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VELINE / VELATE

Inedito

04 GIUGNO AMORE - Vite movimentate: corpi e passioni

Legge: Anais Ginori

"Il velo, il sipario davanti a qualcosa, è ciò che meglio permette di dare un'immagine della situazione fondamentale dell'amore". Jacques Lacan

Queste non sono storie di finzione. Sono persone che ho incontrato nel mio lavoro di giornalista. Ho trasformato in forma di monologo le interviste a due donne che appartengono a categorie di cui abbiamo molto sentito parlare. Il testo è la trascrizione fedele delle loro dichiarazioni, ho cambiato solo i nomi. Sono due estremi che pure un poco si fanno eco. In fondo, è sempre questione di involucri e di occhi che guardano.

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Sì, lo so cosa state dicendo, cosa state pensando. Sono commenti sul mio seno. Non preoccupatevi, li fanno sempre tutti. Cosa posso farci? Sono abituata a sentirmi gli occhi addosso. A volte mi guardano come fossi una marziana, e non mi dispiace, siamo qui per questo. Per essere guardate.
Ancora prima di entrare nel mondo della televisione, sapevo che il mio "involucro" mi avrebbe portata a subire tanti pregiudizi. Ma credo di averli superati, spero che nessuno mi veda più solo come una maggiorata fatalona. E anche se lo fa, qui negli studi ci sono io, non "loro".
La gente pensa che sia un lavoro facile, per le belle senza cervello: sgambetti pochi minuti, non parli, guadagni tanti soldi. Sì, ma una ballerina che non parla non deve essere per forza stupida. Senza contare che in tv si vedono anche le brutte stupide.
Punto sul mio aspetto, sono perfezionista. Sabrina non lascia nulla al caso, dicono le mie amiche. Qualcuno può pensare che sia esagerata, de gustibus non est disputandum, lo vedete che so il latino? Ma io comunque mi piaccio così. Attenzione, però, punto sul mio aspetto ma anche su altre cose. Certo che quando approccio una persona, per lavoro o per piacere, la prima cosa che emerge è il mio involucro. Inevitabile, è lì per quello.
Alla fine ho solo aggiunto due taglie di reggiseno, passando dalla quarta alla sesta. È stata una scelta consapevole, non un errore di gioventù. Ero gelosa di mamma, che è molto prosperosa e ho pensato: Se a 18 anni non avrò la sesta giuro che mi opero. Papà ha detto no. Allora sapete che ho fatto? Dai 16 anni in poi ho fatto dei lavoretti. Mi sono messa da parte i soldini e il giorno del mio diciottesimo compleanno, anche se i miei non erano d'accordo, ho firmato e sono andata in clinica. Con mamma, che mi ha accompagnata. Alla fine ha ceduto anche lei. Io sono estremamente determinata, quando mi fisso su qualcosa devo ottenerla a tutti i costi. Mia madre sapeva che sarei andata a farmi l'operazione anche da sola.
Sono cocciuta, ho deciso che voglio provare a entrare nel mondo dello spettacolo, piace alla maggior parte delle ragazze, luccica e attira anche me. Poi è un mondo dove non bisogna fare tanti sforzi anche se ti ammazza a livello psicologico: le attese, i provini, non sai mai se ti sceglieranno. Ogni mese faccio qualche casting. A 18 anni avevo già il mio book. Un libro con sopra scritto Sabrina, formato 23x30, carta patinata, rilegatura ad anelli. Trenta foto in tutto. Se c'è qualche difetto, si ritocca con il Photoshop. Ormai lo fanno tutte.

Ho fatto anche i provini per la trasmissione Veline, quando era al massimo, e mi hanno scelta. Però sono stata eliminata all'ultima selezione. Non sono una ballerina. I coreografi impazzivano perché mi dicevano che non sapevo tenere il tempo della musica. Del resto la gara non prevede nessun aiuto, lo stacchetto bisogna inventarselo, indicare la musica adatta, portarsi i vestiti che si vogliono mettere, pettinarsi. Ogni tanto mi fermavo e pensavo: "Oddio, mi sto mostrando troppo buffa, non va bene". Però non ce la facevo a non essere così, è la mia natura. Infatti mi sono lasciata andare.
Mi sono detta: Non c'è cosa migliore che essere se stessi.

