Loghi Istituzionali Comune di Roma Ministeri per i Beni e le Attività Culturali Casa delle Letterature

LILA

Inedito

27 MAGGIO DENARO - Giro di vite: idee che muovono il mondo

Legge: Siddhart Shanghvi

Introduzione

Quando negli anni novanta la liberalizzazione finanziaria è giunta in India a sostituire il socialismo nehruviano, nessuno aveva previsto che ciò avrebbe introdotto la pizza masala nei menu o avrebbe aperto la strada ai reality show in cui i concorrenti avrebbero discusso della misura dei loro genitali.
Ma questo è quello che il denaro può provocare quando arriva senza un fine: istituzionalizza il cattivo gusto.
Lo svantaggio della diffusione incontrollata di nuovi capitali in un paese di antica tradizione è proprio questo: persone prima prive di personalità improvvisamente ne acquisiscono una. Una orribile.
L'ho visto accadere in prima persona, frequentando non soltanto il sottobosco oscuro di Bombay, fatto di povertà e di perversioni politiche, ma anche la più sgargiante vita notturna, racchiusa in un tempio di superficialità.
Ho visto il denaro trasformare il modo in cui la borghesia indiana parla, mangia, legge, persino respira, dato che adesso i centri commerciali sono dotati di aria condizionata. Ho visto il denaro rendere la vita non più un'esperienza ma il simbolo di ‘qualcosa d'altro'. Tutto questo era molto visibile nel mondo della moda. Così sono tornato a scrivere di questo mondo. È un punto di vista illuminante, perché la realtà della moda permette di osservare il conflitto tra la superficie e l'io, il modo in cui modelliamo la realtà per farle accogliere l'idea di bellezza, anche se non la bellezza in sé stessa. Per me è un modo di capire perché certe persone nel mio paese possono indossare scarpe che costano più dello stipendio mensile di qualcun altro. Ma non sono qui per parlare delle differenze di classe e di ricchezza; non sono uno di quegli scrittori indiani che danno la caccia alla gente armati della pistola della coscienza sociale; sono solo un narratore. Quindi il brano che vi leggerò stasera, che parla di una giovane, tragica donna chiamata Lila, una ex modella dalla moralità inquieta, vuole solo raccontare la storia della sua vita. Una vita elegante, fragile e breve come un sospiro. E per quanto concerne le circostanze che hanno condizionato la sua vita, sono stati i nuovi capitali a renderla quella che è diventata, è stata la politica a formarla: e non ho bisogno di commentare questi aspetti, perché sono chiari in se stessi, sono sotto gli occhi di tutti.
Un fotografo anonimo, un amico di Lila, racconta la mia storia. Il fotografo deve raccontare questa storia perché nell'arte i migliori ritratti non sono quelli che realizziamo e immortaliamo con la macchina fotografica ma quelli che ci lasciamo dietro nella vita, il tutto, das ding an sich, la cosa in sé.

 

Lila

Quando cominciò a parlare di fare una cosa a tre io le risposi che mi sembrava di tornare ai tempi dell'università, ma lei scosse la testa lentamente, per assicurarmi che non intendeva farmi un brutto scherzo. Non sapevo cosa si aspettasse esattamente, forse che andassi per i vicoli di Bombay e, come se niente fosse, urlassi a qualche ragazzo di unirsi a noi. Ma dopo il secondo spinello, mi disse che non intendeva proprio in quel momento, sarebbe stato troppo scontato, anche un po' da disperati, ma in un altro momento, in un'altra notte. Io ripetei che ci dovevo pensare e poi lei chiuse gli occhi, gesto che interpretai come un invito ad andarmene. Allora non sapevo di aver frainteso, perché pochi mesi dopo mi disse che chiudeva gli occhi quando si sentiva felice.
Me lo raccontò la notte in cui il fratello del suo ex marito venne in città e andammo con lui a cena all'Indigo. Ajay, suo cognato, iniziò a commentare in maniera concitata che l'India era cambiata, che era in fermento, e che lui stava valutando di tornarci, ora che i lavori a New York si stavano esaurendo. Lei mi diede un'occhiata come se volesse picchiarlo, ma poi finimmo comunque a casa sua, e sapevo che sarebbe stata paziente perché Ajay aveva le sue abitudini. Continuavo a pensare alla bistecca che aveva divorato al ristorante, a come i suoi movimenti fossero esperti anche senza i vestiti addosso, la stava facendo a pezzi con le sue mani, separando le sue gambe con le proprie, bloccandole le mani ai lati e visto che lei mi aveva chiesto di aspettare in salotto - "Sai", aveva mormorato abbassando lo sguardo, "lo conosco appena" - io obbedii.

