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ATTUALITà DI ADAM SMITH

Inedito

27 MAGGIO DENARO - Giro di vite: idee che muovono il mondo

Legge: Amartya Sen

Il XVIII secolo ha visto una straordinaria fioritura del pensiero razionalista applicato all'analisi e allo studio della vita umana in generale e delle relazioni sociali in particolare. Ciò vale soprattutto per l'attività speculativa che caratterizza l'Illuminismo europeo, anche se, come ha mostrato Isaiah Berlin, al vasto panorama intellettuale dell'epoca contribuirono numerosi altri elementi. Adam Smith figura senza dubbio tra coloro che si sono dedicati in modo sistematico all'analisi delle società nel segno dell'Illuminismo europeo.
Non che nella storia mondiale il pensiero razionalista non si fosse già fatto sentire. L'analisi razionale accompagna come un'autentica tradizione la storia di molti grandi paesi, in tutto il mondo: in India, per esempio, sofisticate scuole di pensiero analitico hanno esercitato notevole influsso a partire almeno dall'VIII secolo a.C., e di riflessione analitica è intriso l'intero crocevia intellettuale del mondo greco e latino. Ma è solo con l'Illuminismo europeo, specialmente nel XVIII secolo, che, nei paesi interessati dalla nuova temperie, l'esigenza di sottoporre ogni cosa a verifica razionale comincia a diventare un tratto dominante della vita intellettuale.
Uno sviluppo cui la piccola Scozia diede, al pari della Francia, notevole impulso. Questo remoto angolo del mondo, infatti, si trovava anch'esso alle prese con il nuovo fenomeno della moderna globalizzazione delle attività commerciali ed economiche. In un saggio del 1750, intitolato Sulla giustizia, David Hume rifletteva sulle ricadute che la crescente universalizzazione delle relazioni umane avrebbe ineluttabilmente finito per comportare e sulle conseguenti trasformazioni del nostro modo di concepire la giustizia:
...Supponete ancora che parecchie società distinte mantengano dei rapporti per il vantaggio e l'utilità che essi potrebbero reciprocamente derivare; i confini della giustizia si allargherebbero ancora, in proporzione alla larghezza delle vedute umane ed alla forza delle connessioni reciproche.1
Nella Teoria dei sentimenti morali - pubblicata nel 1759, quasi esattamente duecentocinquant'anni fa - Smith impegna le proprie risorse intellettuali anche per replicare a David Hume e al suo invito a porre moralità e giustizia in relazione con l'«ampiezza delle vedute umane» e con la «forza delle connessioni reciproche», fattori sulla base dei quali «i confini della giustizia si allargherebbero». Riprenderò questo importante tema di qui a breve. Prima però desidero spendere qualche parola su un fraintendimento, insolitamente pervicace, della posizione di Adam Smith in merito a tre questioni tra loro interconnesse e concernenti l'economia di mercato, i requisiti di razionalità nel comportamento e il ruolo dell'egoismo nel successo dell'economia di mercato e nella creazione di una buona società.

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Al momento della sua morte, avvenuta nel luglio del 1790 a Edimburgo, Adam Smith era più celebre e apprezzato in Francia che in Inghilterra. I rivoluzionari d'Oltremanica, per esempio il Marchese di Condorcet, si richiamavano con frequenza alle idee di Smith, e quella del filosofo ed economista scozzese era una presenza molto solida nei circoli intellettuali francesi. Naturalmente le opere di Smith erano molto lette anche in Inghilterra, e la prima di esse in ordine di tempo, la Teoria dei sentimenti morali (1759), non faceva eccezione, se all'indomani della sua pubblicazione Hume scriveva a Smith da Londra: «Il pubblico pare ansioso di tributare [al Vostro libro] enorme plauso». Tuttavia se sulle posizioni di Smith gli ammiratori francesi delle sue idee radicali avevano già maturato quella che potremmo definire una visione equilibrata (lo consideravano, appunto, un pensatore radicale), in Inghilterra l'immagine, oggi familiare, di uno Smith profondamente conservatore, intemerato araldo delle virtù del mercato (nel suo secondo libro, La ricchezza delle nazioni), era ancora in via di formazione. Tale immagine avrebbe preso quota, fino a diventare l'icona di Smith, solo nei decenni successivi alla scomparsa del filosofo.
Ancora nel 1787, tre soli anni prima della morte di Adam Smith, Jeremy Bentham stigmatizzava l'incapacità smithiana di mettere a fuoco tutte le virtù della libera economia e scriveva al filosofo scozzese una lunga lettera per rimproverargli l'irragionevole avversione al mercato. Invece di rinfacciare al mercato (proponendo di interferirvi) l'incapacità di tenere sotto controllo quelli che definiva «sperperatori e speculatori», Smith avrebbe dovuto lasciarlo operare in autonomia, abbandonando l'idea di una regolamentazione delle transazioni finanziarie da parte dello stato2. Benché così argomentando Bentham mostri di non essere probabilmente riuscito a cogliere la forza del pensiero di Smith in materia (io sono convinto che non la colse), la sua valutazione dello scetticismo di Smith riguardo al mercato non è del tutto peregrina.
Comunque sia, di lì a poco Smith si sarebbe guadagnato l'immagine, che ancora oggi ne costituisce lo stereotipo, del banditore politico di elementari formulette, per lo più in lode del libero mercato; nulla a che vedere con quello che è uno dei più raffinati creatori di teorie sociali ed economiche mai esistiti, un sofisticato pensatore che guarda ai mercati con circostanziato scetticismo e al tempo stesso insiste perché, oltre ai problemi da superare, vengano riconosciuti anche i buoni esiti cui i mercati - e solo i mercati - consentono di approdare.
Ciò che Bentham non era riuscito a compiere per via argomentativa - trasformare senz'altro Adam Smith in un campione del puro capitalismo di mercato - fu realizzato nel XIX secolo attraverso un'errata analisi dell'opera smithiana e un corpus di citazioni estremamente parziale, insensibile a molti altri passi degli scritti di Smith. Questa immagine distorta di Adam Smith, fonte di tanti usi indebiti delle idee smithiane, si sarebbe consolidata nel secolo successivo alla morte del filosofo, per diventare poi canonica nel Novecento. Essa rimane tuttora il modo consueto di inquadrare Smith sia nelle opere dei principali economisti che nelle pagine dei giornali (malgrado le proteste di alcuni importanti specialisti).

