Loghi Istituzionali Comune di Roma Ministeri per i Beni e le Attività Culturali Casa delle Letterature

APPETITO

Inedito

08 GIUGNO FINZIONE - La vita oggi: provocazioni e menzogne

Legge: Elizabeth Strout

Ad aprile Diane e Jeremy Johnson andarono in Arizona a trovare il figlio. Soggiornarono in una località turistica ai piedi delle montagne, non lontano da casa sua. La loro stanza dava su un enorme saguaro e sulla piscina.
«Sai cos'ho pensato?», chiese Diane, voltandosi verso il letto su cui sedeva il marito con in mano il cellulare, intento a inviare messaggi o forse a controllare la posta elettronica. «Ho pensato di aver sempre avuto appetito per la vita».
Subito dopo quelle parole le parvero assolutamente vere ed esatte, e avvertì un lieve brivido di eccitazione percorrerle la schiena. La sua intera vita la circondava, splendida come acqua fresca, e Diane voleva inghiottirla a grandi sorsate!
«Un attimo». Jeremy si alzò e andò alla finestra, dove digitò qualcosa sulla tastiera del cellulare. «Hai appetito per la vita?», chiese, continuando a digitare. «E chi non ce l'ha?».
«Beh, un sacco di gente, Jeremy». Diane si alzò e allungò le braccia verso l'alto. «Quelli che vanno in giro per strada con l'aria preoccupata. Non lo chiamerei avere appetito per la vita».
Il silenzio di lui le fece pensare che aveva perso interesse, ma quando lasciò ricadere le braccia e lo fissò, si accorse con sorpresa che anche il volto di Jeremy appariva preoccupato. Il pallore del volto metteva in risalto le lentiggini. Diane pensò di non essersi mai resa conto (dopo tutti quegli anni!) che avesse così tante lentiggini. E poi, un attimo dopo, sembrò di nuovo se stesso.
«Sei una brava persona, Diane», le disse. Chiuse il cellulare e se lo fece scivolare in tasca.
Lei gli rispose in tono allegro. «Essere una "brava persona" significa che sono una donna di mezza età un po' appesantita in vita, che ha allevato i tuoi figli e ti ha fatto il bucato?».
L'espressione quasi sofferente attraversò di nuovo il viso di Jeremy.
«Tesoro, sto scherzando», gli disse. Diane gli si avvicinò con le braccia tese, ma lui si diresse verso la valigia, che giaceva aperta ai piedi del letto.
«Questa sera non ho voglia di ascoltare Ariel passare in rassegna la sua infinita serie di lamentele», disse Jeremy, frugando tra i vestiti. «Cos'ha da lamentarsi?».
«Della sua infanzia. Ovviamente». Diane si era chinata e si stava toccando le dita dei piedi. «Ma siamo venuti qui per vedere Scott, non dimenticarlo».
Il fatto che Scott avesse scelto una donna del genere era fonte di sconcerto per tutti e due. Ma Diane era ottimista: dopo tutto si trattava della vita del figlio, non della loro. «Avanti, fatti la doccia, così poi potremo raggiungerli», disse.

