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INCIDENZE

Inedito

08 GIUGNO FINZIONE - La vita oggi: provocazioni e menzogne

Legge: Philippe Djian

A metà strada accostò, dietro un boschetto coperto di neve. L'aria era frizzante, a ogni respiro emetteva un nuvola di vapore bianco che turbinava nel sole. Prese tempo per arrotolarsi l'orlo dei pantaloni. Aveva le guance rosse. Non altrettanto si poteva dire della sua passeggera. Prima di occuparsi di lei controllò la posta elettronica. Si accertò che nella notte nessuna parte del mondo fosse stata rasa al suolo o infestata da qualche virus, ma i giornali non riportavano notizie del genere. Le previsioni annunciavano freddo secco. Solite barbarie qua e là.
Mosse appena il capo e si preparò per l'ascesa. Il sentiero era ripido, scosceso, appena praticabile, a tratti acrobatico. Sarebbe arrivato zuppo e senza fiato, si sarebbe presentato ai suoi studenti più trasandato e male in arnese di quanto aveva sperato - ma le circostanze volevano altrimenti e bisognava adeguarsi.
La studentessa era diventata blu grigiastra, e non perché facesse particolarmente freddo. Che disgrazia, rifletté chinandosi su di lei e afferrandola sotto le ascelle con una stretta al cuore. Che tragedia, a pensarci. Falciata così giovane. Che assurdità. Che orrore. E che scherzo di cattivo gusto far crepare quella povera ragazza da lui, nel suo letto. Tanto valeva mettergli anche un pugnale fra le mani. Che cattiveria. Storse la bocca, quindi se la caricò in spalla.
Aveva scoperto la grotta per caso, tempo addietro, con Marianne, un giorno in cui ci era quasi scivolato dentro. Era rimasto sospeso nel vuoto, sopra una profonda cavità aperta su una scarpata ricoperta di muschio e nascosta agli sguardi, sua sorella gli aveva salvato la vita agguantandolo e tirandolo su con tutte le forze. Avevano recuperato fiato e si erano riaffacciati tremanti sulla breccia con le mascelle spalancata al livello del suolo, in cui poteva tranquillamente scomparire un cavallo o un bue.
Ben presto un rivolo di sudore ghiacciato gli colò fra le scapole. Fumava davvero troppo. Avrebbe dovuto affrontare il problema, non c'erano dubbi. I polmoni gli bruciavano. I polpacci gli bruciavano. Ancora qualche anno a quel ritmo e la lingua avrebbe cominciato a penzolargli, le ginocchia a sfiorare terra.
Con tutto ciò, appena arrivato, dopo aver gettato il corpo della donna oltre il bordo e aver teso l'orecchio invano, per prima cosa si accese una sigaretta. Le Winston erano le sue migliori alleate. In quell'aria fresca e profumata di neve erbosa si sfiorava la beatitudine, ne era testimone. Ne esaminò la punta rosseggiante con un mezzo sorriso. Il silenzio era talmente profondo da lasciar sentire il lieve sfrigolio del tabacco che bruciava. D'inverno il silenzio dei boschi sulle montagne intorno era quasi incredibile, vibrante.
Aveva le calze fradice nonostante portasse ottimi scarponcini di marca, dei Galibier, e anche l'orlo dei pantaloni era passato dal beige al marrone scuro. Durante la scalata si era piuttosto sporcato, scivolando più di una volta su una lastra di ghiaccio o aprendosi un varco a fatica fra le rocce e i rami bassi, intralciato dal suo fardello. Ma ormai non c'era tempo di tornare a casa a cambiarsi. Avrebbe dovuto immaginarlo, non era in grado di salire fin lassù con una ragazza in spalla e tornare fresco e pulito come un giovane giglio. Fra parentesi, si rivide in pantaloncini, appena adolescente, coperto di polvere e terra secca. Lui e Marianne. Portati dritti nella vasca. Schiaffati sotto un getto d'acqua da quella donna tremenda.

*

Barbara. Si era ricordato il suo nome due giorni dopo, quando la notizia aveva cominciato a circolare. Barbara. Un nome assolutamente inutile, che si era affrettato a dimenticare perché non rendeva giustizia a una ragazza che in classe si era subito distinta e che non scriveva affatto male. L'aveva notata subito. Bionda dall'aria perbene, timida - il tipo era quello, ma il cuore le bruciava come un mucchio di braci. Si alzò e gettò un'occhiata dalla finestra del suo ufficio. Conservava di lei un ricordo commosso. Erano pochi gli studenti su cui si poteva lavorare, che portavano in sé una promessa. In tanti anni ne aveva visti passare un gran numero, ma quelli capaci di produrre un lavoro degno di nota si contavano sulle dita di una mano. Ci voleva un minimo di grazia. La si aveva oppure no. Lui stesso non ce l'aveva. Era arrivato a un soffio dalla meta, a un niente da sfiorare la riva con la mano. Ma se non si possedeva un minimo di grazia dall'inizio era inutile insistere - il suo primo discorso al principio dell'anno metteva sempre in guardia contro un eccesso di ottimismo e di fiducia in sé stessi, visto il limitato numero di eletti al traguardo. Anche i posti in piedi costavano cari. Perfino i bravi sceneggiatori scarseggiavano. In una quindicina d'anni aveva incontrato non più di due o tre prescelti, due o tre possessori della scintilla, che avevano illuminato le sue lezioni. Gocce nel mare. Tanta scarsità strabiliava - e rendeva umili, quando per mestiere si insegnava la scrittura e si incappava in una gemma.