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Le tre lezioni che i propugnatori del capitalismo di mercato e del profitto traggono dalla lettura di Smith sono: 1) l'autosufficienza e la natura autoregolativa dell'economia di mercato; 2) l'idea che il profitto sia un movente adeguato per una condotta razionale; 3) l'idea che l'amor di sé sia sufficiente a determinare un comportamento socialmente produttivo. Ovviamente ciascuna di queste concezioni può essere presentata con un corredo di argomentazioni, anche se, a mio giudizio, si tratta di posizioni difficilmente difendibili. L'aspetto più importante, per il tema che stiamo trattando, è però costituito dal fatto che tali tesi non solo non appartengono a Smith, ma sono marcatamente in contrasto con il suo pensiero.
In primo luogo, se è vero che Smith considera i mercati istituzioni di grande utilità, è anche vero che egli insiste con forza sulla necessità di integrarli con altre istituzioni, in particolare con istituzioni statali: il punto di disaccordo con Jeremy Bentham era senza dubbio questo.
In secondo luogo, Smith sostiene la necessità di porre alla base di un comportamento razionale motivi che vadano al di là del profitto e del tornaconto personale. E anzi, la Teoria dei sentimenti morali si apre con la frase seguente: «Per quanto egoista si possa ritenere l'uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l'altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla»3. Con grande finezza Smith identifica varie ragioni per cui gli individui possono provare interesse per la vita degli altri, distinguendo tra simpatia, generosità, senso civico e altre motivazioni.
In terzo luogo, lungi dall'attribuire al perseguimento dell'amor di sé la capacità di dare vita a una buona società, Smith sottolinea la necessità di guardare ad altri moventi, e non solo per la realizzazione di una società decorosa, ma anche per quella di un'economia di mercato florida. Si spinge persino ad affermare che se «la prudenza» è «tra tutte le virtù quella maggiormente utile all'individuo», «l'umanità, la giustizia, la generosità e il senso civico sono le qualità più utili agli altri».
L'interpretazione standard del pensiero smithiano promossa dalla maggior parte degli economisti, e in tal modo filtrata nella cosiddetta «politica della scelta razionale» e nella corrente dominante dell'«analisi economica del diritto», è completamente fuori strada. Ho approfondito il punto nella mia «Introduzione» alle riedizioni commemorative della Teoria dei sentimenti morali apparse nel 2009, in occasione del duecentocinquantesimo anniversario dell'editio princeps, e ho toccato la questione anche altrove, in particolare in Etica ed economia (1987 [ediz. it. 1988]) e nella mia ultima monografia, L'idea di giustizia.