Il giorno dopo Diane e Jeremy partirono per un'escursione nel canyon. Erano le undici del mattino. Avevano già fatto quella gita in precedenza, e sapevano che richiedeva cinque ore. Jeremy portava uno zaino che conteneva tre bottiglie d'acqua, due pacchetti di razioni da campeggio e un sandwich di pancetta e tacchino preparato per loro in albergo. Diane aveva solo una bottiglia d'acqua e una sciarpa in testa.
Non si sentiva bene. Le capitava molto raramente di bere troppo. Ma la sera prima, mentre Ariel non la smetteva di parlare del proprio odioso patrigno, evidentemente Diane aveva continuato a riempirsi il bicchiere di vino rosso scuro, ancora e ancora, perché mentre attraversava il parcheggio dell'albergo per tornare nella sua stanza aveva perso di vista Jeremy e aveva vagato da sola sotto l'ampio cielo buio, sentendosi invadere da una infinita comprensione della magnificenza dell'universo misterioso che si dispiegava sopra di lei. Fu questo a farle capire di essersi ubriacata.
Ora, mentre si allontanavano dall'ultimo capanno del sentiero per inoltrarsi nel deserto, Diane si chiese se fosse il caso di dire a Jeremy che non si sentiva bene e che voleva tornare indietro. Ma Jeremy era un uomo che una volta assegnatosi un compito lo portava a termine, una qualità, quella, che Diane aveva sempre ammirato in lui. Perciò non disse nulla e seguì il marito lungo il sentiero roccioso. Jeremy procedeva davanti a lei, nell'eventualità che ci fosse un serpente sul cammino, perché incontrarne uno era il suo più grande terrore.
Diane osservava la parte posteriore delle scarpe da trekking di Jeremy, anche se si sforzava di ricordarsi di alzare spesso lo sguardo, perché il panorama era splendido, e ovviamente molto diverso da New York, che pure era bella anch'essa. Qui le piccole Opuntia erano in fiore, i boccioli gialli grandi come tulipani di cera.
Ma Diane aveva caldo e non si sentiva bene; una lucertolina attraversò veloce il sentiero, e Diane non provò né paura, né interesse.
«Non so se ce la faccio ad arrivare fino ai laghi», gli disse qualche minuto più tardi.
Avevano finalmente raggiunto l'ampia zona asciutta del letto del fiume: era davvero in secca, un'ampia distesa di sabbia e grossi massi. Perfetto per un serpente, pensò Diane. Il Ritz Carlton dei serpenti che prendevano il sole.
«Mi sento un po'... uno schifo».
Gli occhiali a specchio di lui la fissarono.
«Vediamo come va».
Il sole batteva in testa a Diane con una forza inaspettata. All'improvviso pensò: detesto l'Arizona, e quel pensiero la lasciò stupefatta. Aveva scelto di amare quel luogo, perché era lì che aveva scelto di abitare il figlio. Eppure Scott aveva preso la sua decisione dopo il crollo del World Trade Center. Sì, era quella la verità: quando New York aveva perso i suoi due incisivi con tale, improvvisa violenza, Diane aveva perso il figlio. Quel pensiero le attraversò la mente; non era nuovo, ma lo formulò con uno stremato sussulto interiore che le parve nuovo, mentre seguiva il marito lungo il sentiero. Scott era tornato a casa a piedi, attraversando il ponte di Brooklyn in quella limpida mattina di settembre, con i capelli e le spalle ricoperti del limo grigio di quell'orrendo disastro, e gli occhi non erano più quelli del figlio che conosceva. «Scott», continuava a ripetergli Diane, «Scottie, tesoro, va tutto bene».
Ma lui le disse, «Non va affatto bene, mamma. Non va bene proprio per niente». Un mese dopo si era trasferito. Il più lontano possibile da quel luogo, senza uscire dai confini del paese.
Diane avanzava a fatica. Passò una coppia che camminava in direzione opposta. «Quanto manca ai laghi?», chiese Jeremy.
«Oh, sono vicini», rispose l'uomo. «Circa quaranta, quarantacinque minuti».
E allora Diane capì che dovevano proseguire. Jeremy, così vicino ai laghi, non poteva tornare indietro. «Andiamo», disse a Jeremy, e questa volta passò avanti lei. «Sei un animale», disse Jeremy, alle sue spalle. C'era un tono di approvazione nella sua voce, e il desiderio di Diane di ricevere quell'approvazione echeggiò debolmente dentro di lei.
«Proprio così», gli gridò lei di rimando. «Vieni, metti i piedi qui». Quell'allegria indugiò per qualche minuto.
E poi, mentre si addentrava su un piccolo crinale che si affacciava sul letto del fiume, il caldo non fu più solo caldo. Divenne una cosa viva e feroce, e Diane si accorse immediatamente che le aveva dato la caccia, e ora l'aveva catturata. Grosse macchie scure le comparvero davanti agli occhi. La nausea le afferrò lo stomaco con una tale violenza che si lasciò cadere a terra, e sedette appoggiandosi contro il tronco di un alberello. La voce del marito le arrivò da molto lontano. «Jeremy», disse. «Jeremy, aiutami».