***
Incontrai di nuovo Ajay dopo che era uscita dalla mia vita, da tutte le nostre vite, a dire il vero, e mi disse che in lei c'era sempre stata una parte oscura, un'ombra di sfortuna; anche quando aveva sposato suo fratello. Suo fratello, Love, era impazzito per lei e l'aveva perseguitata senza sosta. In quel periodo lei lavorava come modella ed era abituata alle attenzioni maschili, ma forse quello che separava Love dagli altri era che lui le era completamente devoto nonostante non provasse per lei nessun interesse sessuale. Non che fosse gay, mi disse Ajay, ma una lunga, triste infanzia piena di sonniferi che sua madre aveva consentito, se non incoraggiato, aveva lasciato il segno. Quando avevo chiesto a Ajay perché era stato risparmiato, rispose che lui non aveva preso tutta quella merda di Ativan. Domandai quanto ne aveva preso e lui disse forse un paio, le notti che sua madre aveva una crisi di pianto perché suo padre era fuori con dei ragazzi. Suo padre, mi fece capire, non era fuori con i ragazzi per guardare il cricket o per giocare a bridge, lui ci usciva insieme davvero.
Io lo guardai con le braccia sui fianchi e lui chiarì: "Aspetta, mia madre gestiva un orfanotrofio, ok?", cosa che mi zittì. Ajay aggiunse che la dipendenza di suo fratello dai sonniferi non era diventata qualcosa di più grave, come la cocaina; continuava solo a prenderli come placebo, tanto che non gli facevano nemmeno più effetto. Forse è per questo che si era buttato dal diciassettesimo piano. Lila non era nemmeno a casa quella sera. Era tutto solo nel suo appartamento di Breach Candy con il suo rottweiler, Zola, che aveva appena dato alla luce tre cuccioli morti.
Domandai: "Non ti è sembrato strano fare sesso con tua cognata?". Mi fece notare che suo fratello era morto da quattro anni. Io dissi: "E questo cosa cambia?".