Fare il provino da velina è stato solo l'inizio. Mi ha dato visibilità. Adesso spero che qualcuno mi chiami, tengo il cellulare acceso. Ecco, è già squillato due volte mentre sto parlando con voi. Mi cerca una trasmissione dove sono stata ospite, ma ho rinunciato. Lì bisogna andarci per criticare ferocemente gli altri e io non sono fatta per queste cose. Non voglio che si sparli di me e non voglio sparlare degli altri. Voglio stare in pace, tranquilla. Voglio crescere professionalmente e imparare. Lì non cresci, ti fai vedere, critichi e te ne vai.
Mi piacerebbe fare cinema, anche se non lo conosco. A settembre inizierò un corso di recitazione a Milano perché amo recitare. Cinema e tv, non vorrei scegliere. Tutte e due, si può? Bisogna sempre pretendere il massimo. Tu mira a 100, poi se arriva 70 o 80 va bene uguale. Mi dicono che ho un viso adatto, per sfondare nel cinema. E anche il fisico, ovviamente.
Certo la maggior parte degli uomini, quando parlo, non mi guarda mai negli occhi. Sono distratti dal mio aspetto. Non m'importa.
Ho già avuto delle proposte per fare la "ragazza-immagine". Si chiama così perché io presto la mia immagine per eventi pubblici o privati. Faccio pagare anche un sorriso, una presenza a cena, un ballo a una festa. A me fa ridere, che ci sia gente pronta a tirar fuori soldi per avermi vicino quando c'è da soffiare su una torta di compleanno. Ma se va bene a loro, figurati a me.

L'aspetto fisico è il biglietto da visita. E' come in una corsa automobilistica: se ti presenti in Ferrari, ti aprono le porte, ma poi bisogna dimostrare di saper guidare. Conta quanto riesci a restare in gara. E io voglio durare.

Nel frattempo, studio a Napoli. Laurearmi non sarebbe male. Ho frequentato il liceo scientifico di Afragola. Vorrei fare la pubblicitaria, inventare gli spot. Ho pure vinto una borsa di studio per otto mesi con l'Erasmus, dovrei partire per l'Inghilterra, ma vediamo. Se ricevo qualche proposta da cinema o tv rimando la partenza. Non voglio comunque restare prigioniera di questa provincia che non mi offre niente, e fare la fine di mia madre casalinga. Questo è il momento di inseguire i miei sogni.

Rimango comunque una ragazza tranquilla, con valori solidi: la famiglia, gli amici. Frequento le amiche di sempre e quelle poche colleghe che, come me, mantengono i piedi per terra.
All'amore per il momento non ci penso. Vorrei incontrare un uomo sicuro di sé, che mi sia di appoggio e di sostegno nei momenti di debolezza. Dopotutto, anche se sono testarda, determinata e burlona, tanto che i miei amici mi definiscono un uomo in un corpo di donna, nel profondo sono fragile e insicura come quasi tutte le donne. Per questo, avrei bisogno di un uomo che mi trasmetta senso di protezione. Se penso a me tra dieci anni, mi vedo mamma e moglie. Ma ora sono giovane, e devo pensare a me, solo a me.

All'inizio credevo che fare la velina fosse una cosa volgare. Invece è un modo di mettere in risalto la sensualità di noi ragazze. Purtroppo molte donne sono invidiose, ci criticano perché usiamo il nostro corpo per entrare in quella scatola magica che è la televisione. La chiamano così, scatola magica, e hanno ragione. Realizza i sogni, quindi è proprio magica. C'è molta ipocrisia su quelle come me. Qualcuno vorrebbe riportarci a mezzo secolo fa, quando per colpa di una calzamaglia rosa e un corpetto nero una ballerina della Rai era stata allontanata da un varietà.
Non c`è nulla di più volgare dell'avere pregiudizi. E, per fortuna, il velo della censura sul corpo femminile non esiste più. Lo vedete che so anche ragionare, che non c'è solo l'involucro?

