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LE DOLCI OSSA

Inedito

10 GIUGNO PIACERE - La vita nell’abbandono: incanti e desideri

Legge: Kathy Reichs

Siamo riuniti qui, in Italia, per parlare dei piaceri della vita, visti da diverse possibili prospettive. Posso dire senza esitazione che, per me, uno dei piaceri della vita è proprio questo: passare del tempo in Italia. La lingua, la cucina, il vino, l'arte e l'architettura, il calore della gente. Una meraviglia. Il tema dell'evento di oggi, La dolce vita, evoca in me uno scenario di opulenza, lusso, cibi prelibati, paesaggi suggestivi, scene felliniane, languide come un bagno di notte nella fontana. Potete dunque immaginare la sorpresa con cui ho accolto il vostro invito. Io mi chiamo Kathy Reichs e sono un'antropologa forense. Mi occupo di morti.
Secondo la definizione puramente «tecnica» del dizionario, l'antropologia forense è l'applicazione di un vasto spettro di discipline scientifiche alla soluzione di problemi di interesse giudiziario. Per il Principio di Scambio di Locard, «ogni contatto lascia una traccia»: ogni volta che le persone si incontrano, si toccano o entrano in una stanza, lasciano dietro di sé minuscoli indizi. Un filo, un granello di polvere, persino un ciglio consentono all'osservatore scientifico di ricollegare i colpevoli a una vicenda criminosa.
Gli investigatori isolano la scena del crimine, effettuano riprese foto e video dell'ambiente, raccolgono e conservano impronte digitali, sangue, schegge di vernice o frammenti di proiettili.
Un esercito di esperti analizza i reperti raccolti, secondo la propria sfera di competenza, in cerca di informazioni: alcuni si dedicano a documenti e grafia, altri ad armi e utensili, altri ancora al DNA e ai materiali organici. Se la tv tende a magnificare le gesta dello scienziato o del detective solitario, in realtà un'indagine di polizia implica la partecipazione di molti soggetti. Mentre l'antropologo forense è chino sulle ossa, il patologo analizza gli organi e il cervello, l'entomologo gli insetti, l'odontologo i denti e le cartelle dentistiche, il biologo molecolare il DNA e l'esperto di balistica bossoli e proiettili: vari attori che completano il puzzle ciascuno con la propria tessera, finché non comincia a delinearsi un'immagine unitaria.
Io esamino le ossa. Collaboro con il laboratorio medico-legale di Montréal, in Canada. Il «materiale probatorio» che analizziamo è la vittima stessa. A volte il nostro compito è identificare un corpo, altre volte tentare di capire come o perché una persona sia deceduta.
In qualità di antropologa forense, esamino corpi decomposti, bruciati, smembrati o mummificati, e scheletri. Può essermi richiesto di stabilire l'età, il sesso, la razza, la statura del soggetto. Può essermi richiesto di stimare da quanto tempo è morto o di descrivere ciò che è avvenuto al suo corpo dopo che ha smesso di respirare.
Il mio campo non è per gli schizzinosi. L'antropologo forense opera sui tessuti molli. I cadaveri che giungono al mio laboratorio per l'autopsia sono vittime di omicidi, incidenti o suicidi, comunque persone che hanno subito una morte violenta. All'antropologo forense spettano i casi più gravi, quelli che non possono essere risolti dal patologo con una regolare autopsia. Tuttavia, io cerco di non dimenticare mai che lavoro con i morti, sì, ma per i vivi: aiutando le famiglie di una persona scomparsa, o offrendo la mia testimonianza in tribunale affinché sia fatta giustizia nel caso di un crimine violento.
Potete dunque immaginare il mio stupore nell'essere invitata a parlare dei piaceri del corpo. Il tema della dolce vita mi fa pensare, per esempio, alle gioie della gastronomia, ma le vicende di cui mi occupo io spesso hanno luogo vari metri sotto il tavolo da pranzo, e dopo che un corpo si è ormai lasciato alle spalle i piaceri mondani. Ne è un esempio il caso che ispirò il mio settimo libro, Morte di lunedì.
