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ADDOMESTICARE LA VITA: SOCIETà E FAMIGLIA

Inedito

25 MAGGIO AFFETTI - Addomesticare la vita: società e famiglia

Legge: Michela Marzano

Tutto ciò che accade ci tocca. Attraverso il filtro della nostra affettività. Attraverso una rete sottile di emozioni e di passioni che rinviano alla nostra intimità, ma che si trasformano a seconda del contesto sociale nel quale viviamo. Affetti ed emozioni parlano in prima persona. Ma si esprimono sempre all'interno di una trama di significati che sfugge al nostro controllo. Quando entriamo in relazione con gli altri, non possiamo mai uscirne completamente indenni. La nostra affettività si scontra con la realtà del mondo. Con la materialità del nostro corpo. Con la resistenza che gli altri oppongono al nostro desiderio. E il mondo non esita ad addomesticare la vita obbligandoci, molto più spesso di quanto non si creda, a reprimere i nostri sentimenti, a renderci conformi alle aspettative degli altri, a sottometterci al giudizio della società. Che si tratti della gioia o del dolore, l'espressione dei nostri affetti dipende dagli usi e dai costumi della comunità cui apparteniamo. Anche il piacere e il desiderio non sfuggono mai completamente al rimprovero di coloro che ci circondano: le nostre emozioni devono emergere rispettando i codici culturali del gruppo cui apparteniamo. Lo sguardo attento dei nostri genitori, dei nostri figli, dei nostri partner e dei nostri colleghi ci spinge all'uniformità. Come conciliare allora autenticità e conformismo, unicità e identità, passioni e ragioni?
L'affetto è un moto dell'anima. Un movimento spontaneo. È attraverso gli affetti che ci leghiamo a qualcuno o a qualcosa. Che si tratti di un'azione, di un evento o di un semplice gesto, tutto quello che facciamo possiede una coloritura affettiva. La tenerezza, l'attaccamento, la devozione, l'amore, la rabbia, l'invidia, la gelosia... tutto rinvia all'affettività, ai processi di strutturazione psichica che cominciano al momento della nascita e si prolungano poi per tutta la vita. L'affetto si vive, si sente. Più di quanto non si pensi e non si dica. Anche quando ci sforziamo di tradurre in parole quello che proviamo. Anche quando la parola cerca di contenere i nostri affetti per evitare che sfuggano, per investirli della nostra soggettività. Anche quando il discorso si sforza di "trattenere" l'istante per fornirgli la traccia di un'iscrizione. Ma come vivere e sentire i propri affetti quando le norme sociali e familiari sembrano volerli addomesticare?

Le regole le conosciamo tutti. Ognuno di noi sa che, per poter vivere nel mondo, deve imparare a costruire relazioni durabili e deve opporsi alla vacuità degli affetti. Ognuno di noi è consapevole che, per non essere considerato schiavo delle proprie passioni, deve evitare di cedere agli eccessi delle emozioni, imparando che solo la ragione e l'esperienza ci permettono di distinguere il Bene dal Male. Crescere significa fondare una famiglia e accettare le regole del vivere-insieme. Maturare, quando si è una donna, significa assumere ciò che alcuni continuano a chiamare la "necessità biologica" del procreare e del prendersi cura dei figli. "Sol chi non lascia eredità d'affetti poca gioia ha nell'urna" scriveva Foscolo. Ma quale eredità lasciano le nostre emozioni più profonde? Come si può restare fedeli ai nostri affetti senza imprigionarli nella tomba del consenso pubblico?