Lui le diede dell'acqua e, tenendola per il braccio, la fece spostare in un punto dove c'era una minuscola zona d'ombra. «Andrà tutto bene», le disse, e Diane provò un lieve shock nel rendersi conto che il marito non capiva sul serio quello che gli stava dicendo. «Per favore», sussurrò, e Jeremy disse: «Torniamo indietro». Lentamente Diane cominciò a seguirlo lungo la strada appena percorsa. Poi di nuovo la sensazione di una lotta in corso dentro il suo corpo la assalì. La sua mente (la sua Dianità) assisteva impotente a quell'orrore; non aveva alcun controllo su di esso. «Jeremy», lo chiamò. «Vedo ancora le macchie. Perché non chiedi aiuto sul cellulare?».
«Non l'ho portato con me», le rispose lui.
Le macchie continuavano a turbinarle davanti agli occhi. «Oh, Jeremy, non voglio morire qui», disse. Non voleva morire nel deserto dell'Arizona, a pochi chilometri di distanza dalla casa del figlio. Per un attimo immaginò Scott che veniva avvisato, il nauseante aspetto quotidiano della morte: si moriva, e i figli venivano informati. Ma Scottie sarebbe stato molto addolorato, e questo era tutto: lui e il suo dolore le parevano già molto lontani.
«Non morirai», le disse il marito, ma a Diane parve di udire una vibrazione di dubbio, di paura nella sua voce.
«Io credo di sì», rispose. E non avrebbe avuto una morte rapida. Dentro di lei si formò l'immagine di sé, ancora cosciente, trascinata e scorticata a sangue tra i massi e le spine di cactus. Era una tortura quella che avrebbe dovuto sopportare, e alla fine ad attenderla ci sarebbe stata la morte. Era terribile, non lo voleva. Si chinò e indietreggiò barcollando. Un sottile rivolo d'acqua scorreva sul letto del fiume. Disse a Jeremy di slacciarsi la camicia e inumidirla; lui lo fece e gliela posò sul capo. Fu così che tornarono indietro lungo il canyon: lei china in avanti che si spostava da un fazzoletto d'ombra all'altro. «Bevi», le disse. L'acqua calda della bottiglia la nauseò.
Quando giunsero al capanno sulla strada asfaltata dove avevano riempito la bottiglia d'acqua fresca, furono felici come bambini sperduti in una foresta che avessero ritrovato finalmente la via di casa. Diane sedette sulla panca, all'ombra, posando la testa sulla spalla di Jeremy. Era stato davvero orribile, ma che stupidaggine era adesso il pensiero che non ce l'avrebbe fatta! Così la vita era rifluita in lei e insieme era tornata la familiare consapevolezza di quanto fosse problematico essere madre e moglie.
«Come ti è sembrato Scott ieri sera?», chiese lei.
«Mi è sembrato stesse bene».
«A me non è mai sembrato che stesse bene, fin da quando... ha lasciato New York», Diane disse assorta. Non pronunciava mai le parole "11 settembre", e nemmeno la parola "torri". A volte diceva "il World Trade Center", ma non spesso.
«Non so perché la pensi così, Diane. Tutti siamo rimasti scioccati, e lui non fa eccezione».
«Andiamo», disse lei, alzandosi. «Oh, sono così felice di non essere morta lassù».
«Non stavi per morire», disse Jeremy. Si rimise lo zaino in spalla.
Mancarono una svolta. Troppo tardi Diane vide che il sentiero che avrebbe dovuto condurli all'altra strada era ormai alle loro spalle, e in quel momento erano diretti su per una collina, lungo un'ampia curva. L'ufficio del turismo era visibile ma non vicino. Jeremy disse che non era il caso di preoccuparsi. Ma il sole continuava ad ardere, e dopo venti minuti di cammino non sembravano più così vicini alla meta. Diane cominciò a piangere, senza lacrime, «Jeremy!», esclamò.
Lui le versò in testa l'acqua della sua bottiglia e si bagnò la camicia. Diane sedette sul ciglio della strada, su un banco di sabbia, senza temere né serpenti, né lucertole, né nient'altro, tranne il fatto che stava per morire. Ne era consapevole: aveva consumato tutte le proprie risorse solo per uscire dal deserto, per arrivare fin lì. Il marito si stava dirigendo rapidamente lungo la strada per guardare oltre la curva, e Diane vide la sua sagoma scomparire. «Jeremy, non lasciarmi sola», lo chiamò, e lui tornò indietro.
«La strada è lunga». Lei avvertì la preoccupazione nella sua voce.
Si sforzò di strisciare, pochi centimetri alla volta. Ma la strada asfaltata le bruciava la pelle, non c'era ombra, e il caldo era crudele e ghignava. Il caldo l'aveva ingannata al capanno. Aveva pensato che fosse finito, ma ora la sua crudeltà era tornata, dopo aver atteso dietro le quinte quella coppia convinta di essere così in gamba, di avere tutto.