***
Lila mi aveva raccontato di Zola molto tempo prima, durante una cena al ristorante cinese del Taj Mahal. Zola vantava un pedigree tedesco, cosa che aveva contribuito a renderla massiccia, con un enorme muso, solitaria, libera e ansiosamente leale a Love. Quando Love dava i suoi ricevimenti pregava i suoi ospiti di non andarsene anche se loro volevano congedarsi - erano le quattro del mattino o avevano un'altra festa o erano annoiati a morte. Se insistevano nell'andare via, li conduceva nella sua camera da letto e li lasciava lì con Zola. Il rottweiler non mordeva, né ringhiava, stava solo di fronte alla porta e suppongo che si dovesse essere proprio strafatti per pensare di poterla oltrepassare. Una volta Zola aveva addirittura cercato di mordere Lila e lei l'aveva inseguita con una scopa, come una strega che lancia un maleficio. Sorprendentemente, le due erano diventate amiche e Lila pensava al cane come alla cosa migliore del suo matrimonio.
Lei e Zola andavano a passeggiare a Priyadarshani Park quando ormai il lavoro da modella era finito - ventiquattro anni erano l'età giusta per la pensione - e lei sognava, un po' fatuamente, di aprire un negozio di fiori. Ci eravamo conosciuti più o meno a quell'epoca, a un party in casa della sua amica Maya, mi aveva chiesto: "Ti piacciono i fiori?". Io avevo risposto di no e poi avevamo parlato di alcune conoscenze in comune, come quello stilista che l'aveva fatta diventare famosa dopo che aveva vinto uno stupido concorso di fondoschiena di modelle. Conoscevo quello stilista, ritenuto da tutti un esperto di "fisting", ma non menzionai questo particolare quando lei tubò: "James è così carino!".
Parlammo meglio un mese dopo.
James, lo stilista che l'aveva lanciata, dichiarò che era la sua unica musa. Lila ritornò momentaneamente a fare la modella per comparire a Mukesh Mills, in un servizio fotografico celebrativo dell'affermato stilista indiano. Quella sera, dopo il servizio, andammo al mio appartamento dove lei mi raccontò che suo padre, un politico del partito di destra al potere, l'aveva fatta scappare di casa pochi giorni prima del suo diciannovesimo compleanno. Suo padre era un uomo molto virile con lo smalto rosa sui pollici che protestava pubblicamente contro la lingua inglese, bruciava i biglietti di San Valentino perché credeva che richiamassero la cultura occidentale e voleva censurare i film che "promuovevano il lesbismo". Quando alla televisione aveva visto sua figlia sfilare con un bikini giallo canarino e una birra ghiacciata in mano durante un talent show di modelle, era andato fuori di testa. Lei gli aveva chiesto innanzitutto perché stesse guardando Fashion Tv e lui l'aveva picchiata. Il giorno dopo Lila si trasferì "dal più dolce omosessuale del Punjab", che era anche il suo stylist per il concorso che alla fine riuscì a vincere. Dopo di che la sua vita cambiò completamente. Fu un'esistenza molto diversa da quella che sarebbe stata se fosse rimasta a vivere nel piccolo appartamento di due stanze insieme a sua madre, che si lamentava di continuo per le unghie incarnite, a sua nonna, che indossava pannoloni che a volte si sfilavano, e a suo padre, quel bullo da due soldi, che si masturbava di fronte a Fashion Tv quando pensava che tutti fossero addormentati. Era sempre in viaggio per le settimane della moda di Delhi e Bombay; venne selezionata come volto di una marca di jeans; fece la pubblicità di un marchio francese per la cura dei capelli. Ma il successo non poteva cambiare il suo passato, e lei non riusciva a dimenticare suo padre, incollato alla tv, la mano impegnata, la disgustosa, compiaciuta smorfia del suo gemito soffocato riflessa nella vetrina sotto il mobiletto.

***
L'estate in cui caddi da una barca alle Maldive e mi fratturai il bacino, diventammo buoni amici. Veniva a trovarmi al Breach Candy Hospital a giorni alterni. Mi portava romanzi e musica, e il giorno che mi dimisero si offrì di accompagnarmi al mio appartamento in St Andrew's Road. Dovevo stare fermo a letto, spesso ero solo, e lei mi faceva compagnia. Stavamo seduti con le nostre tazze di chai bollente, ed era facile rimanere incantati dalla sua bravura nel raccontare aneddoti.
"Non volevo lasciare mio marito, ma dopo il primo anno non ce l'ho fatta a rimanere. Love mi chiedeva di cantargli le canzoncine della buonanotte, e io facevo queste bruttissime imitazioni rauche di Marilyn Monroe, cantando di pecorelle e agnellini. Lui aveva questo enorme, grasso sorriso sulla faccia che mi faceva sentire triste per lui e, credo, anche per me stessa." Diceva che per colpa dei sonniferi Love aveva la testa di un bambino; era una buona cosa che avesse un fondo fiduciario. "Un giorno Love mi chiese di legarlo al letto, e io lo feci con dei calzini o con le sue cravatte, non ricordo esattamente. Quella sera ero piuttosto ubriaca e poi il mio amico Meher mi chiamò per invitarmi a uscire a bere un drink, e alla fine ero così devastata che sono crollata sul suo divano. Il giorno dopo sono corsa a casa pensando a Love legato al letto.
"Non aveva chiamato aiuto, per paura che una delle cameriere, alla vista del padrone di casa nudo, sovrappeso, legato al letto, decidesse di licenziarsi. Così era rimasto lì per quasi sedici ore, in silenzio, ma aveva bagnato il letto, e fu così che decisi di trasferirmi nella stanza degli ospiti, che feci dipingere di un verde pistacchio pallido e per cui comprai i tappeti da Contemporary Arts and Crafts. Lo conosci? È un negozietto molto carino sulla Nepean Sea Road."