Secondo la sintesi dei fatti noti, tutto era cominciato con una toilette intasata, in un locale che vendeva pizza al trancio. Il proprietario aveva chiamato l'idraulico. Quest'ultimo, mentre martellava tubi, aveva adocchiato una botola dietro il lavabo e, curioso, aveva dato una sbirciata, poi si era avventurato di sotto. Quando la sua torcia aveva illuminato un osso lungo, semisepolto, l'uomo era risalito per avvertire il proprietario, e i due si erano recati alla biblioteca locale. Una copia di L'Anatomie pour les artistes aveva confermato che l'osso rinvenuto nello scantinato era effettivamente un femore umano.
I due chiamarono la polizia. La polizia ispezionò lo scantinato, recuperò una bottiglia, una moneta e altre due dozzine di ossa.
Alla fine, tre diversi individui erano disposti sul mio tavolo anatomico: un giovane adulto di età compresa tra i diciotto e i ventiquattro anni, un altro di mezza età e un terzo più vecchio, con evidenze di artrite avanzata. Il più giovane dei tre presentava lesioni da strumento affilato su cranio, mandibola, sacro, femore e tibia.
Chiamai i detective e questi mi informarono che la bottiglia era recente, ma la moneta antica: risaliva alla fine del Diciannovesimo secolo. Non potevano, però, confermare un collegamento della moneta con gli scheletri. Dissi loro di tornare nello scantinato: mi servivano più ossa.
I detective appurarono che nessun cimitero aveva mai occupato i terreni nelle vicinanze dell'edificio in cui sorgeva la pizzeria. Peggio ancora, riferirono del possibile legame con la malavita di un inquilino della proprietà, circa quarant'anni prima. Reiterai la richiesta di altre ossa e mi offrii di accompagnare una squadra nello scantinato. Passò una settimana. Due.
Perché tanta riluttanza a tornare là sotto?
In una parola: ratti! Quella cantina brulicava letteralmente di roditori e le forze dell'ordine erano piuttosto restie a un altro incontro ravvicinato.
Arrivammo a un compromesso: se fossi riuscita a stabilire che le morti erano avvenute da oltre cinquant'anni, non gli avrei più chiesto di tornare lì sotto.
La mia analisi si focalizzò quindi sulla questione dell'epoca del decesso. Le ossa erano prive di brandelli di tessuto. Solo una tecnica sembrava promettente. I test nucleari compiuti negli anni Cinquanta e Sessanta avevano scatenato una reazione che stimolava la produzione atmosferica di carbonio 14 in quantità innaturali. Il carbonio 14 così prodotto viene denominato radiocarbonio artificiale a livelli aumentati. In parole povere, la rilevazione di livelli di carbonio 14 nelle ossa può indicare se una persona sia morta prima o dopo il 1950. Inviai campioni d'osso a un laboratorio di datazione al radiocarbonio e una settimana dopo avevamo il risultato.
Le vittime della pizzeria erano morte prima del 1950. Con loro grande sollievo, i poliziotti non dovettero tornare a far visita ai roditori. E il caso passò a un archeologo.
Benché si tratti di un caso chiuso, talvolta ripenso a quelle ossa, addentando una fetta di pizza o magari davanti a un piatto fumante di spaghetti alla puttanesca. Ci sono forse dei resti umani nelle cantine sotto i miei piedi, mentre mangio, bevo e mi godo la vita? Morti anonimi che attendono di essere scoperti mentre, al piano di sopra, i vivi si occupano dei loro affari?
Se la vostra mente funziona come la mia, il quartiere in cui abitate potrà apparirvi come una mappa di potenziali corpi nascosti. La scienza forense è una scoperta recente, e una scoperta sensazionale. Avidi lettori e telespettatori di tutta l'America e l'Europa sanno ormai che cosa sia l'analisi dello scheletro o di resti combusti, mummificati, mutilati, smembrati. Non importa se in un processo si discute un caso evidente di tamponamento e fuga con quindici testimoni: la giuria chiederà comunque l'analisi delle macchie di vernice e il test del DNA. Dopo anni di anonimato, il mio campo, improvvisamente, è diventato cool. Più cool di Justin Bieber.
Quando ho preso la specializzazione c'era a stento qualche agente di polizia che aveva sentito parlare di antropologia forense, ancor meno che se n'era servito in un'indagine. I miei colleghi e io appartenevamo a una cerchia ristretta, nota a pochi e compresa da pochissimi. Ma se la conoscenza e l'utilizzo delle nostre competenze sono andati aumentando, negli anni, il nostro numero è rimasto limitato: c'è ancora solo un pugno di professionisti con debita abilitazione, in America Settentrionale, che offre consulenza a forze dell'ordine, coroner e medici legali.
