis la table, on est allées chercher la nappe blanche damassée qui vient de chez Mamie Dou, et les serviettes en tissu qui sont assorties, on a fermé les rideaux pour que le salon paraisse plus chaleureux, comme à l'intérieur d'une coquille, avec la guirlande lumineuse qui clignote sur le sapin. On a préparé plein de cadeaux emballés dans du papier crêpon. Mathilde est descendue au bazar pour acheter des bougies dorées, je suis entrée dans la chambre pour enfiler ma jupe rose, celle qui vient de Marion, la fille de la voisine. (Marion, elle est trop belle, elle a toujours de beaux habits, des jupes longues et des pulls de toutes les couleurs, et quand ils ne lui vont plus, elle me les donne. Dans le silence j'ai entendu des petits cris, vraiment tout petits, à peine audibles, des cris minuscules qui venaient de la cage de Balthazar. J'ai soulevé le coton hydrophile, et j'ai découvert, collées contre son ventre, neuf boules roses, sans poil. On distingue juste des petits points noirs, ce doit être leurs yeux. J'ai compté. Neuf. Ça m'a paru beaucoup. Je veux dire pour une seule souris. C'est vrai que j'avais remarqué que Balthazar avait un peu grossi, ces derniers temps, mais maman elle dit que c'est normal de grossir un peu l'hiver, d'ailleurs elle c'est pareil. J'ai attrapé l'encyclopédie des mammifères que Mamie Dou m'a offerte, à Noël dernier, mais je n'ai pas eu le temps de l'ouvrir. J'ai entendu la clé de Mathilde dans la serrure. Et alors, là, d'un seul coup, j'ai compris que j'avais fait une grosse bêtise et que par conséquent j'étais dans une situation très délicate. Je ne pense pas que maman ait mentionné neuf souris dans sa liste de Noël. Je ne pense pas que cela puisse faire partie des surprises au même titre que le crocodile en perles que je lui ai fabriqué. J'ai imaginé l'engueulade de maman. Parce que maman, quand elle se fâche, c'est pour de vrai. Surtout quand elle est fatiguée ou qu'il y a grève dans le métro, ou quand sa chef Nicole lui a demandé des tas de trucs toute la journée et qu'elle en a plein les jambes.
A peine entrée dans ma chambre, Mathilde s'est arrêtée net. La cage était ouverte, elle a vu tout de suite. Elle m'a jeté un œil noir, mais alors là vraiment très noir.
- Elsa, tu les as mis ensemble ?
- Un tout petit peu.
Mathilde elle est au collège, elle a l'esprit très pragmatique. Elle s'est précipitée sur le téléphone pour appeler sa copine Cécile qui s'y connaît vraiment beaucoup en souris parce que son père tient une animalerie sur les quais. Cécile a dit qu'il n'y avait pas trente-six solutions. Il faut prendre du coton et l'imbiber avec de l'éther ou bien de l'eau de javel ou bien du dissolvant et mettre les bébés dedans. Ils s'endorment et ne se réveillent jamais. Mathilde elle est très pragmatique mais elle pleure pour un oui ou pour un non quand on regarde des dessins animés ou des séries à la télé, maman dit qu'elle est trop sensible pour son âge. Elle s'est retournée vers moi et j'ai compris. Elle s'est dirigée vers la salle de bain, je l'ai entendue ouvrir et refermer les placards, elle est revenue avec un paquet de coton et une bouteille à la main qu'elle m'a tendus avec un air qui dissuadait toute forme de contestation. Je sais que dans la vie il faut assumer les choses qu'on fait surtout quand ce sont des bêtises. Madame Vedel elle dit que ce n'est pas le tout de s'excuser ou de demander pardon, il faut essayer de réparer. Je ne vois pas très bien comment on peut réparer neuf minuscules souris qui sont sorties du ventre de Balthazar. Je ne vois pas très bien non plus comment je pourrais tuer neuf minuscules souris le soir de Noël avant que maman rentre. Noël qui est la fête de la naissance de Jésus, qu'on y croit ou non. Noël qui est la fête de la paix et de l'amour, c'est Madame Vedel qui nous l'a dit. (Sans parler de Balthazar qui porte le nom de l'un des rois Mages). Mathilde m'a laissée toute seule dans la chambre, pour faire le sale travail. Elle a refermé la porte derrière elle. Le téléphone a sonné, c'était encore maman. A travers la porte Mathilde m'a crié : elle est là dans dix minutes. J'ai ouvert l'encyclopédie des mammifères. La souris est un rongeur (muridés) voisin du rat. Elle a une espérance de vie moyenne de deux ans et sa gestation varie entre dix-huit et vingt et un jours. En une année, une souris peut avoir huit portées de cinq à dix petits.

Au dos de la carte, papa avait mis son adresse. On n'a jamais écrit.
Une fois maman avait dit à Mamie Dou que papa était parti parce qu'il ne supportait pas la promiscuité (j'avais regardé dans le dictionnaire, je le fais souvent pour apprendre des nouveaux mots).

Je suis sortie de la chambre, j'avais l'air affligé, j'en suis sûre, parce que j'aime bien ce mot, affligé, c'est comme consterné, on sent tout de suite quelque chose de grave, quand on les dit. J'ai jeté un gros paquet de coton dans le vide ordure. J'ai pris le liquide vaisselle pour me laver les mains, j'avais l'air de quelqu'un qui vient de commettre l'irréparable, ça j'en suis sûre, j'ai serré la mâchoire de toutes mes forces, comme dans les films, Mathilde me regardait. Elle n'a pas posé de questions. J'ai entendu le bruit de l'ascenseur.
Quand maman est rentrée elle était belle et parfumée, elle avait mis ses talons qui sont très hauts et son grand manteau noir avec de la fourrure au col, on dirait une princesse russe. Je suis sûre qu'elle a un amoureux ou un soupirant, parce que souvent quand le téléphone sonne elle prend sa voix très douce et elle dit je te rappelle quand les filles seront couchées. Ça fait sept cent trente jours que papa est parti.
Pour le réveillon on a mangé des tartines avec des œufs de lump dessus (j'ai essayé de les compter mais maman n'a pas voulu), des feuilletés aux fruits de mer et de la salade de plusieurs couleurs, et pour le dessert maman avait acheté des glaces à nos parfums préférés.

Après le dîner j'ai annoncé solennellement que j'allais écrire une carte à papa, parce que j'ai lu dans un livre que pour Noël il faut faire une trêve, même quand c'est la guerre.

Cher papa,
J'espère que tu vas bien. Nous ici c'est Noël et il va peut-être neiger cette nuit. Si jamais tu veux revenir, je te préviens qu'il y a eu quelques changements qui risquent de t'étonner si tu n'aimes pas tellement la promiscuité. Ce soir nous sommes quatorze à la maison (je ne compte pas le soupirant de maman, il n'est pas encore venu). D'après mes calculs, nous serons environ vingt trois mille quatre cent trente l'an prochain. Et à peu près quarante millions l'année d'encore après.
Je croyais que j'avais un cœur tout racorni, à cause des calculs qui se font dans ma tête. Mais en fait j'ai un cœur qui est vraiment gigantesque. Plus gros que la plus vertigineuse des multiplications.
Je n'ai pas pu tuer les souris.
Je t'embrasse.
Elsa

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