La vita è movimento. È nel movimento che ognuno di noi esprime la potenza del proprio essere e cerca di lasciare una traccia di sé, attraverso i propri gesti e i propri discorsi. Parole e affetti si incrociano costantemente: parole che dicono gli affetti; affetti che fanno le parole. "Dietro ogni pensiero si nasconde un affetto", scriveva Nietzsche. I nostri pensieri sono sempre segni di un gioco più grande di noi, di una lotta di affetti e di emozioni che non possiamo controllare. A differenza di Cartesio, secondo il quale la forza dell'anima consiste nel vincere le emozioni e arrestare i movimenti del corpo che le accompagnano, Nietzsche considera gli affetti come le radici profonde del nostro agire. Il nostro essere al mondo, per Nietzsche, è sempre caratterizzato da mutevoli tonalità affettive, anche quando non ne capiamo il significato profondo. Lo stato di servitù nel quale si trova l'uomo non è legato alla dipendenza emotiva. Al contrario. La servitù è il prezzo che si paga quando ci si illude di poter controllare i nostri affetti, quando si pensa che la ragione deve essere sovrana, quando si cerca la saggezza estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto. "La ragione è e deve essere schiava della passioni", aveva già detto Hume. La repressione degli affetti ha come conseguenza immediata lo sviluppo delle nevrosi, spiegherà più tardi Freud.

Vivere significa essere nell'azione, aderire all'esistenza, adottare un'attitudine particolare. La vita non ha un significato univoco. Ha il senso che ciascuno di noi è capace di darle. "Ama la vita più del suo senso, e anche il senso ne troverai", scrive Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. Ma come trovare il senso della vita quando le norme sociali l'addomesticano, quando la famiglia e la società non permettono ai nostri affetti di emergere liberamente? È possibile vivere in società senza sradicare definitivamente i nostri affetti?

Ogni essere umano ha un percorso storico complesso. Nessuno di noi è un semplice agente razionale, capace di scegliere e agire solo dopo aver calcolato in modo esatto i costi e i benefici delle proprie azioni. Quando entriamo in relazione con gli altri, lo facciamo sempre a partire dalla nostra interiorità affettiva. Che piaccia o meno, siamo tutti in balia dei nostri affetti e delle nostre emozioni. Anche se l'"astuzia della ragione" consiste nel farci credere che sappiamo sempre, dall'inizio alla fine, ciò che vogliamo, esiste un'opacità strutturale del nostro desiderio che ci impedisce di sapere veramente quello che vogliamo, di volere veramente quello che diciamo di volere.
L'intensità degli affetti viene percepita da ciascuno, ad ogni istante della vita. Nonostante tutti gli sforzi che possiamo fare, però, il loro significato continua a sfuggirci. Quando ci innamoriamo di qualcuno, ad esempio, non sappiamo mai bene perché sia proprio quella persona lì che amiamo e non un'altra. "È perché è lui, è perché sono io", diceva Montaigne parlando della sua amicizia con Étienne de La Boétie, proprio per mostrare come sia impossibile spiegare le ragioni del nostro amore. Freud direbbe che amiamo qualcuno perché ci ricorda l'oggetto del nostro primo grande amore, colui o colei che abbiamo amato quando eravamo piccoli. Secondo il padre della psicanalisi, "trovare" un oggetto d'amore, significa sempre e solo "ritrovare" l'oggetto perso quando eravamo bambini. È per questo che, molto spesso, dietro l'amore si nasconde qualcos'altro: la voglia di rivivere un certo numero di gioie e di dolori del passato; talvolta, paradossalmente, il bisogno di ripetere ancora una volta gli stessi errori... Ma l'amore non è un'eccezione. È solo l'esempio paradigmatico di quello che succede ogniqualvolta si parli di affetti e di emozioni. È un esempio dell'estrema complessità della natura umana, dell'ambivalenza strutturale che ci caratterizza tutti, e che ci spinge a cercare coerenza e razionalità anche quando vorremmo lasciarci andare al flusso inarrestabile delle nostre passioni.