Io dico spesso che «la prova è nelle ossa»: the evidence is in the bones. E la prova della crescente popolarità dell'antropologia forense è in Bones, la popolare serie televisiva ispirata al personaggio principale dei miei libri, Temperance Brennan. Quando ho ricevuto per la prima volta la proposta di realizzare il programma ero scettica: poteva uno spettacolo televisivo introdurre gli spettatori alle complessità tecniche della mia disciplina in modo comprensibile? E rappresentare il lato umano del mio lavoro, rendendo l'angoscia di un genitore per la perdita di un figlio, la frustrazione di un detective di fronte a un caso insoluto, il senso d'impotenza dell'antropologo alla vista di minuscole ossa spezzate?
Bones è tutto ciò che speravo: tocca il tema della scienza forense e l'aspetto umano dei protagonisti, offrendo, qua e là, quel pizzico di humor che serve a non perdere l'equilibrio emotivo. Tempe è una donna e una professionista che si sforza di controllare le passioni, e di mantenersi obiettiva senza perdere la sensibilità di fronte alle vicende umane. Ogni episodio mostra la dedizione delle forze dell'ordine e degli esperti scientifici, che lavorano gomito a gomito nel perseguimento della giustizia.

 

Nelle serie tv Bones, Temperance Brennan collabora con l'agente dell'FBI Seeley Booth. Anche se io non ho un rapporto così stretto con alcun rappresentante delle forze dell'ordine, trovo il legame con l'FBI molto appropriato. Il Federal Bureau of Investigation è stato il primo ente a riconoscere il valore dell'antropologia forense, richiedendo la consulenza degli esperti della Smithsonian Institution fin dai primi anni del Ventesimo secolo.
Le cose erano più informali, allora. Oggi non è più così. L'antropologia forense è stata ufficialmente riconosciuta quale disciplina di indagine legale nel 1972, quando la American Academy of Forensic Science creò la sezione di antropologia fisica. Poco dopo fu fondata l'American Board of Forensic Anthropology.
Negli anni Settanta, gli antropologi forensi estesero la loro attività alle inchieste sulla violazione dei diritti umani: dissotterrarono fosse comuni in Argentina e Guatemala, più tardi in Ruanda, Kosovo e in altre parti del mondo. Inoltre, il nostro contributo ha acquistato importanza nelle azioni di recupero a seguito dei grandi disastri di massa. Abbiamo lavorato su incidenti aerei, inondazioni di cimiteri, bombardamenti, l'11 settembre e, più recentemente, sulla tragedia dell'uragano Katrina.
Eppure il pubblico ancora non ci conosceva.
Galeotta fu la serie tv americana CSI. Il grande, tardivo successo televisivo dedicato alla polizia scientifica ha attratto milioni di telespettatori ed ecco che le scienze forensi si sono ritrovate sulla cresta dell'onda. E in onda. Negli anni Settanta c'era stato Quincy, ma ora la patologia fa faville: Crossing Jordan, Bones. Persino vecchie glorie come Law and Order e NYPD rincararono le dosi di balistica.
E la letteratura ad ampia diffusione non era da meno. Patricia Cornwell, Jeffrey Deaver, Karin Slaughter. E, naturalmente, io, con la mia antropologa forense Temperance Brennan.
All'improvviso siamo famosi come rockstar.
Mi piace pensare che i miei romanzi abbiano contribuito almeno in parte a far conoscere l'antropologia forense. Quando mi sono accostata per la prima volta alla narrativa, non avevo nozioni di scrittura. Fin dall'inizio è apparso chiaro che il personaggio principale si sarebbe basato su di me: un soggetto che potevo sperare di conoscere un po'. Immagino sempre Tempe in contesti che mi sono familiari, in cui mi sento a mio agio. Certo, professionalmente mi identifico con lei - mentre anagraficamente, lei è un po' più giovane di me. Nella serie tv, poi, è decisamente più giovane di me! La Tempe dei libri è sulla quarantina e lavora in un laboratorio criminale pressoché identico al mio, il Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale, ma il suo lavoro la fa uscire dal laboratorio più di quanto sia mai capitato a me. Il mio lavoro è fondamentalmente limitato alla scena del ritrovamento, alle analisi di laboratorio e alle testimonianze in tribunale. Ho ben poco a che fare con alcune delle inquietanti attività che hanno coinvolto Tempe nei primi libri: dissotterrare cadaveri, affrontare da sola amici e parenti delle vittime. Difficilmente potrebbe capitare a me.