Quando all'improvviso il furgoncino dell'ufficio del turismo girò l'angolo, Diane aveva già vomitato una volta. Non c'erano passeggeri sul veicolo, e il conducente, aiutato da Jeremy, la issò sul sedile posteriore, sotto il tendone. «Si riprenderà», disse. Poi aggiunse: «Di cose del genere ne ho già viste. Purché non vomiti ancora. Adesso capite perché la gente muore nell'attraversare il confine».
Il viaggio durò a lungo. Poi la sollevarono dal sedile e la adagiarono su una panca all'ombra. Udì la voce del conducente: «Le dia del Gatorade. Glielo faccia bere molto, molto lentamente. Si riprenderà in un quarto d'ora circa».
Diane sorseggiò il Gatorade e un quarto d'ora dopo Jeremy l'aiutò ad arrivare fino all'auto e tornarono in albergo. Lui rimase con la grossa mano posata sul suo ginocchio per tutto il tragitto, manovrando il volante con l'altra.
«Perché non hai portato il telefonino?», chiese Diane, con voce stanca.
Lui non rispose, e lei ripeté la domanda.
«Pensavo di trascorrere un po' di tempo da solo con te», disse Jeremy.
Rientrati nella stanza chiusero gli scuri e andarono a letto. Lei aveva molto freddo ora, e si lasciò sprofondare nella morbidezza delle lenzuola e della trapunta. Erano sdraiati l'uno accanto all'altra, mano nella mano.
Si appisolò, poi si svegliò.
«Cosa stai facendo?», chiese.
Jeremy era seduto accanto alla finestra col cellulare in mano. «Messaggi», rispose, e se lo fece scivolare in tasca. Più tardi mangiarono in camera, e ordinarono un cocktail di gamberi per lei e un'abbondante Caesar salad per lui. Poi guardarono un film e si addormentarono.
Quando Diane si svegliò era mattina, ma si destò con una consapevolezza conficcata nel petto. Le veniva da un sogno, naturalmente, ma rimaneva lì. Jeremy l'aveva tradita. Non c'erano dettagli, solo quella consapevolezza. Giacque immobile, poi pensò: quello che mi ha tradita è stato il sole. Prima di allora non aveva mai pensato che il sole fosse suo nemico. E Jeremy era il suo sole.
Jeremy stava prendendo dei vestiti da un cassetto. «Cosa stai facendo?», gli chiese la moglie, mettendosi a sedere.
«Pensavo di fare una partita a golf», rispose lui, e il cuore di Diane parve rabbrividire. «Non sei l'unica ad avere appetito per la vita», disse Jeremy, come se quelle parole potessero farla sorridere.
«Ieri sono stata sul punto di morire», gli disse lei.
«Non essere sciocca, tesoro. Hai avuto un colpo di sole».
«Quando tornerai?», gli chiese Diane.
«Quando finirà la partita». Jeremy la baciò.
Mentre si avviava verso la porta, lei gli disse, a bassa voce: «Ti detesto».
Erano sposati da molti anni, e non si erano mai detti una cosa simile. Jeremy si fermò e guardandola sospirò, «Oh, Diane». La sua voce sottile aveva qualcosa che lei non riuscì a interpretare.
«Tante volte, Diane, non sono sicuro di cosa vuoi che faccia».
«A che proposito?».
Lui non rispose. Ma di nuovo aveva il volto pallido, le lentiggini scure.
«Vai», disse Diane, distogliendo il viso. «Vai, vai, vai».
E lui se ne andò! Diane non riusciva a crederci, e aspettò che tornasse.
Guardò il grosso cactus fuori dalla finestra e la piscina, più in là. Si sforzò di pensare che non era morta: non era una bella cosa, non morire? Ma si sentiva turbata da ciò che era appena accaduto in quella stanza. Cominciò a immaginare gli aerei che si schiantavano contro il World Trade Center. Continuò a rivedere quell'immagine. Iniziò ad avvertire una strana, tremenda, furiosa eccitazione: lo schianto, la violenza, la distruzione su scala così vasta. Ricordò che una volta, da bambino, Scott si era talmente arrabbiato con il padre che aveva preso a calci una grossa pila di cubi, con i quali aveva costruito un castello, scagliandoli sul pavimento della sua cameretta.
Pensò non biasimo quegli uomini per aver mandato gli aerei a schiantarsi contro le torri; siamo porci, porci, porci. Quel pensiero la riempì di orrore, ma non riusciva a impedirlo. Poi ricordò quanto si fosse spaventato suo figlio alla vista di quegli aerei, e pensò potrei mandare anch'io un aereo contro le loro stupide torri, chiunque siano costoro. Se si nascondono nelle caverne, potrei sparargli io stessa.
Si sdraiò supina, con gli occhi asciutti.