***
L'ultima volta che ci siamo visti era al mercato dei fiori di Dadar. Portava una polverosa macchina fotografica Nikon appesa al collo e postava le foto che faceva in quel mercato sul suo blog. Usava come pseudonimo il nome di Zola, per nascondere la sua vera identità: una ex modella abbastanza famosa. Mi raccontò che veniva fra le bancarelle di fiori tutte le settimane, a chiacchierare con le gobbute donne del Maharastra che intrecciavano fragili ghirlande di fiori di mogra per poi venderle sotto il ponte a sei rupie. Era un vicoletto strano, Phool Gully, sporco, affollato, chiassoso, intriso del provocante profumo dei fiori provenienti da tutti gli stati indiani, e rumoroso per i camion strombazzanti e i treni che entravano e uscivano da Dadar Station.
"Di solito vado a pranzo al Good Earth Café, dove ordino sempre gli spiedini alle spezie con julienne di peperoni. E un bicchiere di Pinot noir australiano."
Quando la vidi impegnata nel compito con un'animata, palpitante ingenuità, l'ottimismo insolente di chi presume che il suo lavoro abbia un significato quando, forse, semplicemente ne riflette uno, cominciai a innervosirmi. Riuscii a rimanere lì per due ore, mentre parlava di come la fotografia le avesse cambiato la vita e le avesse insegnato a vedere le cose sotto un altro aspetto. E, peggio ancora, di come l'avesse addirittura curata, l'avesse aiutata ad andare oltre, a dimenticare il passato, a perdonare suo padre.
Le chiesi come fosse riuscita a tirare avanti senza un lavoro e lei si limitò a dirmi che era riuscita a metter via abbastanza denaro quando faceva la modella.
In seguito, Ajay mi raccontò che Lila aveva litigato pesantemente con la sua famiglia per l'appartamento di Love. Era riuscita a venderlo per una fortuna.
Al funerale di Lila sedevo accanto a James, lo stilista che l'aveva definita la sua unica musa; piangeva in silenzio ma di tanto in tanto singhiozzava in modo teatrale, tanto da far pensare che il suo dolore fosse soltanto una posa. Accanto a lui c'era un ragazzo, un assistente o forse il suo fidanzato, con un fisico palestrato. Indossava una maglietta rosa su cui campeggiava la scritta Abercrombie and Fitch. Mi disse: "Aveva solo trentaquattro anni! Come ci si può ammalare di cancro così giovani?".
Capii che lui Lila non l'aveva mai nemmeno conosciuta, e le sue parole la spinsero giù a fondo nella foschia del dolore anonimo.