Basta osservare ciò che accade intorno a noi, per rendersi conto che nessuno è in grado di seguire con coerenza un insieme di principi stabiliti una volta per tutte. Ognuno di noi evolve nel corso del tempo. I nostri affetti si trasformano, cambiano, si contraddicono. Soprattutto quando siamo combattuti fra un "io ideale" che ci spinge a domandarci che tipo di vita condurre e "io reale" che ci interroga riaguardo a ciò che desideriamo davvero. A volte siamo lacerati tra il desiderio di esporci, scegliere, costruire il nostro destino, e il bisogno di "ritirarci" in noi stessi, di non scegliere, di abbandonarci all'estro del momento. Non smettiamo mai di riflettere sulla nostra vita. Ma ogni volta che riflettiamo ci scontriamo anche con la difficoltà di sapere esattamente quello che vogliamo. "Con estrema lentezza attraversiamo l'infanzia e l'adolescenza, diventando così agenti autonomi" scrive Charles Taylor. Ma questa autonomia non ci mette mai definitivamente al riparo dalle contraddizioni. Cresciamo, maturiamo, invecchiamo. E spesso la vita ci mette in crisi. Perché, cambiando e maturando, ci rendiamo conto che il nostro desiderio è opaco, che le persone che amiamo sono in fondo diverse da quello che pensavamo, che noi stessi non siamo più quei bambini obbedienti e precisi che i nostri genitori volevano farci diventare. Anche quando "sentiamo qualcosa", non sappiamo mai esattamente di che cosa si tratti. L'inconscio si "agita" in ognuno di noi attraverso gli affetti. E l'affetto, quello che spesso emerge nei nostri sogni, "ha sempre ragione"...
Il problema della vita non è soltanto sapere dove siamo, ma anche dove andiamo. È un problema di orientamento: riuscire a capire se siamo vicini o lontani rispetto agli obiettivi che ci siamo fissati. Ma quali obiettivi ci prefiggiamo veramente? Come possiamo vivere senza limitarci semplicemente a recitare un ruolo imparato a memoria? Come possiamo evitare che la società addomestichi definitivamente la nostra esistenza? Come trovare un equilibrio tra gli affetti che talvolta possono essere debordanti, presentarsi "allo stato brado", e farci precipitare nell'angoscia, e la ragione che può, al contrario, paralizzare le nostre emozioni e interrompere il movimento della nostra vita?

Nelle società tradizionali e patriarcali, non c'era spazio per la singolarità individuale. Tutti dovevano condividere gli stessi sentimenti. Tutti dovevano obbedire agli stessi valori. Il controllo sociale era rigido, rigoroso. La solidarietà, come spiega Emile Durkheim, era "meccanica". Le donne dovevano accontentarsi di procreare e di gestire la vita domestica, lasciando agli uomini la gestione della "cosa pubblica". Obbedienti, silenziose e fedeli, dovevano sottomettersi ai mariti, accettare il "dovere coniugale", restare degne e reprimere affetti e pulsioni. Freud ha lungamente descritto le conseguenze, per le donne, di questa rigida sottomissione. Quando il padre della psicanalisi comincia a interessarsi alle "isteriche" - le donne della buona società che soffrivano di paralisi degli arti, cecità o perdita della capacità di parlare senza alcuna spiegazione di ordine somatico o fisico -, l'era vittoriana stava per chiudersi e l'Europa viveva l'apoteosi del puritanesimo borghese, che, nel nome dell'ordine, imponeva forti restrizioni alle pulsioni sessuali. Questo puritanesimo naturalmente poteva trionfare solo perché funzionava su un duplice registro: l'essere e l'apparire; l'invisibile e il visibile; il privato e il pubblico. Solo gli uomini potevano, però, vivere una doppia vita: fare pubblicamente l'elogio della virtù e frequentare di nascosto le case di tolleranza. Per le donne, non c'era nessuna possibilità di aggirare le regole sociali. Caste e pure, dovevano reprimere pulsioni e affetti. Anche a costo di ammalarsi, di diventare "isteriche".