Quella sera fecero una grigliata nel patio sul retro della casa di Scott. La luna era quasi piena e stava sorgendo nel cielo sempre più buio, sopra le montagne.
«Dov'eri tu?», chiese Ariel.
Diane la guardò con gli occhi socchiusi, nel crepuscolo. «Dov'ero quando?», chiese a questa ragazza che divideva il letto con suo figlio.
Gli uomini erano entrati in casa. La griglia non fumava più; l'aria adesso era fresca e molto secca.
«Quando Scott andava al campeggio estivo e si sentiva infelice. È convinto che fosse colpa di suo padre, che fosse lui a insistere perché ci andasse. Ma la mia domanda è: e tu dov'eri?».
Diane rimase in silenzio a lungo, abbastanza a lungo perché Ariel abbassasse lo sguardo sui piedi calzati dai sandali.
«Dov'ero io?», chiese Diane. «A New York, probabilmente a fare la spesa».
«Andavo a fare la spesa, e spedivo ogni settimana dei pacchi, quei pacchi da campeggio pieni di caramelle, dolci e di tutta la roba che i sorveglianti ti dicono di non mandare».
«Ma non lo sapevi che Scott era infelice?».
Diane lo sapeva, e in quel momento ebbe la sensazione che Ariel le avesse conficcato un coltello nel petto. «Ariel», rispose, «quando hai dei bambini prendi delle decisioni in base a quello che in quel momento pensi sia meglio per loro. Adesso, dimmi, come va il tuo lavoro?».
Mentre Ariel parlava, non l'ascoltò. Pensò alla parola "traditore". Un mondo traditore. Pensò anche alle visite ai dispendiosi campeggi estivi di Scott, a come le si spezzava il cuore quando dovevano lasciarlo lì, al fatto che lui non li salutava, ma scappava in mezzo ai boschi, dietro i capanni.
Ora, ferma sul patio della casa del figlio, scorse oltre la finestra la nuca del marito, fermo a parlare con Scott; la bocca del ragazzo si spalancò in un sorriso e poi in uno scoppio di risa per qualcosa che gli aveva detto il padre. Diane avvertì una sensazione destabilizzante, come se avesse guardato un albero, o un cactus, in una direzione (qualcosa che puntava in alto, fino al cielo) quando in realtà non era quella, non lo era mai stata. L'albero, il cactus, la famiglia, in realtà si piegavano tutti in una direzione diversa. E si sentì spaventata al pensiero di ciò che l'aspettava: di quando avrebbe detto a Jeremy, singhiozzando: «Ma non abbiamo vissuto bene insieme?». E lui le avrebbe risposto: «Sì, ma...».
Sapeva che avrebbero pronunciato quelle parole, perché ora capiva che il desiderio di distruggere era forte come qualsiasi altro desiderio, e anche lei lo provava. Era accecante.
Diane rivolse di nuovo lo sguardo verso Ariel, desiderosa di dirle qualcosa che la potesse ferire. Ma non riusciva a pensare a nulla, solo al proprio vergognoso desiderio di distruzione, che montava dentro di lei. E così, quando la ragazza le porse un vassoio di biscotti e le disse: «Li ho fatti apposta per questa sera», fu un sollievo per Diane risponderle: «Beh, è proprio un peccato. Non ho fame per niente».