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Torniamo ora alla necessità additata da David Hume di tenere conto degli altri - siano essi soggetti prossimi o remoti - di non ignorare cioè la forza delle mutue connessioni tra gli individui. Il punto concerne la forma e la portata dell'imparzialità nella ricerca della giustizia. Anche se oggi la tesi smithiana che la riflessione razionale debba avere carattere imparziale è meno celebrata degli argomenti addotti da Immanuel Kant in analoga direzione, l'impostazione kantiana e quella di Smith presentano notevoli punti di contatto. In realtà nella lunga impresa che impegnò il mondo dell'Illuminismo europeo a riflettere sull'imparzialità e sui requisiti dell'equità, la teoria smithiana dello «spettatore imparziale» può vantare un certo diritto a essere considerata il punto d'avvio. L'influsso delle idee smithiane non restò circoscritto ai «pensatori illuministi», come Condorcet, che con Smith fu in corrispondenza (e ne tradusse l'opera in francese): la Teoria dei sentimenti morali era nota anche a Immanuel Kant, e l'interesse di Kant per il pensiero smithiano è menzionato in una lettera indirizzata al filosofo tedesco da Markus Herz nel 1771 (anche se per indicare l'orgoglioso scozzese, Herz usa, ahimè, l'espressione «l'inglese Smith»). Siamo diversi anni prima della pubblicazione di classici kantiani quali la Fondazione della metafisica dei costumi e la Critica della ragion pratica, rispettivamente del 1785 e del 1788 (la Teoria dei sentimenti morali è, come già detto, del 1759). Non è quindi improbabile che in Kant abbia trovato eco qualche suggestione smithiana.
Il punto che intendo porre in luce non è però l'eventuale primato di Smith su Kant (ci sarebbe ancora molto da discutere al riguardo), bensì la differenza tra il ricorso smithiano allo strumento dello «spettatore imparziale» e la tradizione teorica del contratto sociale, fondata da Thomas Hobbes nel XVII secolo, sviluppata con forza da Immanuel Kant nel XVIII e organizzata in via definitiva ai giorni nostri da John Rawls con la giustamente celebre teoria della «giustizia come equità». Si può dire che tra l'impostazione contrattualista e la tesi smithiana dello «spettatore imparziale» sussista una forte dicotomia, specie in quanto la tesi del contratto sociale si avvale di quella che può essere definita una «imparzialità chiusa» - nel senso che le opinioni rilevanti sono esclusivamente quelle dei membri di uno stato sovrano - mentre Smith, con il suo spettatore imparziale, mette in campo un'imparzialità aperta, per la quale si tratta di dare voce alle opinioni e alle riflessioni di altri soggetti, non necessariamente appartenenti alla medesima società. Elevando a requisito l'esigenza di prendere in considerazione come le cose apparirebbero a «ogni altro equo e imparziale spettatore», Smith chiama in gioco i giudizi di soggetti disinteressati appartenenti ad altre società, sia lontane che vicine.
Il ricorso smithiano all'espediente dello spettatore imparziale è finalizzato a scongiurare l'eventualità che la riflessione rimanga circoscritta - magari inavvertitamente - alle convenzioni concettuali del luogo, nonché a verificare espressamente, secondo un'autentica procedura, come apparirebbero le convenzioni condivise qualora fossero valutate dalla prospettiva di uno «spettatore» esterno. Smith non manca di segnalare la nutrita presenza di concezioni viziate da ristrettezza di vedute anche in seno a realtà culturalmente privilegiate, notando, per esempio, che nell'antica Grecia i raffinati ateniesi, Platone e Aristotele inclusi, consideravano l'infanticidio con indulgenza, condizionati dalla mancata conoscenza di società in cui tale pratica fosse bandita.
Se la necessità di sottrarsi a ogni possibile ristrettezza di vedute è uno degli argomenti in favore dell'imparzialità aperta, un altro è certamente l'interdipendenza tra gli interessi dei diversi individui. E anzi, all'efficacia di una riflessione «globale» Adam Smith seppe fare proficuo ricorso per analizzare i problemi del suo tempo, come si può ampiamente constatare in tutte le sue opere. Così le nefandezze compiute dalla prima amministrazione britannica in India, compreso quello che più di uno storico ha definito «il salasso del Bengala» (e la conseguente, catastrofica carestia bengalese del 1770), destarono in Smith un aperto e profondo sdegno, come rivela il duro atto d'accusa contro la Compagnia delle Indie Orientali contenuto nella Ricchezza delle nazioni. Nel criticare il modo in cui la Compagnia «opprime e domina nelle Indie orientali» e nel giudicarla «completamente inetta a governare i suoi possedimenti territoriali», Smith non fa riferimento a qualche anomalia rispetto al contratto sociale - nella prospettiva contrattualista, approdare a un giudizio del genere sarebbe stato alquanto difficile - bensì alla feconda prospettiva dello spettatore imparziale, che non confina i giudizi in materia di giustizia entro i limiti di uno stato sovrano.
La questione è decisamente attuale. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la propria economia, per esempio, condiziona non solo la vita degli americani, ma anche quella di chi abita nel resto del mondo. Persino i mutamenti economici nella piccola Grecia possono sconvolgere, come abbiamo visto in questi giorni, i rapporti globali tra popoli assai lontani dalla penisola ellenica. E ancora, l'AIDS e altre malattie infettive si sono propagare da un paese all'altro, da un continente all'altro, e per converso i farmaci inventati e prodotti in certe parti del mondo sono fondamentali per garantire la vita e la libertà a persone che vivono altrove. Lo stesso vale per i problemi ambientali che siamo oggi chiamati ad affrontare, come il surriscaldamento del pianeta, i quali richiedono un confronto globale, più che una strategia d'analisi di estrazione contrattualista, confinata entro i limiti di uno stato sovrano.