Considero importante includere nelle mie storie un po' di umorismo. È un interessante esercizio di compensazione: ogni libro tratta della morte, ed è una vera sfida metterci dello humor senza diventare irriverenti. Credo che il sense of humor di Tempe rifletta il mio. Gli amici mi dicono spesso che, leggendo i dialoghi, hanno l'impressione di sentire la mia voce sparare una battuta.
Nei romanzi offro ai lettori uno scorcio dei miei casi e delle mie esperienze. Corpi freddi si basa sulla mia prima indagine per un caso di omicidio seriale. Cadaveri innocenti è nato dal lavoro che ho svolto per la Chiesa cattolica e dagli omicidi-suicidi di massa compiuti in seno alla setta del Tempio del Sole. Resti umani scaturisce dall'analisi delle numerose ossa giunte a me «per gentile concessione» degli Hells Angels del Québec. Viaggio fatale si ispira all'attività di recupero nel caso dei disastri di massa. Il villaggio degli innocenti prende spunto dalla mia partecipazione all'esumazione di una fossa comune in Guatemala. L'indagine sul bracconaggio contenuta in Ceneri prende le mosse da alcuni resti d'alce e Morte di lunedì dai tre scheletri parziali scoperti nello scantinato della pizzeria. Ossario attinge all'esperienza di un viaggio in Israele, collega una vicenda di omicidio alle misteriose ossa di Masada, un ossario attribuito a Giacomo, fratello di Gesù, e al saccheggio di una tomba del I secolo. Carne e ossa si apre con la vicenda di uno scheletro recente ritrovato insieme a resti archeologici e il seguito dell'indagine rivela il macabro movente dell'omicidio. Skeleton, che è tra i miei preferiti, è ispirato alla mia conoscenza degli acadiani del Canada, una comunità veramente dedita a gustare appieno la dolce vita, ma che deve ancora affrontare la morte al proprio interno. Le ossa del diavolo mi ha fatto tornare a Charlotte, la mia città, per esplorare il mondo delle religioni alternative. Il romanzo dello scorso anno, Duecentosei ossa, tratta l'inevitabile lato negativo della popolarità dell'antropologia forense (un tema che mi sta particolarmente a cuore): l'incompetenza e la disonestà professionale. Infine il libro appena uscito, Le ossa del ragno, si incentra sulla mia collaborazione, in qualità di consulente, con il JPAC - l'ente militare dedito a identificare e riportare in patria i caduti americani del secondo conflitto mondiale, della Guerra di Corea e del Vietnam.
La scienza forense, nella realtà, è diversa da quella descritta dai media. In televisione e in molti dei miei libri, gli assassini vengono presi, i casi risolti, la colpevolezza dimostrata. Questo, nella vita reale, non sempre avviene. Io ho alle spalle studi di archeologia e una specializzazione in biologia dello scheletro. Ho avuto il primo contatto con l'antropologia forense quando mi è stata chiesta una consulenza nell'indagine sull'omicidio di una bambina. Le minuscole ossa furono identificate, l'omicida no. Quel caso ha cambiato la mia vita.
Quando ho conosciuto Neely Smith, nel 1981, aveva la stessa età di mia figlia. Due bimbe allegre e chiacchierine di cinque anni. Con la sola differenza che Neely era ormai ridotta a un cranio, una mandibola e una cassa toracica su una lettiga d'acciaio, e io avevo il compito di confermarne l'identificazione con una bambina rapita da un quartiere di Charlotte Est due mesi prima.
Quando mi chiedono come faccio a scindere la mia attività dalla vita personale, la donna di scienza che è in me risponde con sicurezza che è parte del lavoro: ci si concentra sull'aspetto scientifico. Ma i morti di morte violenta non si fermano a quel limite: restano per sempre con noi. Continuano a vivere nei loro cari, negli assassini che hanno alzato la mano contro di loro. E in tutti quelli che cercano giustizia. Dopo il caso Neely Smith, ho abbandonato le ossa antiche per quelle dei morti recenti. Sono passata all'antropologia forense e non l'ho mai rimpianto.