Anche mio padre si è convinto. Non sapeva nulla fino a quando mi ha visto la prima volta nel provino delle Veline. Ad alcuni genitori il mondo dello spettacolo fa molta paura, pensano che ci distacchi dalle cose importanti. La mamma invece è contenta perché vede che mi sto mettendo alla prova. Alla fine papà se n'è fatto una ragione. Dieci minuti dopo l'annuncio era contentissimo, l'ha pure detto ai suoi amici.
Ho dimostrato che oltre il silicone c'è di più. Anche papà, che è sempre stato contro l'operazione al seno, mi ha detto: "Sono orgoglioso di te, hai saputo far vedere alle persone chi sei dietro l'aspetto". Me lo ha detto l'altro giorno. Non sono mai stata così felice. "Sabrina - mi ha detto papà - non hai fatto nulla di male, non sei una cattiva ragazza. Tu ti meriti il paradiso".

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Io sono l'immagine inquietante che avete visto passare con stupore e paura in strada, alla televisione, nelle fotografie dei giornali. Sono una persona in carne e ossa ma per voi sono invisibile. Non potete scrutare le espressioni del mio viso, indagare le forme del mio corpo. Eppure sentite la mia voce, vedete la parte più importante di me: gli occhi. Possiamo scambiarci un saluto, fermarci a parlare insieme. Ma già so che non vi avvicinerete. Appaio come un involucro vuoto.

Invece mi chiamo Karima e ho trentaquattro anni.

Da circa dieci anni indosso questa lunga tunica chiamata niqab, che comincia dalla testa e scende fino ai piedi, lasciando una feritoia sullo sguardo. La mattina mi copro per uscire a portare i miei bambini a scuola, per andare a fare la spesa. Quando sono fuori, vivo dietro al mio niqab. In casa, lo tolgo e ridivento una donna come tante altre. Come voi. Metto un po' di rossetto, scelgo con cura i miei vestiti. Cerco di non trascurarmi mai.
Se ho accettato di parlare, è stato solo per smentire chi dice che le donne con il velo sono donne ingabbiate, prigioniere, sottomesse. Grazie a Dio conduco una vita semplice, modesta. Non ambisco, al contrario delle minorenni poco vestite, a diventare popolare. Grazie a Dio non sono frustrata, al contrario di coloro che per apparire cadono in malattie come l'anoressia o la prostituzione. Grazie a Dio non ho alcuna smania di protagonismo, mi occupo con umiltà dei miei quattro figli.

Non sono fondamentalista. Ma certo, se per fondamentalismo s'intende l'obbedienza al proprio Dio... allora sì, sono fondamentalista perché copro il mio viso. Non è mio marito che mi ha costretto a velarmi, come qualche sedicente "musulmana moderna" in cerca di visibilità vorrebbe far credere all'opinione pubblica. Lungi da me fare polemica, davvero non si addice al buon comportamento islamico. Ma non capisco tutto questo accanimento contro noi donne velate.
Non comprendo quale sarebbe la necessità di proibire il velo integrale. Una legge che dichiara illegale una pratica religiosa sarebbe semplicemente anticostituzionale.
E poi le leggi non cambiano le mentalità, solo i comportamenti. Lo schiavismo, per esempio, non è scomparso soltanto perché qualcuno lo ha dichiarato illegale.
Sapete cosa abolirei io? La legge del "piacere a tutti i costi" che spinge sempre più donne a spersonalizzarsi, a diventare altro da sé, per essere accettate.

So che la mia immagine disturba. Mi vogliono rimpatriare? E dove, di grazia? Sono italiana. Prima di convertirmi, mi chiamavo Cristina. Sono nata in una famiglia laica di un piccolo paese di mille abitanti vicino al lago di Como, a pochi chilometri dalla Svizzera. Quel che mi rende un po' speciale è il fatto che ad un certo punto della vita ho capito che mi mancava qualcosa. Mi sono fermata a riflettere sul senso che volevo dare alla mia esistenza. Ho cominciato un percorso di fede, cercando la Verità. In modo naturale, così come ho imparato a pregare cinque volte al giorno e a digiunare il mese di Ramadan, ho cominciato a indossare il velo. Prima un semplice foulard. Poi il niqab, il velo integrale, che per me è il segno di un progresso nell'avanzamento verso Dio.

Sono già stata multata due volte perché indossavo il velo. Ho dovuto pagare quarantuno euro e trentadue centesimi, in base a un regio decreto del 1931 che vieta di mostrarsi in luogo pubblico mascherati, o travisati. Ma io non traviso, non mi travesto. Seguo soltanto la mia fede.