Seguì con lo sguardo il funzionario di polizia che gli aveva appena lasciato il suo biglietto mentre attraversava il parcheggio riservato a professori e portatori di handicap. La tentazione era stata forte. Per un breve istante la tentazione l'aveva sfiorato, di dire la verità, di dichiarare che quella sera erano andati via insieme ed erano finiti a letto. Ma si era ripreso in tempo. La verità pura e semplice non sarebbe servita a nessuno.
Gli alberi cominciavano a germogliare. Il poliziotto fece una manovra rumorosa e azzardata e attraversò il campus a ottanta all'ora. Non perché fosse scontento del loro colloquio, al contrario, si erano trovati simpatici, ma la radio gli aveva appena comunicato che un'auto aveva sfondato la vetrina di una gioielleria a due passi dal centro. Milioni di euro volatilizzati.
Un mestiere avvincente. E con l'arrivo della primavera doveva essere ancora meglio - il braccio appoggiato al finestrino, una sosta per bere qualcosa senza dover rendere conto a nessuno, belle donne da pedinare, pranzare a spese dello stato, porto d'armi e via dicendo, gli aveva spiegato il poliziotto. Un mestiere avventuroso, all'aria aperta.
A ogni modo quella sera nessuno li aveva visti andare via, lui e la Barbara in questione. Era una precauzione elementare che prendeva sempre quando si cimentava in relazioni del genere. Ancora oggi andare a letto con una studentessa non era ben visto, si poteva finire in consiglio disciplinare e giocarsi il posto - di solito rompeva prima dell'arrivo di complicazioni, prima di lasciarsi sorprendere abbracciati, di abbassare la guardia. Era vecchio del mestiere. Non aveva nessuna voglia di rischiare il posto per quello che considerava un passatempo, un'occupazione secondaria.
Il cielo brillava. Prese le sue cose, si infilò sottobraccio un pacco di fotocopie e si diresse all'uscita mentre il sole saliva allo zenit. Mangiò un panino alla caffetteria, era poco probabile che Marianne avesse preparato il lesso. Lì per lì la morte di Barbara gli aveva tolto l'appetito, ma quel mattino si sentiva meglio, la padronanza dimostrata davanti al poliziotto, il suo aplomb, il comportamento impeccabile di cui aveva dato prova meritavano un premio - anche se il compito non si era rivelato poi tanto difficile trovandosi sul proprio territorio, dietro la sua scrivania di professore, con il poliziotto in posizione di inferiorità. In certi periodi Marianne si nutriva esclusivamente di formaggio fresco 0%, come ora, per ragioni a lui ignote - del resto anche a lei, ma poco importava.
Munito di spiccioli si diresse verso il distributore di caffè. Accese una sigaretta. Non era alla sua prima multa per avere fumato in un luogo pubblico ma non poteva farci niente. Era stato avvelenato. Gli era stata somministrata la più potente delle droghe, quella che provoca la dipendenza peggiore. I fabbricanti di sigarette, quegli uomini condannati da tutti, emissari del male, dei veri bastardi, erano geni assoluti, chimici fantastici.
Dava le spalle alla sala e guardava i gabbiani volare sul lago mentre la macchina produceva il suo caffè, mentre apparivano un bicchiere di carta e un bastoncino per girare lo zucchero, mentre una mano gli sfiorava la spalla.
Non riusciva quasi mai a finire una sigaretta senza che una ventenne alzasse gli occhi al cielo facendogli notare il proprio scarso entusiasmo all'idea di ritrovarsi con un cancro alla gola per causa sua. Sospirò e si voltò con un mezzo sorriso. Sapeva di non dare il buon esempio, ma era immerso nella sua cara nicotina dalla testa ai piedi. Si trovò di fronte a una donna sulla cinquantina, abbastanza bella. Un incontro del genere non era abituale nel campus, ma certo piacevole - prima o poi si andava in overdose di facce lisce.
- Sono la madre di Barbara - dichiarò.
- Oh, mi dispiace. Piacere - rispose tendendole la mano.