Quando Neely Smith fu rapita, mancavano ancora quindici anni alla creazione di Amber Alerts, la rete americana di segnalazione dei bambini scomparsi, ma Charlotte era il tipo di città in cui un fatto simile finiva sulla bocca di tutti. Le autorità lanciarono una poderosa caccia all'uomo. I volontari setacciarono campi e laghi. La scomparsa della bambina era come una presenza sinistra. Il cuore collettivo di Charlotte si spezzava nuovamente a ogni fallimento delle ricerche. I genitori tenevano i figli in casa, li accompagnavano fino allo scuolabus, proibivano i giochi all'aperto, cancellavano lezioni di danza. Io mi dibattevo tra l'impulso a tenere mia figlia sotto una campana di vetro, la consapevolezza che non potevo proteggerla da tutto e il desiderio di alimentare in lei l'indipendenza e la sicurezza di sé. La stretta al cuore che sentivo quando varcava la soglia di casa non era meno intensa del dolore fisico che avevo provato quando era uscita dalla protezione del mio grembo per fare il suo ingresso nel mondo. L'obiettività scientifica non può disciplinare tutto questo.
Chiunque provenga da una città dove sia accaduto un tale crimine, ricorderà il nome della piccola vittima e lo porterà con sé. Charlotte, North Carolina. Soham, Inghilterra. Praia de Luz, Portogallo. Queste storie sono importanti: ci parlano dei luoghi in cui sono avvenute, di noi stessi, di come portare il peso di un simile ricordo e andare avanti. E rivelano la fragilità della «scienza obiettiva». La mia attività è costellata di questi nomi. Anche se tento di mantenere l'ambito personale e quello professionale separati, ciò non è mai possibile del tutto. Ci sarà un altro infanticidio senza un colpevole, ci sarà sempre un altro caso su cui indagare. Vivi e morti scolpiscono i loro nomi nelle mie ossa, incrociando il loro cammino nel mio campo d'azione. Non spiego a mia figlia perché a volte l'abbraccio troppo forte, né ai miei colleghi perché mi riferisco a una bambina di otto anni chiamandola semplicemente «la vittima».
Sì, ho dei figli - sono grandi ormai - e dei nipotini in arrivo. Volendo creare qualcosa per loro, ho cominciato a scrivere libri per ragazzi. Virals, il primo della serie, in uscita il prossimo novembre, narrerà le avventure di Tory Brennan, nipote quattordicenne di Temperance, e dei suoi amici. Sono ragazzi con poteri molto speciali, ma - tranquilli! - decisamente non vampiri.
L'anatomia mi insegna che il mio corpo ha duecentosei ossa, ma io so anche di averne dentro molte di più: quelle di mia figlia, quelle di Neely Smith, quelle degli sconosciuti sepolti sotto i miei piedi. Porto con me tutte le ossa che hanno bisogno di una voce.
Quando sono in vacanza, mi piace ammirare l'arte o un panorama mozzafiato, apprezzare il sapore dei cibi, godermi il comfort di una sauna o la purezza dell'aria. La dolce vita, insomma. Ma poi la vacanza finisce e io ritorno alla mia comunità, al mio tavolo, alle pratiche impilate. Perché domani ci sarà sempre altro lavoro da fare. Le ossa sono la struttura portante su cui si regge la nostra vita e rimangono integre anche dopo la morte. Ed è un piacere incommensurabile fare giustizia per coloro che un tempo camminavano su questa Terra come ora faccio io.

We are gathered in Italy to talk about the pleasures of life from different perspectives. I can say without qualm that one of my great pleasures of life is being in Italy. The language, the cuisine, the wine, the art and architecture, the warmth of the people. It's a delight. When I think of the theme for today's event, la dolce vita, it evokes images of rich food, beautiful scenery, singing in a fountain, lavish debauchery, Federico Fellini. So you can imagine my surprise at being invited to join you. My name is Kathy Reichs, and I'm a Foresnic Anthropologist. My business is the dead.
The dictionary definition of forensic anthropology is fairly clinical: Forensics is the application of a broad spectrum of sciences to answer questions of interest to a legal system. Locard's Exchange Principle dictates that every contact leaves a trace. Every time people meet, or touch, or enter a room they leave tiny specks of themselves behind, and they carry tiny specks off when they go. Those transferred bits of thread, dust, or even an eyelash enable keen-eyed scientists to link bad guys to their crimes.