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Desidero ora volgere l'attenzione a un aspetto del sistema di convinzioni di Adam Smith che non è stato mai molto rilevato. Mi riferisco alla tendenza smithiana a intendere l'uguaglianza tra le persone non solo in termini di trattamento ricevuto, ma anche in termini di potenziale di base, a prescindere da ogni apparente differenza legata alla razza, all'etnia o alla classe sociale.
Nella Teoria dei sentimenti morali Smith esprime la propria indignazione per l'assunto che l'uomo bianco sia razzialmente superiore ai neri d'Africa. E lo fa ricorrendo a un'affermazione iperbolica: «Non c'è un solo negro della costa dell'Africa che non possieda, sotto questo riguardo, un grado di magnanimità troppo spesso inconcepibile per l'animo del suo sordido padrone». La veemenza di questo intervento sulla questione del razzismo, se si considera che data a oltre un quarto di millennio fa, ha dell'incredibile.
Analogo sdegno suscita in Smith l'abitudine inglese di imputare agli irlandesi la causa delle loro stesse disgrazie, una tendenza inveterata, risalente almeno all'epoca della Regina delle fate di Edmund Spenser (XVI secolo). Durante le tristemente note carestie che colpirono l'Irlanda nel quinto decennio dell'Ottocento (quasi un secolo dopo la Teoria dei sentimenti morali), la tanto spesso propalata tesi inglese secondo cui la causa di simili tragedie andrebbe in buona parte individuata nella cultura irlandese fu rispolverata. Gli irlandesi vennero accusati di indolenza e di altri vizi tradizionalmente loro attribuiti, ma Londra non mancò di indicare nella loro dipendenza dalle patate una vulnerabilità di natura culturale che - si sostenne - aveva concorso direttamente al determinarsi delle grandi carestie di quel decennio. Charles Edward Trevelyan, ministro del Tesoro all'epoca delle carestie d'Irlanda, non riscontrò alcun errore nelle inefficacissime misure varate dagli inglesi per scongiurare la carestia (provvedimenti che, anzi, acuirono il fenomeno), ma colse l'occasione per osservare: «Nella classe contadina dell'Irlanda occidentale è alquanto raro trovare una donna la cui arte culinaria vada al di là della lessatura di una patata».
Questo genere di razzismo culturale, già comune nel XVIII secolo, riusciva irritante a Smith. Per questo, forse, egli ci offre un'accesa e curiosa apologia della patata, in stretta relazione con la difesa del popolo irlandese, nonostante gli mancassero competenze specifiche in materia:
Si ritiene che a Londra i portantini, i facchini, i trasportatori di carbone e quelle donne sfortunate che vivono di prostituzione, forse gli uomini più forti e le donne più belle dei domini britannici, provengano in gran parte dalla più bassa classe del popolo irlandese che generalmente si nutre di questo tubero [scil. la patata]. Nessun altro alimento può fornire una prova più decisiva delle sue qualità nutritive ossia del suo essere peculiarmente adatto alla salute della costituzione umana.

Per capire perché Smith si appassionò tanto al tema, non c'è evidentemente bisogno di lasciarsi convertire dai suoi argomenti a fare della patata la nostra unica fonte nutritiva.
Ma Smith non reagisce solo i contro pregiudizi etnici e razziali. Egli si oppone con fermezza anche all'idea che le fortune degli individui siano il prodotto di qualità innate: sono semmai le fortune, spesso acquisite senza particolari meriti, a generare l'impressione che i loro possessori stiano beneficiando di una speciale natura dovuta a qualità innate. Scrive Smith:

La differenza dei talenti naturali dei diversi uomini è in realtà molto minore di quanto si supponga; e l'ingegno assai differente, che sembra distinguere gli uomini di diverse professioni quando raggiungono la maturità, in molti casi non è tanto la causa quanto l'effetto della divisione del lavoro. La differenza tra i caratteri più dissimili, per esempio tra un filosofo e un facchino, sembra sia imputabile non tanto alla natura quanto all'abitudine, al costume e all'educazione. Appena venute al mondo, e per i primi sei o dieci anni della loro esistenza, queste persone erano forse assai simili, e né i loro genitori né i loro compagni di gioco potevano notare nessuna grande differenza. Attorno a quell'età o poco dopo esse furono destinate ad occupazioni differentissime. La differenza dei talenti si rende allora percepibile e aumenta gradualmente fino al punto che la vanità del filosofo preferisce ignorare qualsiasi somiglianza.