Diverse studentesse non resistevano alla tentazione di confidarsi con la mamma, per quanto le pregasse di tenere a freno la lingua. Conservare un segreto sembrava al di sopra delle loro misere forze. Si mise subito in guardia: una volta una madre gli aveva scagliato in faccia il contenuto del suo bicchiere mentre pranzava ignaro dalle parti dell'imbarcadero.
Gli toccò un braccio e disse:
- Per favore sediamoci, le vorrei parlare.
Per un istante sollevò lo sguardo su di lei. Non c'era troppa gente, ma lo guidò verso un tavolo appartato. Dietro le vetrate faceva caldo, malgrado il vento freddo che spirava fuori.
- Spero di non disturbarla - disse lei.
- Affatto - rispose. - Non mi disturba affatto. Cosa prende?
Ordinò due caffè.
- Lei è il suo professore. Me ne ha parlato.
Cercò di leggerle nello sguardo. Cosa voleva? Cosa sapeva? Tentava di penetrare nei suoi pensieri, non ci riuscì ma notò il bell'ovale del suo mento. Stupefacente quanto le donne riescano a tenersi in forma oggigiorno, basti pensare a Sharon Stone.
- Mi parli di lei. Di mia figlia. Barbara.
- Parlarle di lei?
- Sì, mi parli di lei, per favore.

Più tardi, mentre risaliva verso casa guidando piano, sorridendo agli autovelox e lasciandosi sorpassare da due rombanti moto della polizia che salutò con un cenno del capo, ripensava alla conversazione con la madre di Barbara. La poverina era terrorizzata. Aveva paura di qualche disgrazia.
Si era affrettato a rassicurarla. Ma senza calcare troppo la mano, senza darle troppe speranze. Bisognava sempre essere pronti al peggio, purtroppo, aveva detto di sfuggita prendendole il polso - sottile, bianchissimo.
- Sono soddisfatto del suo lavoro - si affrettò ad aggiungere. - Mi fa piacere poterglielo dire. Sono proprio soddisfatto. Mi aspetto molto da lei.
Cos'altro avrebbe potuto dire? Si fermò a metà strada, parcheggiò dietro il pendio ancora ghiacciato ed esaminò i dintorni prima di avventurarsi per il cammino intrapreso due giorni prima con il corpo di Barbara buttato su una spalla. Storse appena la bocca nell'evocare l'immagine. Ma quando si è preda del fato, si diceva, ha senso ribellarsi quando si è preda del fato?
Era un po' meno freddo della volta precedente. La primavera dava l'impressione di arrivare al galoppo. Si scorgeva qualche bucaneve qua e là.
- Parlarle di lei? - aveva risposto. - La conosce certo meglio di me. Ah ah. Ah ah, di sicuro - aveva ironizzato. Molti avrebbero pensato che una madre conosca sua figlia meglio di un professore qualsiasi. I caffè rilucevano e fumavano nelle tazze come oggetti volanti.
- Invece no - rispose, - questo è il punto. Questo è il punto. Non la conosco.
- Be', certo, chi può dire di conoscerli?
- Ascolti... conosco Barbara solo da qualche mese.
Esitò.
- In questo caso è un altro paio di maniche - disse in tono giocoso.
Aveva tentato di scherzare davanti alla dichiarazione sconcertante di quella Myriam Vattelapesca presentatasi troppo in fretta, ma si rese subito conto che quella donna intendeva proprio ciò che aveva detto.
- Succede, sa. Non mi guardi in quel modo.
Benché questa volta viaggiasse leggero, arrivò in cima all'altura senza fiato. Era il prezzo della tranquillità, la certezza che il luogo non avrebbe attirato le masse. Decise di sedersi un momento e fumò una sigaretta, mista all'aria fresca gli sembrò davvero deliziosa sullo sfondo degli abeti ricoperti di ghiaccio. Si sentiva calmo e rilassato. Era stata una giornata fruttuosa. Poteva vantarsi di avere allontanato da sé eventuali sospetti. Al momento le sue ultime paure si erano volatilizzate. Nessuno li aveva visti insieme. Nessuno conosceva il loro genere di rapporto, neppure la madre - a quanto pareva Barbara aveva saputo tenere a freno la lingua. Poteva respirare. Abbandonarsi al piacere del tabacco.
Il cuore gli batteva. Si era fermato a pochi metri dal crepaccio buio e coperto di muschio, una faglia di un'oscurità glaciale, silenziosa. Ma uff, che sollievo. Si rallegrava di essersi sempre imposto una disciplina rigorosa, di prendere un certo numero di semplici precauzioni con le studentesse. Adesso poteva respirare. Il sistema di protezione aveva tenuto. Il principio di sicurezza pagava.