Investigators seal off a crime scene, video and photograph the setting, collect and preserve fingerprints, blood, paint chips, or bullet fragments. An army of scientists examines that collected bounty that falls within their specialty, seeking patterns. Some focus on documents and handwriting. Some look at tools and weapons, or DNA and other biological substances. While TV glamorizes the individual heroics of the lone scientist or detective, real police work involves the participation of many. A pathologist may analyze the organs and brain, an entomologist the insects, an odontologist the teeth and dental records, a molecular biologist the DNA, and a ballistics expert the bullets and casings. Numerous players placing pieces in the jigsaw puzzle until a picture emerges.
I look at bone. I work at the medico-legal lab in Montreal. The "evidence" we examine is the victim. As a forensic anthropologist, I examine decomposed, burned, dismembered, and mummified bodies and skeletons. I may be asked to determine age, sex, race, and height. I may be asked to estimate how long someone has been dead, or to describe what was done to his or her body after they stopped breathing.
My line of work is not for the squeamish. Forensic anthropologists get involved in soft-tissue cases. Cases arriving at my lab for autopsy are homicide, suicide, and accident victims, people who have suffered violent deaths. Forensic anthropologists tend to get the most severe cases, the ones that can't be resolved by the pathologist through a normal autopsy. What I always keep in mind, though, is that I work with the dead, but for the living. I work to help families when someone has gone missing. I testify in court to bring justice if there has been a violent crime.
So you can imagine my puzzlement at being invited to speak on the pleasures of the body. The dolce vita evokes images of luxurious gastronomy. My story often takes place several floors below the dining table, after a body has long quit the pleasure game. One example is the case that inspired my seventh book, Monday Mourning.
According to the summary of known facts, the episode began with a backed-up toilet in a pizza-by-the-slice joint. The proprietor called in help. While banging pipes, the plumber spotted a trapdoor behind the commode. Curious, the plucky plombier pried, then peered, then plunged underground. When his flashlight beamed up a half-buried long bone, the man surfaced, notified the owner, and the two set off for the local library. A copy of L'Anatomie pour les Artistes confirmed that the booty in their sack was a human femur.
The pair called the police. The police processed the basement, recovered a bottle, a coin, and two dozen additional bones. In the end, three individuals lay on my table: a young adult aged eighteen to twenty-four, a middle-aged adult, and an older adult with advanced arthritis. The youngest of the three had sharp instrument trauma on the head, jaw, sacrum, femur, and tibia.
I called the detectives. They informed me that the bottle was new but the coin was old, dating to the late nineteenth century. They could not confirm the coin's association with the skeleton. I told them to return to the basement. I needed more bones.
The detectives reported that no cemetery had ever occupied land under or in the vicinity of the pizza parlor building. Worse news. The detectives reported possible mob links for an occupant of the property some forty years earlier. I repeated my request for more bones, and offered to accompany a team back into the basement. A week passed. Two.
Why the reluctance to return to that cellar?
One word: Rats! The Police were afraid to re-enter the cellar because it was, literally, crawling with rats.
We hit a compromise. If I established that the deaths had taken place more than fifty years ago, we'd call it a day and they were off the hook.
My analysis now focused on the question of time since death. Every bone was devoid of flesh. Only one technique held promise. Nuclear weapons testing in the 1950s and 60s simulated atmospheric production of carbon 14 in unnatural quantities. The carbon 14 produced artificial radiocarbon in increased levels. Roughly speaking, detection of carbon 14 levels in the bones can pinpoint whether a person died before or after 1950. I sent bones samples to a radiocarbon dating lab and a week later we had our answer. The pizza parlor victims had died prior to 1950. The relieved police didn't have to revisit the basement rodent community. The archaeologists took over.
Though the dossier is closed, I occasionally ponder those bones, as I snack on a slice of pizza or a steaming bowl of puttanesca. Are there bones lying in cellar graves beneath my feet while I eat, drink and be merry? Do the anonymous dead lie waiting for discovery while the living transact business one floor up? If you have a brain like mine, you see a neighborhood as a map of potentially undiscovered bodies.