Mi imbattei in Ajay da Indigo, durante una festa organizzata da Vogue per celebrare il miglior stilista della stagione. Quella sera era con una modella che esibiva con sommo orgoglio delle scapole molto pronunciate. Cercai di impedirmi di pensare che collezionasse modelle. Ajay sembrava sicuro di se stesso, sembrava avere tutto e tutti sotto controllo. Ma quando gli dissi che Lila era morta la notizia aprì una crepa nella sua maschera e si conficcò nell'ultimo punto vitale rimasto nel suo cuore.
Fu un attimo, poi ritrovò la sua compostezza e mi rispose che non lo sapeva, quindi mi chiese se eravamo stati insieme. Gli risposi che eravamo solo amici e mi guardò con curiosità, come chiedendosi da che parte dello steccato stesse il mio desiderio.
Gli dissi che Lila mi aveva lasciato Zola in custodia. Ma il rottweiler mi aveva morso alla caviglia e io ero stato costretto a darlo via.
Finii il mio drink prima di dirgli che il cane era morto esattamente un mese dopo Lila.

 

When financial liberalization came to India in the nineties, to replace Nehruvian socialism, no one anticipated it would introduce masala pizza on the menu or bring reality shows in which contestants debated the size of their genitals. But that's what money does when it comes without meaning: it institutionalizes bad taste. The disadvantage of new money proliferating an old country is that it gave people with no personality a terrible personality. I saw this first hand, exposed to not only Bombay's dark underbelly of poverty and political perversions but also its glitzy nightlife, and the shallowness that was its temple. I saw money change the way middle-class Indians spoke, ate, talk, read, even breathe, since now the malls are air-conditioned. I saw money change life from an experience into the symbol of ‘something else'. And this was most apparent in the fashion world. So I returned to write about it: it is an aperture to look at the conflict between surface and self, the way we shape reality to inhabit the idea of beauty, if not beauty itself; it is a way for me to understand how some people in my country can wear stilettos that can cost as much as someone else's monthly salary. But I am not here to make a comment on the disparities in wealth; I am not one of those Indian novelists who hunt down people with the pistol of social conscience; I am only a storyteller. Therefore the story I will tell you tonight, about a young, tragic woman called Lila, a former model with erratic morality, is the story of her life, which is elegant and crazy and brief as a sigh. As for the climate of her life, the new money that has made her who she is, the politics that shaped her, I'm not interested in commenting on that: for that is already there, as clear as light of day. An anonymous photographer, Lila's friend, relates my story. The photographer must tell this story because the best portraits in art are not the ones we extract and immortalize with our camera but the ones we leave behind in life, whole, das ding an sich, the thing in itself.


Lila
When she started talking about threesomes I was like, ‘But that was a phase way back in grad school', and she shook her head slowly, to assure me she was doing no number on me. I didn't know what she expected, that I head out on the streets of Bombay and, you know, holler for some guy to join us right then. But after the second joint, she said she didn't mean right then - that'd have been too obvious, even desperate - but later, another night, and I said we'll see and then she closed her eyes, which I took as a sign that I was to leave. I had no idea I was reading her all wrong because a few months later she told me she only shut her eyes when she was happy in her head.
She told me this on the night her ex-husband's brother came to town and we took him for for dinner to Indigo.
Ajay - her brother-in-law - kept commenting excitedly that India had changed, it was ‘buzzing', and he was considering moving back now that the jobs in New York had dried up, and she looked at me as if she was ready to thrash him or something but we wound up at her home anyway, and I knew she'd been patient because Ajay had his uses. I kept thinking back to the steak he had wolfed down at Indigo, that's how adept his actions were even without his clothes on, he was cutting her up with his hands, neatly parting her legs with his own, forcing her hands to the side and because she asked me to wait in the living room - look, she murmured, eyes rolling, I barely even know him - I did.