Bisognava stendersi sul ventre per avvicinarsi al ciglio e guardare di sotto, in quel pozzo di nerume sconosciuto. Quando ripensava alla sua caduta mancata gli veniva la pelle d'oca. Un giorno lui e sua sorella avevano trovato la carcassa di un capriolo, fermato nel pieno della corsa da una sporgenza contro cui doveva essersi rotto la schiena. L'estate successiva non ne era rimasto niente, nemmeno un osso.
Il corpo di Barbara aveva seguito la stessa sorte. Benché si trovasse in basso, nell'ombra, lo si distingueva benissimo, bloccato a metà caduta da una stretta balza di roccia umida a forma di uncino.
Rimase steso un istante, la testa sul vuoto, a chiedersi quale condotta tenere. Certo le probabilità che un cacciatore, un escursionista o chicchessia si imbattesse nelle spoglie mortali della studentessa erano basse. Ma non nulle. Alcuni corvi volavano nel cielo blu, li osservò un momento prima di riconsiderare il problema dell'eventuale scoperta del corpo da parte di qualche avvinazzato fuori strada o di un abominevole cercatore di funghi.
C'era un modo per raggiungerla. C'era un modo per calarsi nel crepaccio se si stava bene attenti a dove si mettevano i piedi - a quanto ricordava - e raggiungere così il corpo di Barbara. Bastava essere prudenti, verificare i punti d'appoggio, scendere con calma. Idem per la risalita. Ma lo sforzo valeva la pena.
Bisognava fare le cose con giudizio. Il suo istinto lo aveva portato a sbarazzarsi del corpo e sbarazzarsi del corpo significava farlo sparire - sottrarlo a ogni sguardo, per quanto improbabile. Ora, come aveva appena constatato, e come aveva temuto, il lavoro era ancora a metà. Si tolse gli occhiali e li mise via. Ecco cosa succede, pensò, quando si ha troppa fretta. Quel giorno era in ritardo, si era sbarazzato della ragazza ed era corso senza voltarsi verso la sua lezione su John Gardner e la narrativa morale, sia pure, ma non era una scusa. Non aveva dato prova di grande abilità, e il prezzo delle proprie goffaggini il più delle volte alla fine si paga.
La parete era viscida e scoscesa. Ma per fortuna portava un buon paio di scarpe e sapeva abbastanza bene come muoversi - aveva servito negli alpini. Qualche sasso schizzava via sotto i suoi passi e volava nel vuoto. Per evitare rischi si teneva aggrappato al costone e scendeva con prudenza. La paura viene con l'età, pensava avvicinandosi a Barbara, la paura viene con la consapevolezza della morte.
Quando mise piede sulla cornice sembrava essersi rotolato nel fango. Un vero disastro. Storse la bocca. Si voltò verso il corpo della studentessa, ormai grigio violaceo. Sembrava in equilibrio su una sorta di sperone.
Allungando la gamba, riusciva appena a toccarla con la punta del piede. La spinse. Con la punta del piede. Bisognava smuoverla perché riprendesse la sua corsa verso le tenebre, ma il compito non era semplice come sembrava. Qualcosa la bloccava, qualcosa si era impigliato. Un sudore freddo gli colò sulle reni mentre con rabbia tentava di scaraventare il corpo nel cuore della fossa, gemeva sotto sforzo e imprecava per tutti i diavoli. Così rompeva il silenzio del bosco, di solito turbato a malapena dal grido di un uccello in lontananza o dal fruscio delle foglie - uno scherzo in confronto ai grugniti e lamenti vari sgorganti al momento dal fondo di questa grotta buia, trasformata in amplificatore.
Poi, nell'attimo in cui stava per essere sopraffatto dall'impotenza, quando gettava le sue ultime forze nella lotta, ridotto ad aggrapparsi a una radice con la punta delle dita, si sentì forte il rumore di uno strappo e il corpo della ragazza precipitò nel vuoto.
- Ehilà? - disse una voce sopra la sua testa. - Ehilà?

Traduzione di Daniele Petruccioli
Brano tratto da Incidences
copyright Voland

À mi-chemin, il se gara sur le bas-côté, derrière un bosquet couvert de neige. L'air était vif, chaque respiration produisait un jet de vapeur blanche qui tourbillonnait dans la lumière du soleil. Il prit le temps de rouler le bas de son pantalon. Ses joues étaient déjà rouges. On ne pouvait pas en dire autant de celles de sa passagère. Avant de s'occuper d'elle, il consulta ses messages. Vérifia qu'une partie du monde n'avait pas été rasée dans la nuit ou infestée par un virus, mais les journaux n'annonçaient rien de tel. Au menu beau temps, froid et sec. Sauvagerie ordinaire ici et là.
Il opina brièvement du chef et prépara mentalement à la montée. Le sentier était raide, escarpé, à peine praticable, certains passages acrobatiques. Il allait arriver là-haut totalement en nage, à bout de souffle, couvert de sueur glacée, et il réapparaîtrait devant ses étudiants un peu plus froissé débraillé qu'il ne l'eût souhaité - mais les événements en décidaient autrement et tout homme devait s'y plier.