Con Giovanni, il vigile che ha verbalizzato la multa, ci conosciamo da quando siamo piccoli. Abbiamo fatto le elementari insieme. La prima volta che sono uscita con il niqab mi ha fermato con una stretta al braccio. "Cristina, sei tu?". Non mi riconosceva.
Dopo il mio caso, il sindaco della città ha fatto un'ordinanza per vietare a chi passeggia il velo e il casco, come se fossero la stessa cosa. Ha citato una legge sull'ordine pubblico del 1975 scritta durante gli anni del terrorismo. Motivi di sicurezza. Quando mia madre era piccola, le donne andavano velate ai funerali o in chiesa. Adesso, rischi di sembrare una terrorista. Una compaesana mi ha confessato che le faccio paura. "Sotto quel velo potrebbe esserci chiunque. Con tutto quello che succede nel mondo, non sono tranquilla". Ma con tutto quello che succede nel mondo, la minaccia è davvero questo mio velo?

Ma ripeto: non voglio fare polemiche. Esprimo soltanto il mio punto di vista, non rappresento nessuno. Non parlo a nome dell'Islam, perché non sono né una teologa né una militante.

Mia madre ha cercato di ostacolarmi in tutti i modi. "Cristina - mi ha detto - non puoi alzare un muro tra te e il mondo". Un giorno è scoppiata in lacrime. "Ti ho fatta così bella, perché vuoi nasconderti?". Aveva altri progetti per me, forse sperava che diventassi una delle tante donne in carriera che invecchiano senza un uomo e senza figli. Anche io da giovane avevo altri sogni. Ho studiato per diventare disegnatrice di tessuti. Nel mio istituto tecnico mi sono diplomata con il massimo dei voti. Quando penso alla mia vita di prima... non ho nessun rimpianto. Dovevo a tutti i costi essere bella in pubblico, essere la migliore, riuscire professionalmente.
Quello sì che era un obbligo, una costrizione sociale. Le donne che come me portano il velo si accontentano di essere mogli e mamme. E ne siamo orgogliose. Indossare il niqab non significa porre in secondo piano la femminilità.
Ai miei occhi è più importante il rispetto e l'empatia con gli altri, che non l'apparenza. Mi concentro sulla mia vita spirituale, sul mio benessere interiore che non dipende esclusivamente dalla mia "immagine", alla quale mi sembra che oggi si dedica fin troppa importanza.

Ora mia madre si è rassegnata. «Se sei contenta - ripete - lo sono anch'io». E' dispiaciuta perché vede che la mia vita sta diventando impossibile. Sono stata aggredita verbalmente, mi hanno sputato addosso. Nell'autobus c'è sempre un posto vuoto accanto a me.
E' una persecuzione continua. Noi donne siamo il bersaglio più visibile.

Eppure sono italiana, come voi. Vi assicuro che nessun marito-orco mi ha cucito addosso il mio amato velo. Anzi, Youssuf, mio marito, sta pensando che forse dovrei toglierlo. Se le multe continueranno diventa un problema, qui nessuno naviga nell'oro. La pressione sta diventando pesante anche per i miei figli. Alcune mie amiche hanno già rinunciato. E questo per me è l'inizio della loro frustrazione.
E' curioso che io debba scegliere tra la mia libertà religiosa e la libertà di circolare in luoghi pubblici. Come se, per avere diritto a uscire di casa, dovessi rinunciare a una parte di me stessa.
Il vestito non è mai stato un ostacolo alla libertà di espressione e di pensiero.

Io non cerco di imporre niente a nessuno, neanche ai miei bambini. Il mio è un cammino spirituale personale, frutto di una decisione maturata serenamente. Non vi chiedo di condividere la mia scelta, ma di rispettarla. Non sono diversa soltanto perché indosso un velo integrale.

Ora basta, non parlerò più, anche se so bene che il mio velo continuerà a interrogare le vostre coscienze. Può sembrare strana questa scelta di continuare, nonostante tutto, a nascondere il mio volto. Eppure è un modo di rivendicare ciò che sono. Mi fa sentire in pace. Forse siete voi che soffrite. Io sono l'immagine che svela le vostre inquietudini. Voi, che non sapete guardare negli occhi.

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