* * *

I met Ajay again after she was gone out of my life, all our lives, really, and he told me she had always had this darkness about her, a tremble of misfortune; even when she had married his brother. His brother, Love, had been crazy over her and pursued her relentlessly. In those days she still worked the ramp so she was used to male attention but maybe what separated Love from the others was he was totally into her but he without any hint of sexual interest. He wasn't gay or anything, Ajay told me, but a long, sad childhood of sleeping pills their mother had allowed - maybe even encouraged - had taken a toll. When I asked Ajay why he'd been spared he said he didn't take much of that Ativan shit and I asked how much he did take and he said maybe a couple every other night when his mother had one of her wailing fits because their father was out with boys. Their father, he implied, wasn't out with the boys watching a cricket match or playing bridge, he really was out with the boys.
I was arms akimbo and he clarified, ‘Wait, my mother was on the board of an orphanage, ok?' which shut me up.
Ajay added that his brother Love's sleeping pill addiction never grew to become something more solid and usual, like cocaine; he just kept downing placebos to the point they could no longer kill him.
Maybe that's why he'd thrown himself off the 17th floor. Lila hadn't even been home that night. He had been all alone in his apartment in Breach Candy, where his rottweiler, Zola, had just given birth to a litter of three stillborns.
I asked, ‘You weren't weirded out sleeping with your on sister-in-law?' and he reminded me his brother had been dead for four years. And I said, ‘But what does that mean?'

* * *

Lila had told me about Zola long ago, over dinner at the Chinese restaurant at the Taj. Zola's German pedigree made her heavy-set with clean lines, a formidable muzzle, solitary, disengaged and worryingly loyal to Love. When Love threw his parties he would beg his guests not to leave but they would have to go - it was four am or they had another shindig to put out for or they were plumb bored - and when they'd insist on taking off he would lead them into his bedroom and leave them there with Zola. The rottie didn't bite or growl or anything, she just lay at the door and I guess you'd have to be on a lot of ganja to think you'd make it past her. Zola even tried to bite Lila one time and she chased the dog across the house with a broom, a witch on a death wish. Eventually, Zola and she become friends, and she came to think of the dog as the best thing about the marriage.
Zola and she went for walks in Priyadarshani Park after modeling work ran out - she was twenty-four, a retirement home demographic - and she dreamed, somewhat vainly, of opening a florist's shop. We had met around then, at a party at her friend Maya's place, and she had asked ‘Do you like flowers?' I said no and then we spoke of some people we knew, this designer who had put her on the map after she won a dumb ass modeling match. I knew the designer, widely believed to be a fisting expert, but I didn't acknowledge this when she cooed, ‘James is just darling!'
We spoke properly a month later.
James, the fashion designer who had set her up, claimed she was his only muse. Out of retirement, she surfaced at Mukesh Mills for a shoot to commemorate this aging designer's lifelong contribution to Indian fashion. That night, after the shoot, we went back to my apartment where she told me that her father, a politician with the ruling right-wing party, had caused her to flee home a few days before her nineteenth birthday. Her dad was this butch guy with pink nail polish on his thumbs who publicly agitated against the English language, burned cards on Valentine's Day because he believed they advocated Western culture, and ensured the screening of films ‘promoting lesbianism' were disrupted. When he caught his own daughter, in a canary yellow bikini, a cold mug of beer in her hands, on a television show scouting for models he flipped out. She asked him why he had been watching Fashion TV in the first place and he struck her; the next morning she moved in ‘with the sweetest little fag in all of Punjab,' who was also her stylist for the model hunt show, a competition she eventually won. Soon thereafter her life opened up in a way it never would if she were stuck in her two- bedroom middle-class apartment that also housed her mother, forever moaning about in-grown toenails, a grandmother who wore adult diapers that sometimes slipped, and her father, the two-rupee thug, who jerked off on Fashion TV when he thought everyone was asleep. She was always on a flight, doing the fashion week circuits in Delhi and in Bombay; she was selected as the face of a major jeans brand; on television, she was in an advertisement for a French hair care company that had just set up shop in India. But her success could not erase her past, and she was unable to forget her father, glued before the TV set, his busy hand, the scummy, sated O of his muffled moan reflected on the window under the cabinet.