L'étudiante avait viré au gris-bleu, non qu'il fît particulièrement froid. « Quelle misère, songea-t-il en se penchant sur elle et l'attrapant sous les aisselles, le cœur serré. Quelle tragédie c'était, quand on y pensait. Fauchée si jeune. Comme c'était absurde. Comme c'était révoltant. Et comme c'était un vilain tour qu'on lui jouait, à lui aussi. Comme c'était un sale tour qu'on lui jouait d'avoir fait claquer cette pauvre fille sous son toit, dans son lit. Pourquoi ne lui avait-on pas mis un poignard entre les mains, pour faire bonne mesure? Comme c'était rude. Il grimaça, puis il la chargea sur ses épaules.
Marianne et lui avaient découvert cette grotte par hasard, autrefois, un jour qu'il avait failli soudainement y glisser. Il était resté suspendu au-dessus du vide, au-dessus d'un trou profond qui béait dans un escarpement moussu, à l'abri des regards, et il ne devait la vie qu'à sa sœur qui l'avait empoigné et hissé de toutes ses forces. Puis ils avaient vers la brèche dont les mâchoires s'ouvraient au ras du sol et par lesquelles aurait facilement pu disparaître un cheval ou un bœuf.
Très vite, un filet de sueur glacée entama sa descente entre ses omoplates. Décidément, il fumait trop. Il allait devoir affronter ce problème avec sérieux, ça ne faisait plus aucun doute. Ses poumons brûlaient. Ses mollets brûlaient. Encore quelques années à ce régime et c'était sa langue qui pendrait, ses genoux qui racleraient le sol.
Quoi qu'il en soit, la première chose qu'il fit en arrivant, après avoir poussé le corps de la jeune femme par-dessus bord - et tendu inutilement l'oreille -, fut d'en allumer une. Ses Winston étaient ses meilleures alliées dans la vie. Avec cet air frais, au parfum de neige herbeuse, on atteignait presque la félicité, il pouvait en témoigner. Il examina l'extrémité rougeoyante avec un demi-sourire. À présent, le silence était si profond autour de lui qu'il entendait le léger grésillement du tabac se consumant. L'hiver, le silence de ces bois qui couvraient les monts environnants était à peine croyable, vibrant.
Il avait beau porter de bonnes chaussures de marche, des Galibier, ses chaussettes étaient trempées, de même que son bas de pantalon qui du beige clair était passé au marron foncé. Il s'était également pas mal sali durant son escalade -, par deux fois glissant sur une plaque de glace ou se frayant un passage difficile entre les blocs de pierre et les branches basses, encombré de son fardeau. Mais il n'avait plus le temps de rentrer chez lui pour se changer. C'était stupide de sa part. Il aurait pu penser qu'il ne serait pas en mesure de grimper là-haut avec cette fille sur l'épaule et d'en redescendre aussi blanc et frais qu'un jeune lys. Incidemment, il se revit en short, à peine adolescent, couvert de poussière, de terre séchée. Marianne et lui. Directement conduits à la baignoire. Passés au jet sans ménagement par cette horrible femme.


*

Barbara. Il avait retrouvé son prénom deux jours plus tard, lorsque les choses avaient commencé à bouger. Barbara. Ce prénom parfaitement stupide qu'il s'était empressé d'oublier car il ne rendait pas justice à cette fille qui, en peu de temps, avait montré d'assez bonnes dispositions en classe et n'écrivait pas trop mal. Il l'avait aussitôt repérée. Blonde à l'air sage, timide - ce genre-là, mais dont le cœur brûlait comme une poignée de braises. Il se leva et jeta un coup d'œil par la fenêtre de son bureau. Il gardait de Barbara un souvenir ému. Rares étaient les étudiants dont on pouvait tirer un travail, qui portaient en eux une promesse. Durant toutes ces années, il en avait vu passer un grand nombre, mais on pouvait compter sur les doigts d'une main ceux qui seraient en mesure de produire un travail consistant. Il fallait un minimum de grâce. On l'avait ou on ne l'avait pas. Lui-même ne l'avait pas. Il s'était trouvé à un cheveu de se hisser sur la terre ferme, à un rien de tâter de l'autre rive. Mais si l'on ne possédait pas un minimum de grâce au départ, il était inutile d'insister - le premier discours qu'il tenait régulièrement en début d'année mettait en garde contre un excès d'optimisme et de confiance en soi, à l'aune du nombre d'élus à l'arrivée. Même les strapontins étaient chers. Même les bons scénaristes étaient rares. En une quinzaine d'années, il n'avait croisé que deux ou trois élus, deux ou trois qui en étaient et avaient illuminé ses classes. Petites gouttes dans l'océan. Tant de rareté époustouflait - et rendait humble quand on avait pour métier d'enseigner l'écriture et que l'on tombait sur un joyau.