Nelle società contemporanee la situazione, almeno in teoria, è cambiata. Progressivamente, emerge una nuova forma di organizzazione, una "solidarietà organica", per utilizzare ancora una volta le parole di Emile Durkheim: ognuno può finalmente esistere indipendentemente dagli altri, anche se è con gli altri che deve collaborare perché la sociétà possa sussistere. In teoria, non abbiamo più bisogno di condividere tutti gli stessi valori e di aderire tutti alle stesse credenze. In teoria, possiamo seguire i nostri desideri ed evitare di reprimere sistematicamente i nostri affetti. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, persino le donne acquistano una cittadinanza piena. Dopo secoli di segregazione, godono finalmente degli stessi diritti e della stessa dignità degli uomini. Possono laurearsi, diventare manager, assumere responsabilità. Possono diventare medici, giudici, professori universitari. Possono scegliere se essere o meno madri. Possono amare un uomo e poi lasciarlo. Possono amare una donna e voler vivere con lei tutta la vita. Oltre agli affetti familiari, quelli che ci legano ai nostri genitori e alla nostra famiglia - e che dovrebbero permettere ad ognuno di noi di accedere all'equilibrio affettivo assicurandoci stabilità e protezione - esistono, sempre in teoria, altri legami e altri affetti. Ognuno sembra finalmente avere la possibilità di scegliere gli amici e gli amanti che vuole. Sulla base dei propri valori e delle proprie credenze, che possono essere diversi dai valori e dalle credenze di coloro che ci circondano.
Ma quando si passa dalla teoria alla pratica, quando si analizza la realtà, che cosa resta di questa libertà e di questa autonomia? In realtà, ben poco. Nonostante tutto, la nostra società è ancora tradizionale, patriarcale e retrograda. Basti pensare alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, al rifiuto della differenza, all'emarginazione degli omosessuali, all'ostilità nei confronti degli stranieri. Perché tante donne vengono giudicate ‘fallite' o ‘incomplete' quando non hanno figli? Perché molte adolescenti pensano che l'unico modo per avere successo nella vita sia essere belle? Perché il corpo della donna continua ad essere mercificato? Perché stiamo assistendo al ritorno di un'ideologia retrograda che vorrebbe spostare l'orologio indietro e rimettere in discussione le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta?

Per vivere in società non si può certo dare libero corso a qualunque tipo di pulsione. La tendenza a soddisfare i propri bisogni a spese del prossimo, sfruttandolo e utilizzandolo a nostro uso e consumo deve poter essere combattuta per permettere alla civiltà di non cedere il passo alla barbarie. È per questo che, nei Tre Saggi sulla teoria sessuale, Freud affronta un punto cruciale dello sviluppo individuale, e argomenta la necessità di immaginare dei "confini psichici" in grado di strutturare l'individuo, permettendogli di trovare una sorta di equilibrio di fronte alla violenza delle pulsioni. Parlando di pudore, disgusto e compassione, Freud spiega la necessità, per contenere aggressività e crudeltà, di contenere le pulsioni. Questo, però, non significa addomesticare la vita e cancellare gli affetti. Al contrario: talvolta è proprio quando si cercano di soffocare le emozioni e le pulsioni, dimenticando l'intrinseca fragilità umana, che la civiltà soccombe.
Credere che la ragione, la razionalità e il senso del dovere siano l'unico modo per evitare la deriva della barbarie pulsionale, significa aprire la porta ad una barbarie ancora più pericolosa, una barbarie che, in nome dei valori più nobili dell'umanità, dimentica ogni forma di compassione, e comincia a trattare gli esseri umani come semplici oggetti, docili e sotto controllo. La storia lo insegna. L'umanità dell'uomo è stata spesso oltraggiata proprio in nome di un certo tipo di ideali - la purezza della razza, la santità, il sapere, lo Stato. In nome della religione e del bene, l'Inquisizione ha condannato al rogo gli eretici, illudendosi così di poter cacciare Satana; in nome di un sangue nobile, il Ventesimo secolo ha assistito inerme allo sterminio di ebrei, zingari, armeni, tutsi; in nome del bene supremo dello Stato, i totalitarismi hanno eliminato ogni forma di dissenso, inviando i condannati nei campi di lavoro, torturando e uccidendo.
Nonostante tutto, la questione cruciale che si pone di fronte ognuno di noi è sempre la stessa: come conciliare ragione e sentimenti? Come contenere i nostri affetti senza addomesticare la vita? Come vivere in società senza rinunciare ai nostri desideri? "Ai posteri l'ardua sentenza", scriveva Manzoni. Cerchiamo, però, di non dimenticare mai che tutto ciò che accade ci tocca, ci emoziona, è un moto dell'anima, e che, nonostante tutto, dietro ogni pensiero si nasconde un affetto...

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