La povertà, sostiene Smith, «non favorisce affatto l'allevamento dei figli». E occorre considerare non solo che nelle famiglie povere la mortalità infantile è assai più elevata, ma anche che «in un suolo così freddo e in un clima così rigido» i talenti hanno poca opportunità di crescere e dare frutto.
Lo svantaggio educativo non condiziona soltanto l'allevamento dei figli, ma anche la vita dei lavoratori più umili. Spiega Smith:
La gente abbiente e di un certo rango raggiunge generalmente i diciotto o diciannove anni di età prima di iniziare quella particolare attività, professione o mestiere, con cui si propone di distinguersi nel mondo. Prima di allora essa ha tutto il tempo di acquisire o per lo meno di rendersi atta ad acquisire in seguito ogni qualità che possa raccomandarla alla pubblica stima o renderla degna di essa [...]. Le cose sono diverse per la gente del popolo. Essa ha poco tempo da dedicare all'educazione. I suoi genitori faticano a mantenerla già durante l'infanzia. Non appena atta al lavoro, essa deve applicarsi a qualche mestiere per guadagnarsi da vivere. Quel mestiere inoltre è generalmente così semplice e uniforme da consentire scarso esercizio all'intelligenza, mentre al tempo stesso, il suo lavoro è così continuo e duro da lasciarle poco tempo disponibile e ancora meno voglia per applicarsi o anche soltanto per pensare a qualcos'altro.

L'importanza del passo non risiede solo nel fatto che Smith enuncia queste essenziali convinzioni per arrivare a conclusioni politiche, per esempio sottolineando la necessità di una buona istruzione universale, ma anche nel fatto che vi emerge la fondamentale avversione smithiana per le ineguaglianze sul fronte delle libertà di cui i vari individui dispongono e dei risultati cui essi approdano. E anzi, persino quando tratta delle regole per moderare i mercati, Smith coglie l'occasione per pronunciarsi nell'interesse dei poveri e degli emarginati, fino a proporre una formula di disarmante semplicità:
Quando il regolamento è a favore degli operai è quindi sempre giusto ed equo; ma esso è talvolta iniquo quando è a favore dei datori.4

Anche se la semplicità delle proposte smithiane per temperare l'economia di mercato può trovarci scettici, e anche se non restiamo del tutto persuasi dalle sue singolari convinzioni su alcuni risvolti empirici (come le prove dello straordinario potere nutritivo della patata), la prospettiva di Adam Smith resta latrice di un egualitarismo ragionato che oggi come un tempo merita la massima attenzione: sovrastimare l'attualità di Smith è pressoché impossibile.



[Note a piè]
1 David Hume, Ricerca sui princìpi della morale, in Saggi e trattati, a cura di M. dal Pra - E. Ronchetti, Torino, UTET, 1974, p. 902.
2 Bentham incluse la lettera nella seconda delle due prefazioni da lui scritte per la seconda edizione del suo Difesa dell'usura, battagliera perorazione dell'economia di mercato contro le leggi dirette a limitare l'usura.
3 Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Milano, Rizzoli, 20094, p. 81.
4 Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Torino, Utet, 19962, pp. 269-270; 93-94; 951-952; 247

The eighteenth century produced a huge flourishing of rationalistic thought in the analysis and understanding of human lives in general and social relations in particular. This was very much a characteristic of the intellectual basis of the European Enlightenment, even though, as Isaiah Berlin has shown, there were also many other elements in the broad current of the intellectual thought of that period. Adam Smith was definitely a dedicated practitioner of reasoned analysis of societies in the dominant spirit of the European Enlightenment.
It is not that rationalistic thought had been absent in the intellectual history of the world. Traditions of rational analysis can be seen in the history of a great many countries across the world: well-developed schools of analytical reasoning had been, for example, a powerful force in India since at least the eighth century B.C., and it also had an enormous presence in the intellectual cross-current of ancient Greece and Rome. But it was only during the European Enlightenment, particularly in the eighteenth century, that the pursuit of rational assessment of everything became a dominating feature of the intellectual life of the countries involved.
Little Scotland served as one of the major hosts of that intellectual development, as much as France did. As it happens, that remote corner of the world was also responding to the newly emerging modern globalization of trade and economic activities. In an essay called "On Justice" written in 1750, David Hume speculated on the inescapable consequences of the increasing global reach of human relations, which could not but transform our understanding of justice:

. ...again suppose that several distinct societies maintain a kind of intercourse for mutual convenience and advantage, the boundaries of justice still grow larger, in proportion to the largeness of men's views, and the force of their mutual connexions.