Il suivit des yeux l'officier de police qui venait de lui laisser sa carte et traversait le parking réservé aux professeurs titulaires et aux handicapés moteurs. La tentation avait été forte. Un court instant, la tentation l'avait effleuré de dire la vérité, de déclarer qu'ils avaient quitté la soirée ensemble et l'avaient terminée dans son lit. Mais il avait repris ses esprits à temps. La stricte vérité n'aurait avancé personne.
Les arbres commençaient à bourgeonner. Le policier exécuta un demi-tour ombrageux et sonore sur le parking et retraversa le campus à quatre-vingts à l'heure. Non qu'il se fût trouvé irrité par leur entrevue, au contraire, ils avaient sympathisé, mais sa radio venait de lui apprendre qu'une voiture-bélier avait enfoncé la devanture d'une bijouterie, à deux pas du centre. Des millions d'euros s'étaient envolés.
Quel métier captivant. L'approche du printemps rendait sans doute l'exercice encore plus agréable - on conduisait le coude - à la portière, on pouvait s'arrêter pour bire un verre sans avoir de comptes à rendre à qui que ce fût, on pouvait prendre de jolies femmes en filature, déjeuneur aux frais de la princesse, porter une arme, et cetera, avait expliqué le policier. Un métier d'aventure, de plein air.
Quoi qu'il en soit, personne ne les avait vus sortir ensemble, ce soir-là, cette fameuse Barbara et lui. Il s'agissait d'une précaution élémentaire qu'il avait toujours prise dès lors qu'il se lançait dans ce genre de relation.
Coucher avec une étudiante était encore très mal perçu aujourd'hui et il n'était pas rare qu'on y jouât sa place après être passé en conseil de discipline - il rompait le plus souvent avant que les complications ne surviennent, avant qu'on ne les surprenne enlacés, avant que ne se relâche la prudence. Il avait ses habitudes ici. Il n'avait aucune envie de mettre son poste en danger pour ce qu'il considérait comme des distractions, comme des occupations périphériques.
Le ciel brillait. Il rangea ses affaires, coinça sous son bras un paquet de copies, puis se dirigea vers la sortie tandis que le soleil montait au zénith. Il avala un sandwich à la cafétéria car il y avait peu de chances que Marianne leur eût préparé un pot-au-feu. Sur le coup, la mort de Barbara lui avait nettement coupé l'appétit, mais ce matin il se sentait mieux, la maîtrise dont il avait fait preuve devant le policier, l'aplomb, l'impeccable prestation qu'il avait donnée méritaient une récompense - bien que l'épreuve ne se révélât pas trop difficile car il se trouvait sur son territoire, derrière son bureau de professeur, et le policier s'était senti en position inférieure. Par périodes, Marianne se nourrissait exclusivement de formage blanc à 0%, comme c'était le cas en ce moment, et pour une raison qu'il n'aurait pu expliquer - pas plus qu'elle, d'ailleurs, mais peu importait.
Muni de quelques pièces, il marcha ver la machine à café. Il alluma une cigarette. Il n'en était pas à sa première amende pour tabagisme dans un lieu public mais il n'y pouvait rien. On l'avait empoisonné. On lui avait administré la plus puissante des drogues, celle qui provoquait la plus profonde dépendance. Ces hommes que l'on condamnait, ces fabricants de cigarettes, ces agents du mal, ces authentiques salauds, étaient de purs génies, de fantastiques chimistes.
Il tournait le dos à la salle et regardait voler des mouettes au-dessus du lac tandis que la machine moulait son café, qu'apparaissait un gobelet suivi d'un manche d'esquimau en guise de petite cuillère, lorsqu'une main lui effleura l'épaule.
Il était très rare qu'il puisse en terminer une sans qu'une fille de vingt ans ne lui fasse remarquer en roulant des yeux horrifiés qu'elle ne tenait pas à développer un cancer de la gorge à cause de lui. Il soupira et se tourna, avec un demi-sourire. Sachant qu'il ne donnait pas le bon exemple - mais baignant dans la chère nicotine de la tête aux pieds. Il se trouva devant une femme assez belle, proche de la cinquantaine. Il était rare de rencontrer ce genre de phénomène sur le campus, mais c'était bien agréable - l'overdose de visages lisses finissait par se déclencher tôt ou tard.
« Je suis la mère de Barbara, déclara-t-elle.
- Oh, désolé. Enchanté », répondit-il en en lui tendant promptement la main.