The science of forensics has been discovered, and in a big way. Avid readers and TV viewers across America and Europe now know who to call for analysis of skeletal, burned, decomposed, mummified, mutilated, and dismembered remains. It doesn't matter if a legal trial involves a clear cut hit and run case with fifteen witnesses. The jury will demand paint fleck analysis and DNA. After years of anonymity, my field of endeavor is suddenly hot. It's hotter than Justin Bieber.
When I completed my grad studies, it was the rare police officer or prosecutor who'd heard of forensic anthropology, much less used it. My colleagues and I belonged to a tiny club, known to few, understood by fewer. Though awareness and utilization have increased over the years, our numbers have not. There are still only a handful of board-certified practitioners in North America, consulting to law enforcement, coroners, and medical examiners. The military employs a platoon or so.
I often say "the evidence is in the bone," but the evidence of the skyrocketing popularity of forensic anthropology is in Bones. Bones is a hit television series based on the main character of my books, Dr. Temperance Brennan. When I first heard a proposal for Bones, I was skeptical. Could a TV drama introduce viewers to the technical complexities of my discipline in an understandable way? Could the show bring to life the human side of my job, convey a parent's anguish over the loss of a child, a detective's frustration over an unsolved murder, an anthropologist's sorrow at the sight of tiny broken bones?
Bones is all I hoped it would be, capturing the issues of forensic science, the human sides of participants, and the occasional humor needed to preserve the emotional balance. Tempe is portrayed as a woman and a scientist struggling to control passion, maintain objectivity, and be sensitive to human vulnerability. Each episode underscores the dedication of detectives and lab scientists working hand in hand in the pursuit of justice.
In the TV series Bones Temperance Brennan partners with FBI agent Seeley Booth. Though I don't have such a close relationship with any one law enforcement officer, I find this connection to the FBI very fitting. The bureau was one of the first agencies to recognize the value of forensic anthropology, calling on Smithsonian scientists for help early in the twentieth century.
Things were looser back then. Not so today. Forensic anthropology gained formal recognition 1972, when the American Academy of Forensic Science created a Physical Anthropology section. The American Board of Forensic Anthropology was formed shortly thereafter.
Throughout the seventies, forensic anthropologists expanded their activities to investigate human rights abuses. Labs were set up and mass graves were unearthed in Argentina and Guatemala; later Rwanda, Kosovo, and elsewhere. Our role also grew in the arena of mass disaster recovery. We worked plane crashes, cemetery floods, bombings, the World Trade Center, and most recently the tragedy of hurricane Katrina.
Still, no one knew our name.
Cue American television show C.S.I. The breakthrough forensic sleeper attracted millions of viewers, and forensic science was in the air. And on the air. We'd had Quincy in the seventies, but pathology now dazzled. Cold Case Without a Trace. Crossing Jordan. Bones. Even old timers like Law and Order beefed up on ballistics.
And popular literature was right in there. Patricia Cornwell. Jeffrey Deaver. Karin Slaughter. And, of course, me, with my forensic anthropologist heroine, Temperance Brennan.
Suddenly we are rock stars.
I like to think that my own novels played some small part in raising awareness of forensic anthropology. When I started the Temperance Brennan books I had no training in writing. It was a given from the outset that my main character would be based on me - a subject I might know something about. I place Tempe in contexts with which I am familiar and comfortable. Certainly, professionally, I identify with her. In the books she's a bit younger than I am. In the TV series she's a lot younger than I am! Book
Tempe is fortysomething and works in a crime lab almost identical to mine, the Laboratoire de sciences judiciaires et de médecine légale. But Tempe's involvement in cases takes her beyond the lab more than mine ever has. My work is pretty much restricted to scene recovery, lab analysis, and court testimony. I have a little trouble with some of the impetuous things Tempe did in early books - digging up bodies and confronting victim associates and family members on her own. I would never do that.
It's important to me to include humor in my stories. It's an interesting balancing act. Each book deals with death, and it's a challenge to insert humor into that context without being disrespectful. I do think Tempe's sense of humor reflects my own. Friends tell me that when reading the dialogue they hear my voice quipping the wisecracks.