In Smith's The Theory of Moral Sentiments published in 1759 - just over 250 years ago - Smith's intellectual engagement included responding to David Hume's challenge about taking note of the fact that morality and justice has to respond to the "largeness of men's views," and the "force of [people's] mutual connexions" on the basis of which "the boundaries of justice still grow larger." I shall return to this important theme presently, but before that I want to comment briefly on oddly persistent misunderstandings of Adam Smith's views on three interrelated subjects, related to the market economy, the demands of rationality of behaviour, and place of selfish behaviour in the success of the market economy and in generating a good society.

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When Adam Smith died in Edinburgh in July 1790, the reputation of the Scottish philosopher and economist was more secure in France than it was in England. Smith's ideas were often invoked by revolutionary authors across the Channel (such as the Marquis de Condorcet), and there can be little doubt that he was a very established figure in the French intellectual circles. To be sure, Smith's writings were well-known in England as well, and even his first book, The Theory of Moral Sentiments, published in 1759 had been widely read there, and indeed as David Hume wrote to Smith from London shortly after the publication of the book: "the Public seem disposed to applaud [your book] extremely." However, while the French admirers of Smith's radical thoughts were already in some kind of an equilibrium about what his views were (taking him to be a radical thinker), the now-familiar English image, which would emerge later, of a deeply conservative Smith, a mouthpiece of the unalloyed virtues of the market (allegedly articulated in his second book), The Wealth of Nations, had hardly been initiated. That image would emerge and become the standard view of Smith only in the decades following Smith's death.
Even in 1787, only three years before Smith's death, Jeremy Bentham grumbled about Smith's inability to see all the virtues of the market economy, and took Smith to task in a long letter he wrote to Smith suggesting that he - Smith - was unreasonably anti-market. Smith should, Bentham argued, leave the market alone, rather than criticise - and propose to interfere with - the market for its inability to control those whom Smith called "prodigals and projectors" and that he should give up supporting state regulation of financial transactions. Bentham may have missed the force of Smith's reasoning on this subject (indeed I believe he certainly did that), but his diagnosis of Smith's scepticism of the market was not at all mistaken.
Before long, however, Smith would emerge in the image in which he is mostly seen in the standard views of Smith today, as a political mouthpiece for simple slogans - mostly free-market slogans - rather than as one of the finest authors of sophisticated theories of societies and economies, whose scepticism about markets was as firmly based as his insistence on the recognition of those good things that the markets do - and markets alone can do - amidst other features that need to be transcended.
What Bentham had failed to do through reasoning - making Smith an uncomplicated champion of pure market-based capitalism - would be achieved in the nineteenth century through faulty analysis of Smith's works and through extremely selective citations, overlooking other parts of Smith's writings. That distorted image of Smith, which has been the source of so much abuse of Smith's ideas, would solidify in the century after Smith's death and it came to be canonized in the twentieth century. And it remains as the standard understanding of Smith today in mainstream economic textbooks and in daily newspapers (despite protests from serious Smith scholars).
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The three lessons that are drawn by the champions of profit-based market capitalism from their reading of Smith are, first, the self-sufficiency and the self-regulatory nature of the market economy; second, the adequacy of the profit motive as the basis of rational behaviour; and third, the adequacy of self-interest as socially productive behaviour. Arguments can, of course, be presented in favour of each of these claims, even though these pleadings would be, I would argue, hard to sustain. But what is much more important in the context of the subject of this essay is that those arguments are not only not Smith's, they are in fact sharply contrary to what Smith had argued. In particular, first, while Smith took markets to be very useful institutions, he argued powerfully for the need to supplement it by other institutions, particularly those of the state, and this was of course his point of disagreement with Jeremy Bentham.
Second, he argued for the need to accommodate motivations other than the searching for profit and personal gain as the basis of reasoned behaviour. In fact, The Theory of Moral Sentiments opens with the following sentence: "How selfish soever man may be supposed, there are evidently some principles in his nature, which interests him in the fortunes of others, and render their happiness necessary to him, though he derives nothing from it except the pleasure of seeing it." Smith distinguishes with great sophistication the different kinds of reasons people have in taking an interest in the lives of others, separating out sympathy, generosity, public spirit and other motivations.
Third, far from seeing the pursuit of self-interest as being adequate for a good society, he emphasized the need for other motivations for not just a decent society but also for a flourishing market economy. He went on to argue that while "prudence" is "of all virtues that which is most helpful to the individual", "humanity, justice, generosity, and public spirit, are the qualities most useful to others."
So the standard reading of Smith in mainstream economics, and through that in what is called "rational choice politics" and in the main current of "law and economics," is comprehensively misguided. I have discussed this question more fully in my "Introduction" to the new anniversary editions of Smith's Theory of Moral Sentiments (published in 2009 - 250 years after the original publication of the first edition of this book in 1759), and I have also gone into this issue elsewhere, in particular in my 1987 book On Ethics and Economics as well as in my last monograph, The Idea of Justice.

