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LA NOTTE IN CUI LUI SI PRESE ZAPPALà

Inedito

04 GIUGNO AMORE - Vite movimentate: corpi e passioni

Legge: Pietrangelo Buttafuoco

Quante ne fantasticò di tenerezze il milite Zappalà.
Fece muro delle sue stesse palpebre, le tenne chiuse, vi si appoggiò e vi contemplò l'abbandono.
La notte si prese Donnalucata e fu nell'oscurità dell'accampamento che Zappalà, disteso nella propria branda, trovò Lui.
E il suo pensiero, il pensiero di Lui, gli camminò innanzi e indietro.
La sua vicinanza, la vicinanza di Lui, si prese il comodo di stargli in petto.
E tutto quel tornare, il milite Zappalà, lo visse coi modi bambini, nel segno dell'innocenza. E lui, infatti, gli arrivò dentro come una festa.
Era stato da sempre nascosto nel suo pensiero, Lui. Ma non lo sapeva Zappalà, conosceva solo le regole dell'uso antico, sapeva solo come dire buongiorno, come farsi bagnare dall'acqua e farsi asciugare dal vento. Ma il Signorsì lo disse a Lui, nottetempo, quando dal ritaglio di tela gli apparve la mezzaluna.
Restò, quella falce volante, la luna, appesa dove finisce il cielo.
E fu Selene che gli svelò l'arco e le frecce: le sopracciglia e le ciglia di Lui, la curvatura dello sguardo dell'Amato.
Zappalà chiuse gli occhi e si ubriacò solo di Lui. Dentro la tenda del campo fanteria.

Anemoni, cespugli e tanto di quel mare ¬- tutto di quel ventre fatto di sale - alitò nella notte di luglio del 1943.
E quante ne architettò di trappole il Nemico che se lo studiò in ogni suo minimo cambiamento il milite Zappalà, se lo sorvegliò non senza tentare di distrarlo dall'abbraccio. Fece, il Nemico il cui nome è ancora Arimane, di ogni ricordo, sconci reticolati fatti passare in fretta.
Soffiò sui rimorsi, sui dolori sopiti, sulle mancanze e sulle tante tagliate rimaste in faccia a Zappalà nella sua vita di ventidue anni.
Lupo della mala coscienza che, così come opera, pensa, il Nemico s'insinuò nelle palpebre chiuse di Zappalà, soldato della milizia, e gli fece cenno di andare insieme per taverne, lontano dall'abbandono.
E gli fece mostra di tenersi aggrappato ad una cima, ovvero, la corda pesante con cui il Nemico l'avrebbe preso a se.
Ebbro dello sguardo di Lui, Zappalà invece fece cenno di no, voltò le spalle al Nemico e la gomena diventò una biscia larga e nera con squame di sporca lamiera.
Spalancò le fauci e svelò la vera natura, la trappola ultima fatta di spire.

Fu quella la notte dell'otto luglio del 1943, ultima tappa del campo nella spiaggia di Donnalucata.
Fu la notte senza sonno del milite Zappalà venuto da Marsala. Ma fu somma di quiete.
Fu la prima notte passata con Lui, in tumulto. Fermo nella felicità.