In my books, I offer readers a peek into my own cases and experiences. Déjà Dead is based on my first serial murder investigation. Death du Jour derives from work I performed for the Catholic Church, and from the mass murder-suicides that took place within the Solar Temple cult. Deadly Decisions stems from the many bones brought to me grâce à la Québec Hells Angels. Fatal Voyage is based on my disaster recovery work. Grave Secrets was inspired by my participation in the exhumation of a Guatemalan mass grave. Bare Bones' investigation into poaching sprang from moose remains. Monday Mourning grew from the three partial skeletons discovered in a pizza parlor basement. Cross Bones draws on my visit to Israel, weaving strangely unreported Masada bones, a burial box purported to be that of Jesus' brother James, and a recently looted first century tomb into a modern murder plot. Break No Bones opens with a modern skeleton mingled with archeological remains, and pursuing that investigation reveals some macabre motives for the murder. Bones to Ashes, one of my personal favorites, involves time I spent with the Acadians of Canada - a community of people that savor la dolce vita to the fullest, yet still have to deal with death in their midst. In Devil Bones I return to my home in Charlotte and explore the world of alternative religions. Last year's release, 206 Bones, deals with the unavoidable downside of the popularity of forensic anthropology, and a sore point with me - incompetent or dishonest forensic scientists. My upcoming book, Spider Bones, is based on work I did as a consultant to JPAC, The Joint POW-MIA Accounting command, the military laboratory dedicated to identifying US dead from World War II, Korea, and Souteast Asia.
Real life forensics still differs from the media depictions. On television and in most of my books, the murders get solved and the perpetrators found guilty of the crimes. That is not always the case. My training was in archaeology, with a specialty in skeletal biology. I first found my way into forensic anthropology through a request for help in a child homicide investigation. The tiny bones were identified. The killer was not. That case changed my life.
When I met Neely Smith in 1981 she was the same age as my daughter. Both were friendly, talkative, five-year olds. The difference was that Neely was a skull, rib cage, and lower jaw on a steel gurney, and it was my job to confirm her identity as the young girl snatched from her east Charlotte neighborhood two months earlier.
When people ask me how I separate my work from my personal life, the scientist answers confidently that it's part of the job, you focus on the the science. But victims of violent death don't obey these boundaries. They remain with us. They live in the loved ones left behind. They live in the perpetrators who harmed them. And they live in the people seeking justice. After the Neely Smith case, I abandoned ancient bones for recent. I switched to forensics, and never looked back.
Amber Alerts, the American missing child notification network, were fifteen years away when Neely Smith disappeared, but Charlotte was the kind of town where her name was on every lip. Authorities marshaled a citywide manhunt. Volunteers scoured fields and lakes. Neely's absence was like a presence. The town's collective heart broke with each failure to find her. Parents kept children at home, shadowed them to the school bus, discouraged outdoor play, canceled dance lessons. I struggled with my need to cocoon my daughter, my understanding that I could not protect her from everything, and my conflicting desire to foster confidence and independence in my child. The contraction I felt each time she skipped out the front door was not physical, but felt no less painful that the first time she left the protection of my womb for the wide world. Scientific objectivity cannot discipline that.
Anyone who has come from a town that harbored such a crime will remember the name of the child and carry it with them. Charlotte, North Carolina. Soham, England. Praia de Luz, Portugal. These stories are important. They instruct us about the place where they happened, about ourselves, and about how to bear the burden of such memories and move on. They speak to the permeability of "objective science". My work is filled with these names. While I strive to keep personal and professional separate it is never entirely possible. There will be another unsolved child murder. There will always be more work to do. Both the dead and the living etch their names into my bones, crossing paths within my sphere. I don't explain to my daughter why I sometimes hug her too tight, nor do I explain to my colleagues why I sometimes refer to an eight year old only as "the victim."
Yes, I have kids. They are grown now, and grandchildren are on the horizon. Wanting to create something for them, I have begun writing young adult books. Virals, the first in the series, will be out next November. In the stories Tory Brennan, fourteen-year-old great niece of Temperance Brennan and her friends solve cold classes. And the kids have some very special powers. Relax! They are definitely not vampires.
As a scientist I know my body has 206 bones, but I hold more than 206 bones within me. I hold my daughter's bones, Neely Smith's bones, the bones of the unknown buried beneath my feet. I hold all the bones that need a voice.
When I am on vacation I love to admire the art, the luxurious hotels, the stunning views, the taste of the food, the comfort of the saunas, the lightness of the air. La dolce vita. But, in the end, my vacation ends and I return to my community, my desk, the piled up assignments. Because tomorrow, there is always more work to do. Bones are the foundation upon which all our lives are built, surviving even death, and there is immeasurable pleasure in finding closure for those that once walked as I did.

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