Nombreuses étaient les étudiantes qui ne résistaient pas au désir de mettre leur maman dans la confidence - les eût-il instamment priées de tenir leur langue. Garder un secret, pour la plupart, semblait bien au-dessus de leurs faibles forces. Les ennuis qu'il avait frôlés ne venaient pas d'ailleurs. Il fut aussitôt sur ses gardes - une mère lui avait un jour lancé le contenu de son verre au visage alors qu'il déjeunait tranquillement près de l'embarcadère.
Elle lui toucha le bras en disant « S'il vous plaît, asseyons-nous, puis-je vous parler? ».
Il leva les yeux sur elle, un instant. Il n'y avait pas grand monde, mais elle l'entraîna vers la table la plus éloignée. Il faisait chaud derrière les baies malgré le vent froid qui soufflait dehors. « Je ne veux pas vous ennuyer, lui dit-elle.
- Pas du tout, fit-il. Vous m'ennuyez pas du tout. Qu'est-ce-que vous prenez? »
Il commanda des cafés. « Vous êtes son professeur. Elle m'a parlé de vous. »
Il essayait de lire dans le regarde de cette femme.
Que voulait-elle? Que savait-elle? Il essayait de percer son esprit sans y parvenir mais il remarqua au passage que son menton avait un bel ovale. Étonnant comme les femmes, aujourd'hui, parvenaient à se maintenir en forme - il n'y avait qu'à voir Sharon Stone.
« Parlez-moi d'elle. De ma fille. Barbara.
- Que je vous en parle ?
- Oui, parlez-moi d'elle, je vous en prie. »

Plus tard, tandis qu'il remontait chez lui en conduisant sagement - souriant aux radars et se laissant doubler par deux fringants motards de la police de la route auxquels il adressa un léger salut de la tête -, il repensait à la conversation qu'il avait eue avec la mère de Barbara. La pauvre se faisait un sang d'encre. Elle se demandait si un malheur n'était pas arrivé.
Il avait tâché de la rassurer. Mais sans trop insister, sans trop l'inonder d'espoir. Il fallait, malheureusement, toujours se préparer au pire, avait-il glissé en lui tenant le poignet - qu'elle avait très fin, très blanc.
« Je suis content d'elle, s'était-il empressé d'ajouter. Le suis ravi de cette occasion de pouvoir vous le dire. Je suis très content d'elle. J'en attends beaucoup. »
Aurait-il pu dire autre chose ? Il s'arrêta à mi-parcours, se gara derrière le talus encore gelé et inspecta les alentours avant d'entreprendre le parcours qu'il avait emprunté deux jours plus tôt avec le corps de Barbara en travers de l'épaule. Il grimaça doucement à l'évocation de cette image. Mais quand la fatalité vous tient, se disait-il, résister sert-il à quelque chose, quand la fatalité vous tient ?
Il faisait un peu moins froid que l'autre fois. Le printemps donnait l'impression d'arriver au grand galop. On apercevait quelques perce-neige, ici ou là.
« Que je vous parle d'elle ? avait-il répliqué. Vous la connaissez certainement mieux que moi. Ah ah. Ah ah ah, j'en suis sûr », avait-il ricané. Beaucoup l'auraient pensé - qu'une mère connaissait mieux sa fille que le premier professeur venu. Les cafés luisaient et fumaient dans les tasses comme des objets volants.
« Eh bien non, fit-elle, justement. Justement. Je ne la connais pas.
- Ma foi, vous savez, qui peut se vanter de les connaître ?
- Écoutez... je ne connais Barbara que depuis quelques mois. »
Il hésita un instant. « Dans ce cas, c'est différent », fit-il sur le mode de la plaisanterie.
Il avait souhaité employer un ton humoristique pour répondre à la déconcertante déclaration de cette Myriam Machinchose qui s'était présentée à la hâte, mais il prit rapidement conscience que cette femme ne disait rien d'autre que ce qu'elle disait.
« Vous savez, ce sont ce sont des choses qui arrivent, s'était-elle défendue. Ne me regardez pas comme ça. »
Bien qu'il voyageât léger, cette fois, il atteignit le sommet de l'éminence à bout de souffle. C'était le prix de la tranquillité, l'assurance que l'endroit n'attirait pas les foules. Il décida de s'asseoir une minute et il fuma une cigarette qu'il trouva absolument délicieuse mélangée à l'air frais, sur fond de sapins couverts de glace. Il se sentait calme et détendu. La journée avait été bien remplie. Il pouvait se vanter
d'avoir écarté les soupçons qui auraient pu se développer à son égard. Ses dernières craintes s'étaient envolées à présent. Personne ne les avait vus ensemble. Personne ne connaissait la nature de leurs relations, pas même la mère - Barbara semblait bien avoir tenu sa langue. Il pouvait respirer. S'abandonner au plaisir du fantastique tabac blonde.