Traduzione di Silvia Castoldi
Copyright Elizabeth Strout 2010

In April, Diane and Jeremy Johnson flew to Arizona to visit their son. They stayed at a resort in the foothills not far from their son's house. Their room looked out over a huge saguaro cactus, and also the swimming pool.
"You know what I've been thinking?" Diane said, turning back toward the bed where her husband sat with his phone, texting, or checking email. "That I've always had an appetite for life."
This seemed to her to be suddenly and exactly true, and a slight thrill went through her. All of life surrounded her - splendid as fresh water - and she wanted to gulp it down!
"One second." Jeremy stood and went to the window, still typing into his phone. "You have an appetite for life? Who doesn't have an appetite for life?"
Diane stood and stretched her arms high. "Tons of people, Jeremy. All walking around looking worried. I don't call that an appetite for life."
His silence made her think he had lost interest, but when she dropped her arms and looked at him she was surprised to see that his own face looked worried. He was pale; she felt she had not realized (after all these years!) that he had so many freckles. And then instantly he looked himself again.
"You're a good person, Diane," he said. He closed his phone and slipped it in his pocket.
She answered playfully. "Does a ‘good person' mean I'm a middle-aged woman with a thickening waist who raised your kids and did your laundry?"
The look of almost-pain crossed his face again.
"Honey, I'm kidding," she said. She walked toward him, her hand outstretched, but he was crossing to the suitcase, which lay open at the foot of the bed.
He said, "I really don't want to listen to Ariel tonight going through her endless compendium of complaints." He was rummaging through the suitcase. "What does she have to complain about?"
"Her childhood. Naturally." Diane was bending over, touching her toes. "But we get to see Scott, which is why we came, don't forget."
That their son had chosen such a girlfriend was a source of puzzlement to them, though Diane remained sanguine; it was Scott's life. "Now, take your shower," she said, "so we can get going to meet them."


The next day Diane and Jeremy set out to hike the Canyon. This was at eleven o'clock in the morning. They had done this hike before, and they knew it took five hours. Jeremy carried a knapsack that held three bottles of water and two packages of trail mix and a sandwich of turkey and bacon the hotel had prepared for them. Diane carried one bottle of water, and on her head was a scarf.
Diane was not feeling well. She very seldom drank too much, but last night, while Ariel was going on about her awful step-father, Diane must have continued to fill her glass with deep red wine, because walking back to their room from the parking lot, she had lost sight of Jeremy and wandered by herself beneath the broad dark sky, filled with an enormous understanding of the magnificence of the universe spread out above her - all this made her realize she had been drunk.
Now, leaving the last hut on the trail before they were to venture deep into the desert, Diane considered telling Jeremy that she didn't feel well, could they turn back? But Jeremy was a man who set himself a task and did it, and she had always admired this about him. So she said nothing, and followed her husband up the rocky path. Jeremy went first in case there was a snake on the trail. Seeing a snake was Diane's biggest fear.
She watched the back of Jeremy's hiking shoes, and then tried to remember to look up every so often because it was beautiful and very different from New York City of course, which was also beautiful - here the prickly pear cacti were blossoming; their yellow blooms as big as waxy tulips.
But she was hot and not feeling well. A small lizard darted across the path, and Diane felt neither fear nor interest.
"Jeremy, I don't know if I can make it all the way to the lakes," she said a few minutes later. They had finally reached the broad dry part of the river bed, a large expanse of sand and big rocks. Perfect if you were a snake, Diane thought. The Ritz Carlton for sun bathing snakes. "I feel a little whoopsie," she added.
Jeremy's mirrored sunglasses looked toward her. He said, "Well, let's see how it goes."
The sun beat down on Diane's head in a way that surprised her. She thought: I hate Arizona, and the thought startled her. She had chosen to love this place because it was where her son had chosen to live. And yet he had chosen to live here after the trade center went down. Yes, that was the truth: When New York City had its two front teeth knocked out so violently, so swiftly, Diane had lost her son. This thought came to her now, and it was not a new thought, but she thought it with a ragged inner gasp that felt new, as she followed her husband on the trail. Scott had walked home across the Brooklyn Bridge on that clear September day, his hair and shoulders touched with the gray silt of horrific disaster, and his eyes had not been the eyes of the son she knew. "Scott," she kept saying, "Scottie, sweetheart, it's all right."
He answered, "Not even remotely, Mom, is it all right." Within a month he had moved as far away from the place as he could get and still stay in the country.
Diane trudged. A couple came by, walking in the opposite direction. "How far from the lakes?" Jeremy asked.
"Oh, close," said the man. "Maybe forty minutes. Forty-five."
And then Diane understood they would have to go on. Jeremy could not be this close to the lakes and turn back. "Let's go," she said, and walked past him quickly.
"You're an animal," Jeremy called. There was approval in his voice, and her desire for that echoed faintly inside her.
"Yep," she called back. "Come on, step along there." For a few minutes there was that cheerfulness.
And then stepping onto a small ridge that looked down upon the river bed, the heat became not just heat. It became something alive and fierce and Diane saw instantly that it had been chasing her, and now had her. Dark spots rose in her sight. Queasiness hit her, and she sank down against the stump of a small tree. Her husband's voice was far away. "Jeremy," she said, "Help me."
He gave her water and moved her along the path to where there was the tiniest spot of shade. "You'll be okay," he said, and she felt a small shock go through her that he did not recognize what she was telling him.
"Please," she whispered, and Jeremy said, "We'll go back." Slowly she followed him back the way they had come. Then it was on her again, the feeling of a contest in her body. Her mind, (her "Diane-ness") was just there to observe the horror of it; she was not in charge of any of it.
"Jeremy," she called. "The spots are back. Why aren't you calling for help on your phone?"
He said, "I don't have my phone."
Spots whizzed about her vision. She said, "Oh, Jeremy, I don't want to die here." She did not want to die in the desert of Arizona, a few miles from her son's home - briefly she thought of him being told, nauseating, this quotidian aspect of death: One died, and their children were told. But Scottie would be so sad, and that was how it was, already he and his grief seemed far away from her.
"You're not going to die," her husband said, but she thought she heard in his voice a wiggle of fear, of doubt.
"I think I am," she said. And her death would not be quick. She had an image of her conscious mind being dragged and scraped bloodily over these rocks and cactus thorns - It would be a torture she'd have to endure, and then at the end would be death. Terribly, she did not want this.
Bent over, she stumbled back down. A thin trickle of water was in the river bed. She told Jeremy to untie the shirt from around his waist and moisten it with the water, and he did, and put it on her head. This is how they made their way back through the Canyon, going from one tiny spot of shade to another. "Drink," he said. The warm water from the bottle made her feel sick.