* * *

The summer I fell of a boat in the Maldives and cracked my hip, we became good friends. She visited me at Breach Candy Hospital every other day. She got me novels and music, and on the day of my discharge, offered to take me back to my little apartment on St Andrew's Road. Advised bed rest, I was frequently alone and she would come calling. We'd sit with cups of steaming chai, and it was easy to fall for her breathless charm for recounting anecdotes.
‘I didn't want to leave my husband but I couldn't bear to stick around after the first year. Love would ask me to sing him nursery rhymes at bedtime, and I'd do these awful, throaty impersonations of Marilyn Monroe, performing Baa Baa Black Sheep or Mary Had A Little Lamb and he would have this big fat grin on his face that made me feel sorry for him, and I guess myself.' She said the sleeping pills had been a kind of aspic that preserved Love in his childhood; it was a good thing he had a trust fund. ‘One time Love asked me to tie him to the bed posts, and I did, with a few socks or his ties, I don't remember which exactly. I was quite drunk that night and then my friend Meher called me and asked me to come out with for a drink but then I got so wasted I had to crash on his couch. The next morning, I raced home, thinking of Love, the bedposts.
‘He hadn't called out fearing one of the maids would walk in on the sight of the master of the house, nude, overweight, bound to his bed, and she would resign. So he had lain there for close to sixteen hours, silent, but he did wet the bed, and that's when I took over the guest room, which I painted a pale pistachio green and for which I bought rugs from Contemporary Arts and Crafts. You been there? It's this neat little store on Nepean Sea Road.'

* * *

The last time we met was at Dadar's flower market. By then she carried a dusty Nikon camera around her gaunt neck and posted the photos from this market on her blog and she told me she blogged under Zola's name, which I was partly to mask her own identity - a semi-famous former model. She said she hung out on this street of flowers every week, goofing about with the hunchback Maharashtrian women who beaded mogras into frail braids and sold them under the bridge for six rupees. It was an odd little street, Phool Gully, dirty, busy, jabbering, profound with the wispy, defiant scent of flowers from the many states of India, lorries honking, trains pulling in and out of Dadar Station.
‘I generally go for lunch to Good Earth Café, where I always order their rawas with bell pepper julienne. And a glass of their Australian pinot noir.'
I broke into a sweat, watching her go about her task with an animated, heaving naiveté, the insolent optimism of someone who assumed her work carried meaning in itself when, perhaps, it only reflected meaning. I managed to stick around for two hours, in which time she spoke of how photography had ‘changed her life' and furnished her a new way of seeing. Worse, she spoke of things like ‘healing' and ‘moving on', of forgetting the past, of forgiving her father.
I asked her how she managed to get by without a job and she made some noise about having knocked back enough during her years in fashion.
Later, Ajay told me she'd been involved in a messy litigation with his family over Love's apartment. She had managed to sell it for a fortune.
At her funeral, I sat next to James, the fashion designer who had called her his only muse; he cried softly but in dramatic, fractured bursts, a gesture that seemed to mock his sorrow. Beside the designer was a younger muscular attendant or boyfriend who wore a pink t-shirt with the words Abercrombie and Fitch and this young man said to me, ‘She was only 34! How can someone get cancer that young!'
I figured he'd never even met Lila, and his words thrust her deeper into the haze of anonymous mourning.

I bumped into Ajay at Indigo, at a party Vogue hosted for the season's best young designers. He was with a model with very important shoulder blades that were on proud display that night. I stopped myself from thinking, He collects models. Ajay looked confident and calculating. But when I mentioned Lila had died the news broke through this veneer and knocked into the last living thing in his heart. Quickly, he regained composure and said that he had no idea and then asked if we had been dating and I said that we had only been friends and he looked at me curiously, as if sizing up on which side of the fence my desire lay.
I said that Lila had left Zola in my custody. But the rottweiler had bitten me on the ankle and I'd been forced to give her away.
I finished my drink before I said that the dog had died exactly a month after Lila.

 

partners Mercedes-Benz Roma Zetema BNL Unicredit Banca di Roma Monte dei Paschi di Siena