Son cœur battait. Il se tenait à quelques mètres de la sombre crevasse moussue - une faille à l'obscurité glacée, silencieuse. Mais ouf, quel soulagement. Il se félicitait de s'être toujours soumis à une stricte discipline, d'avoir toujours pris un certain nombre de précautions élémentaires avec les étudiantes. Il pouvait respirer à présent. Le système de défense avait fonctionné. Le principe de Sécurité avait payé.
Il fallait se mettre à plat ventre si l'on voulait s'approcher du bord et jeter un coup d'œil en bas, dans ce puits de noirceur inconnue. Lorsqu'il repensait à la chute qu'il avait failli autrefois y faire, sa peau se hérissait. Un jour, sa sœur et lui avaient trouvé le cadavre d'un Chevreuil stoppé à mi-course par un étroit promontoire sur lequel il s'était sans doute brisé l'échine. L' été suivant, il n'en restait plus rien, pas même un os. Le corps de Barbara avait connu le même sort. Bien qu'il demeurât dans l' ombre, en contrebas, on le distinguait parfaitement bien - arrêté dans sa chute par un étroit surplomb de roche humide en forme de bec-de-cane.
Il resta allongé un moment, la tête au-dessus du vide, s'interrogeant sur la conduite à tenir. Sans doute les chances que l'œil d'un chasseur, d'un promeneur ou de qui que ce fût tombât sur la dépouille mortelle de l'étudiante étaient-elles minces. Mais elles n'étaient pas nulles. Des corbeaux volaient en cercle dans le ciel bleu et il s'y intéressa un instant avant de reconsidérer le problème que posait l'éventuelle dé reconsidérer le problème que posait l'éventuelle découverte du corps par n'importe quel égaré en goguette ou abominable ramasseur de champignons.
Il y avait un moyen de l'atteindre. Il y avait un moyen de descendre dans cette crevasse si l'on regardait bien où l'on mettait les pieds - autant qu'il s'en souvenait - et ainsi atteindre le corps de Barbara. Il suffisait d'être prudent, de vérifier ses points d'appui, de prendre son temps pour descendre. Idem pour remonter. Mais l'effort valait la peine.
Il fallait faire les choses proprement. Son instinct l'avait conduit à se débarrasser du corps signifiait le faire disparaître - le soustraire aux regards, en l'occurrence fussent-ils improbables. Or, ainsi qu'il venait de s'en rendre compte, et ainsi qu'il l'avait craint, le travails n'était fait qu'à moitié. Il replia ses lunettes et les rangea. Voilà ce qui arrivait, songea-t-il, lorsque, lorsque l'on faisait les choses à toute allure. Sans doute était-il très en retard ce matin-là et s'était-il promptement débarrassé de la jeune fille et était-il reparti sans se retourner, pour aller donner son cours sur John Gardner et la littérature morale, mais il ne devait pas se chercher d'excuses. Il n'avait pas fait preuve de beaucoup d'habileté, voilà tout, et l'on payait souvent le prix de ses maladresses, au bout du compte.
La paroi était raide et glissante. Mais par chance, il portait une bonne paire de chaussures et savait à peu près comment s'y prendre - il avait servi dans les chasseurs alpins. Quelques pierres s'éboulaient sous ses pas et valdinguaient dans le vide. Pour ne pas prendre de risques, il se plaquait au maximum contre la paroi et descendait avec prudence. La trouille venait avec l'âge, songeait-il en progressant vers le corps de Barbara, la trouille venait avec la conscience de la mort.
Lorsqu'il prit pied sur la corniche, il constata qu'il semblait s'être roulé dans la boue. Un vrai désastre. Il grimaça. Puis il se tourna vers le corps de l'étudiante dont le teint avait viré au gris violacé. Elle semblait en équilibre sur une sorte d'éperon.
Il pouvait juste l'atteindre du bout du pied, en tendant la jambe. Il la poussa. De la pointe du pied. Il s'agissait de la faire basculer afin qu'elle reprît sa course vers les ténèbres, mais la tâche n'était pas aussi simple qu'elle paraissait. Quelque chose bloquait. Quelque chose coinçait. Une sueur froide lui coula dans les reins cependant qu'il tâchait rageusement de précipiter le corps au cœur de la fosse, qu'il couinait et jurait par tous les diables en ahanant. Et tout cela brisait le silence de la forêt que rien ne troublait d'ordinaire, sinon le cri d'un oiseau dans le lointain ou le bruissement des feuilles - aimable plaisanterie comparée aux divers grognements et lamentations qui jaillissaient à présent du fond de cette grotte obscure, transformée en chambre d'échos.
Puis, au moment où l'impuissance allait l'anéantir, où il jetait ses dernières forces dans la bataille, où il était réduit à s'accrocher du bout des doigts à une racine, un grand bruit de déchirement se fit entendre et le corps de la fille bascula dans le vide.
« Hello ? lança une voix au-dessus de sa tête. Hello ? »

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