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What about David Hume's pointer to the need to include others from a substantial distance as well as those from close proximity, to take note of the force of the mutual connections of people? The issue relates to the form and reach of impartiality in the pursuit of justice. Even though Smith's exposition of the importance of impartial reasoning as discussed by Adam Smith is less remembered today than the arguments of Immanuel Kant on the same subject, there are substantial points of similarity between the Kantian and Smithian approaches. In fact, Smith's analysis of "the impartial spectator" has some claim to being the pioneering idea in the enterprise of interpreting impartiality and formulating the demands of fairness which so engaged the world of European enlightenment. Smith's ideas were not only influential among "enlightenment thinkers" such as Condorcet who wrote on Smith (and translated Smith's work into French), but Immanuel Kant too knew The Theory of Moral Sentiments. In a letter to Kant in 1771, Markus Herz talked about Kant's fascination with Smith (even though, alas, Herz referred to the proud Scotsman as "the Englishman Smith"). This was somewhat earlier than Kant's classic works, Groundwork, 1785, and Critique of Practical Reason, 1788 (Smith's Moral Sentiments was published, as was mentioned earlier, in 1759), and it seems quite likely that Kant was influenced by Smith.
However, what I want to emphasize here is not Smith's priority over Kant (there is a lot more to discuss on that subject), but the differences between Smith's use of the device of "the impartial spectator" and the tradition of social contract theory, founded by Thomas Hobbes in the seventeenth century and powerfully developed by Immanuel Kant in the eighteenth century which has received its definitive treatment in our time in John Rawls's justly famous theory of "justice as fairness." There is something of a sharp dichotomy between the Smithian approach of "the impartial spectator," and the contractarian approach, particularly in the fact that the social contract is what can be called a "closed impartiality" in the sense that the voices that count are confined to the members of a sovereign state, whereas Smith's use of the impartial spectator demands an open impartiality in the form that attention be paid to voices and reasoning of others - not necessarily from the same society. Smith's insistence on invoking how things would look to "any other fair and impartial spectator" is a requirement that can bring in judgments that would be made by disinterested people from distant societies from far as well as near.
Smith invoked the reflective device of the impartial spectator to go beyond reasoning that may - perhaps imperceptibly - be constrained by local conventions of thought, and to examine deliberately, as a procedure, what the accepted conventions would look like from the perspective of a "spectator" at a distance. Smith discussed many cases of parochial thought even among the elite of the world: for example, the fact that in ancient Greece even the sophisticated Athenians, including Plato and Aristotle, argued for the use of infanticides, influenced by - Smith argued - their lack of knowledge of any society that did not allow the practice of infanticide.
If the avoidance of parochialism is one argument for open impartiality, the interdependence of people's interests is surely another. Adam Smith did, in fact, make good use of the reach of global reasoning for analyzing problems of his time, and this can be seen in many examples in each of his books. For example, the misdeeds of early British rule in India, including what historians have often called "the bleeding of Bengal" (including the causation of the disastrous Bengal famine of 1770), engaged and enraged Smith greatly, as we can see from his critical indictment of East India Company's rule, in the Wealth of Nations. When he discussed how the Company "oppresses and domineers in the East Indies," and concluded that it was "altogether unfit to govern its territorial possessions," Smith was not drawing on any oddly devised social contract. It would have been very hard to fit the judgment in the contractarian framework; he drew on the kind of reach that the impartial spectator allows, without confining judgments of justice within the limits of a sovereign state.
Similar issues remain very alive today. How America tackles its economy influences not only the lives of Americans but also those in the rest of the world. Indeed, even the economic developments in tiny Greece can shake, as we saw recently, the global relations between people far away from Greece. Similarly AIDS and other epidemics have moved from country to country, and from continent to continent, and also, on the other side, the medicines developed and produced in some parts of the world are important for the lives and freedoms of people far away. A similar thing can be said about the environmental challenge, like global warming, we face today, which needs global reasoning rather than a contractarian line of analysis confined within the limits of a sovereign state.