When they arrived back at the hut on the tarred road, they felt as happy as children who had been lost and found their way home. Diane sat on the bench in the shade, resting her head on Jeremy's shoulder. How awful it had been, but silly to think she'd not make it! Like, that life was returned to her, and with it came the easy familiarity of the concerns of being both mother and wife.
"Did Scott seem okay to you last night?" Diane asked.
"He seemed fine."
Diane said, musingly, "He's never seemed exactly fine to me ever since - he left New York." Diane never said the words "Nine-Eleven," she never said the word "towers." Sometimes she said "the world trade center," but not often.
"I don't know why you think that, Diane. Everyone got a shock, he was no different."
"Let's go," said Diane, standing. "Oh, I'm so glad I didn't die up there."
"You weren't going to die," Jeremy said. He hoisted the knapsack back onto his shoulders.
They missed a turn on the road. Too late, Diane saw that the path off the road that led to the other road had been missed, and now they were headed up a hill and around a long turn. The Visiting Center could be seen, but it was not close. Jeremy said, "Don't worry, Diane." But the sun screamed down, and after walking twenty minutes they seemed no closer. Diane began to cry without tears. "Jeremy," she cried.
He poured water from his bottle on her head, on the shirt. She sat next to the road, not afraid of snakes or anything except that she was going to die. She knew this; she had used everything up just to get out of the desert, to get this far. Jeremy was walking up the road to look around the corner, and she saw his figure disappear. "Don't leave me," she called, and he came back.
"It's a long way." In his voice, she heard worry.
She tried to crawl. But this tarred road was burning her skin, there was no shade at all, and the heat was cruel and laughing - she thought the heat had been waiting in the wings for this couple who thought they were so smart, who thought that they had everything.