Come un segugio torna al cacciatore con la preda in bocca, così a Zappalà tornò in cuore la gioia di averne ancora di tempo, prima dello spuntare del nuovo giorno, per stare con Lui, tanto da sentirne sgorgare dalle labbra i Suoi Novantanove Nomi, tutti veloci come frecce, tutti scattanti - nonostante le tenebre - di fulminea luce.
Occhi chiusi, palpebre serrate, Zappalà vegliò presso di Lui e Lui se lo prese soffiando all'orecchio del cuore un amore senza rimedio.
Fu la notte che si portò lontano Zappalà, il milite.
Tutto l'amore che non rivelò si perse in un sorriso che gli fece tanto male, le ombre dilagarono nelle campagne e nei canneti, la paura si prese gli sfollati e una diceria si sparse per le città del bagnasciuga, questa: che un chiarore aveva toccato il milite Zappalà già dall'alba della giornata appena trascorsa.
Diventò ciarla lungo tutto lo scorrere delle ore.
Diceria di un fatto che come fu, forse non fu.
Fu così che si tennero sveglie le guardie.
Comandate di montare intorno ai depositi delle munizioni, nell'altolà e chivalà, per tutte le ore, parlarono di quella Luce.
E la sentinella davanti ai carburanti ebbe paura di ritrovare ancora un barbaglio sopra la tenda del Regio Esercito, proprio dove erano appesi gli stivali di Zappalà:
«E' Shiva che lo ha scelto», spiegò il servente al pezzo, «sotto l'arco delle sopracciglia dell'Amato c'è l'incantesimo i cui segreti arrivano con un'improvvisata».
Nessuno ebbe voglia di farsi spiegare meglio, le sentinelle si passarono ancora un colpo di pettine prima di rimettere l'elmetto, i soldati dentro le loro tende si girarono ancora una volta nelle loro brande, il milite Zappalà aprì gli occhi, si levò dal suo giaciglio e finalmente ¬- ancora con l'abbandono nel cuore - cadde in adorazione per amare Lui, dimentico di se.
Il mare alzò un ruggito, la tromba squillò e la notte s'assottigliò presto in un nuovo giorno.
Arrivò alla fontana delle brocche, il milite Zappalà.
Camminò felice e sentì nella carne e nell'osso del collo l'impronta di Lui.
Bevve sorsi di luminosa brina, il milite Zappalà, li assaporò dalle guance dei tulipani e il comandante del campo - solo per questo, non fosse solo per la Luce - se lo guardò preoccupato: lo pensò già ammaliato, preso dalla magia ma con gli stivali tirati a lucido, perfettamente in riga con i calzoni, armato di moschetto, lo trovò bellissimo, meritevole d'encomio.
Venne alzata la bandiera e nel campo cominciò la mobilitazione.
Cominciò il giorno della marcia d'Acate.
E la bandiera, spiegata al vento, dal campo di Marte avanzò col passo.
E fece passo, Zappalà.
Certo di essere carne nella carne di Lui, Zappalà fece passo e avanzò nella sabbia. E si portò Lui nel respiro.
E fece passo sfasciando la lingua d'acqua del mare curioso di lambire l'avanzata del battaglione.
Fece passo innanzi al sole quando questi mostrò il volto al mondo.
Gli aeroplani rumoreggiarono oltre i monti Iblei, le camionette stillarono dai radiatori acqua lorda di petrolio, la gente dei paesi salutò coi gesti lenti dei fazzoletti i soldati in marcia e Zappalà fece per tutti loro il passo.
E più di tutto lo fece per Lui, fece passo al fianco di Lui, l'Amato, fece passo stringendo il fucile e l'aria di quel luglio gli invidiò il chiarore in volto al punto che se lo fece proprio, tanto che fu una vampa ad annunciare il battaglione in marcia il giorno otto di luglio, come una fiammata si fermò sul cannocchiale del colonnello assiso da una torretta d'avvistamento a Gela, in attesa dei rinforzi.
Calò una nuova notte, il nove di luglio incontro all'alba del dieci, e Zappalà concluse il passo sotto il cielo in cui nuovi fuochi e però maligni fecero presagio di una sciagura.
Echi di corni arrivarono dal mare.
Saracinesche di ferro, approdate con le onde, afferrarono la sabbia.
Una pioggia di morte accompagnò i bombardieri e anfibi corazzati guadagnarono il bagnasciuga metro dopo metro, fermati dalla disperazione di colpi dopo colpi sparati dai fucili, dalle mitragliatrici e dai cannoni, col servente al pezzo che gridava:
«Per Shiva, che ci ha scelti per il suo cielo, sparate!».
Un silenzio fatto di movimenti lenti prese possesso della mente di Zappalà, il milite che fece marcia con l'Amato al fianco.
Chi non mette la testa nel quartiere dell'Amato soldato non è. Parlò la voce di Lui e Lui gli restò ancora al fianco.
Il lume della Sembianza di Lui gli fece ancora più luminoso il cuore.
Proiettili lo sfiorarono senza fretta.
Tutto, malgrado tutto, si fermò nel silenzio. E solo uno strappo venuto a rilento chiarì ai soldati di essere sotto il fuoco dell'invasione.
La bandiera spiegata al vento della notte di luglio ebbe assegnati gli strappi.
I primi buchi al bianco furono quelli delle pistolettate.
Una mitragliata fece gragnola al rosso.
Uno sbuffo di bomba si portò via il verde.
La battaglia di un improvviso non riuscì ad aver ragione dell'asta, restò salda in pugno al Branciforte ma fu quella sfacchinata intorno al drappo ad annunciare l'arrivo degli invasori.
Poi rovinò la sorte in una notte.

Una pallottola colpì Zappalà, il milite.
Lo colpì colpì adagio, proprio sulla canna della gamba.
Zappalà restò in piedi e solo dopo, come per accondiscendere, cadde gradualmente.
Come se le sfere dell'universo intorno a lui completassero intanto le loro pigre rotazioni.
Un'altra scheggia di granata lo colse in pieno viso e così quel chiarore intorno al volto gli diventò simile a prisma quando sopravviene la rifrazione del colore.
Il cuore esplose sotto la coltellata inferta da un pugnale così pietoso di fermargli l'agonia e il fiume di sangue, piano piano, con comoda gravità, scivolò dal petto e se la morte se lo prese via, una rapina d'eterno dalle dita di Lui lo svestì dei giorni e del tempo.
E Zappalà diventò una porta della casa dell'Amato.
«La via della morte non è vana verso la dimora di Lui», mormorò il servente al pezzo mentre prendeva dalle mani già fredde del milite il suo moschetto.
Così terminò quella nottata tanto celebre quanto dimenticata.

Gli eserciti dei cieli si strinsero in cerchio alzando le ali.
Il creato dimorò nel morto e Zappalà, perso nell'Eterno, restò nel velo che è nel velo.
Il velo che è nel velo si fece adorazione. E i cieli radunati con gli eserciti schierati tuonarono di grazia. Nel velo.
Il milite Zappalà arrivò da chi gli prese la mano. Ancora nel velo.
E quel velo fu l'enigma di una Luce rimasta per tutti come la diceria delle città, da Donnalucata verso la punta di Marsala.

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