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I want to turn now to an aspect of Adam Smith's belief system that has not been discussed very much at all. This concerns Smith's inclination to assume equality of people not merely in terms of how they should be treated, but even in terms of what their basic potentials respectively are, irrespective of the apparent differences related to race, ethnicity and class.
In the "Moral Sentiments," Smith expresses his indignation at the presumption of the superior racial endowments of the white man over black Africans. He breaks, in fact, into a bit of hyperbole, and remarks: "There is not a negro from the coast of Africa who does not, in this respect, possess a degree of magnanimity which the soul of his sordid master is too often scarce capable of conceiving." There is something quite startling about the extent of fury that Smith expresses on the subject of racism more than a quarter of a millennium ago.
Smith is similarly angered by the tendency of the English to blame the culture of the Irish for their own woes - a tendency that goes back a long time, at least to Edmund Spenser's Faerie Queene in the sixteenth century. Indeed, during the notorious Irish famines of the 1840s - almost a century after the Moral Sentiments - the often-repeated English diagnosis that the Irish culture had a big responsibility in causing Ireland's terrible problems would be dusted up again. The Irish were, of course, accused of indolence and other traditional vices, but even the Irish dependence on the potato, it was argued in London, generated a culturally inflicted vulnerability that, it was argued in London, directly contributed to the great Irish famines of the 1840s. Charles Edward Trevelyan, the Head of the Treasury during the Irish famines, who saw not much wrong with the remarkable ineffectiveness of British policy in preventing the famine (in fact London's policies actually added to the force of the famine), would take the opportunity to remark: "There is scarcely a woman of the peasant class in the West of Ireland whose culinary art exceeds the boiling of a potato."
This kind of cultural racism, already common in the eighteenth century, was quite unpalatable to Smith. And this perhaps explains why Smith launched into an oddly emphatic defence of the potato, closely linked with a defence of the Irish people, despite Smith's lack of expertise on the subject. He remarks:
The chairmen, porters, and coalheavers in London, and those unfortunate women who live by prostitution, the strongest men and the most beautiful women perhaps in the British dominions, are said to be the greater part of them from the lowest rank of people in Ireland, who are generally fed with this root [potato]. No food can afford a more decisive proof of its nourishing quality, or of its being peculiarly suitable to the health of the human constitution.
Even if one is not converted by Smith's arguments to relying on the potato for one's nutrition, it is easy to see what incensed Smith so much to take up the subject matter at all.
And it is not only the confrontation of racial and ethnic prejudices that engages Smith, he is firmly resistant to the idea that people's fortunes relate to their inborn merits. Rather, it is their fortunes - often acquired without any special talents - that creates the impression that they are benefitting from the special nature of their inborn qualities. Smith argues:
The difference of natural talents in different men is, in reality, much less than we are aware of; and the very different genius which appears to distinguish men of different professions, when grown up to maturity, is not upon many occasions so much the cause as the effect of the division of labour. The difference between the most dissimilar characters, between a philosopher and a common street porter, for example, seems to arise not so much from nature as from habit, custom, and education. When they came into the world, and for the first six or eight years of their existence, they were perhaps very much alike, and neither their parents nor playfellows could perceive any remarkable difference. About that age, or soon after, they come to be employed in very different occupations. The difference of talents comes then to be taken notice of, and widens by degrees, till at last the vanity of the philosopher is willing to acknowledge scarce any resemblance.
Poverty, Smith argues, is "extremely unfavourable to the rearing of children." Not only is there much higher mortality of children in the poorer families, but also their talents find little opportunity to develop and prosper in "so cold a soil and so severe a climate."
The educational disadvantage applies not only in the rearing of children, but also throughout the lives of the working classes. Smith explains:
People of some rank and fortune are generally eighteen or nineteen years of age before they enter upon that particular business, profession, or trade, by which they propose to distinguish themselves in the world. They have before that full time to acquire, or at least to fit themselves for afterwards acquiring, every accomplishment which can recommend them to the public esteem, or render them worthy of it. ....It is otherwise with the common people. They have little time to spare for education. Their parents can scarce afford to maintain them even in infancy. As soon as they are able to work they must apply to some trade by which they can earn their subsistence. That trade, too, is generally so simple and uniform as to give little exercise to the understanding, while, at the same time, their labour is both so constant and so severe, that it leaves them little leisure and less inclination to apply to, or even to think of, anything else.
The importance of this point lies not merely in the fact that Smith draws on this basic belief to recommend policy conclusions, for example in emphasizing the need for good education for all, but also in understanding Smith's basic hostility to inequality of the freedoms that people have and the outcomes they achieve. Indeed, even in dealing with regulations that restrain the markets, Smith saw the case for intervention in the interest of the poor and the underdogs of society. At one stage he gives a formula of disarming simplicity:
When the regulation, therefore, is in favour of the workmen, it is always just and equitable, but it is sometimes otherwise when in favour of the masters.
Even if we are sceptical of the simplicity of Smith's recommendations on how to restrain the market economy, or even if we are not entirely swayed by his odd beliefs about empirical matters (for example, about why the potato is nutritionally so very good), there remains a reasoned egalitarianism in Smith's approach which deserved attention in his own time, and which deserve our serious attention today. The contemporary relevance of Smith's ideas is hard to exaggerate.

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