By the time the trolley van turned the corner, Diane had vomited once. The trolley was empty of passengers, and the driver and Jeremy, lifted her into the back seat beneath the canopy. The driver said, "She'll be all right," adding, "I've seen this before. You can see why people die crossing the border."
The ride in the trolley went on and on. Then they lifted her out and placed her on a bench in the shade. She heard the driver say, "Give her the Gatorade very, very slowly, and she'll be fine in about fifteen minutes." She sipped the Gatorade and in fifteen minutes Jeremy walked her to the car and they drove back to the hotel, Jeremy's big hand resting on her knee, while he steered with the other. "I tipped the guy twenty dollars," he said.
"Why didn't you bring your phone?" Diane asked.
He didn't answer, and she asked him again.
"I thought we'd have alone time," he said.
In the room they closed the shades and got into bed. Diane was very cold now, and she sank into the softness of the sheets and quilt, and they lay next to each other, holding hands. She dozed, then woke.
"What are you doing?" she asked.
Jeremy was sitting by the window with his phone. "Checking messages," he said, and slipped the phone into his pocket. Later they had room service, ordering a shrimp cocktail for her, a Caesar salad for Jeremy. Then they watched a movie and fell asleep.
When Diane woke it was morning, but she woke with a knowledge planted in her chest - from a dream, of course, but the knowledge sat there. And it was that Jeremy had betrayed her. There were no details, only this knowledge. She lay without moving. Then she thought: What betrayed me was the sun. She had never felt before yesterday that the sun was her enemy. And Jeremy was her sun.
"What are you doing?" she asked, sitting up. Jeremy was taking clothes from a drawer.
"I thought I'd get in a round of golf," he said, and her heart seemed to shudder. "You're not the only one with an appetite for life," he said, as though she would smile.
"I almost died yesterday," she told him.
"Don't be silly, sweetheart. You had sunstroke."
"When will you be back?" she asked.
"When the game is over." He kissed her.
As he walked to the door, she said quietly, "I loathe you."
They had been married for many years, and they had never said such a thing to each other. Jeremy stopped; turned his face toward her. "Oh, Diane," he said, and his voice was thin with something she could not interpret. He said, "So many times, Diane, I'm not sure what you want me to do."
"About what?"
He didn't answer. But his face was pale again, the freckles dark.
"Go," she said, turning her face away. "Just go, go, go."
And he did! She could not believe this, and kept expecting him to return.
She looked out the window at the big cactus, and swimming pool below. She tried to think that she had not died, and isn't that good, not to die? But she was shaken by what had just taken place in this room.
She began picturing the planes crashing into the trade center - picturing it again and again, she began to feel a queer and terrible and furious thrill, the smash, the violence, the destruction carried out on such a large level. She remembered how Scott, one day as a child, had become so angry at his father that he knocked over a huge pile of blocks he had built to look like a castle, smashed them on the floor in the nursery.
She thought, I don't blame those men for slamming their planes into the towers; we are pigs, pigs, pigs. It horrified her to think this, and yet she could not stop the thought. And then she thought how frightened her son had become by the planes and she thought, I could steer a plane into their stupid towers too, whoever they are. Hiding out in caves, I could shoot them myself.
She lay flat on her back, dry-eyed.

That night they had a barbecue on the back patio of Scott's house. The moon was almost full, and it rose in the darkening sky above the mountains.
"Where were you?" said Ariel.
Diane squinted in the twilight at Ariel. "Where was I when?" Diane asked this girl, who slept beside her son.
The men had gone inside. The barbecue grill was no longer smoking, the air was cool now, and very dry.
"When Scott went to summer camp and was so miserable there. He thinks it was his father that insisted he go. But my question is, where were you?"
Diane was quiet long enough for Ariel to look down at her sandaled foot.
"Where was I?" Diane said. "In New York, shopping most likely. Shopping and sending off those camp packages filled with candy and brownies and all the stuff the camp tells you not to send."
"But didn't you know Scott was unhappy?"
Diane had known, and she felt now as though Ariel had slipped a knife into her chest. "Ariel," she said, "when you have children, you make decisions according to what you think is best for the child at that time. Now, tell me how your work is going?"
She did not listen as Ariel talked. She thought the word "treacherous." Treacherous world. She thought, too, of the visiting days at Scott's expensive summer camps, how her heart would be broken when they had to leave him, how he would not say goodbye, but instead run off into the woods behind the cabins.
Now, standing on the patio of her son's house, she saw through the window the back of her husband's head as he stood and spoke to Scott. Scott's face widened with laughter at something his father had said. Diane felt a destabilizing sense of having been looking at a tree, or a cactus, one way - a thing that reached up toward the sky -- when it wasn't that way at all, and never had been. The tree, the cactus, the family, all tilted another way. She was frightened to think how she would say to Jeremy, weeping, But haven't we had a good life together? And he would say "Yes, but --"
She knew they would say this because she saw now how the desire to destroy was as strong as any other desire, and she felt it herself. It was dazzling.
Diane turned her gaze back at Ariel, wanting to say something to Ariel that would hurt her. She could think of nothing, only her own shameful desire to destroy welling up within her. And so when Ariel handed her a plate of cookies and said, "I made these special for tonight," it was a relief for Diane to reply, "Well, what a shame. I'm not the least bit hungry."

Copyright Elizabeth Strout 2010

partners Mercedes-Benz Roma Zetema BNL Unicredit Banca di Roma Monte dei Paschi di Siena