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VARI TESTI PREMIO STREGA

Inedito

10 GIUGNO PIACERE - La vita nell’abbandono: incanti e desideri

Legge: I finalisti del Premio Strega 2010

Lorenzo Pavolini
Aumento dell'ottimismo


Ci siamo seduti sul bordo di una fioriera, di quelle in cemento che stanno davanti ai ristoranti e agli alberghi.
Oh, non c'è una panchina... Manco qua sul corso. Niente eh?! Non se ne vedono.
Ogni tanto ci tiravamo su in piedi a spiccicare dai pantaloni certi pezzi di corteccia sintetica, e li lanciavamo in mezzo alla strada, dove intanto non passava anima viva.
Diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo
Ha detto lui a un tratto, quasi canticchiando.
Niente panchine, eh
Ho confermato io.

Ci eravamo messi a fumare, fuori... - Si può soltanto fuori, vero? - e a parlare del piacere che ci aveva fatto rincontrarci lì dopo tanto tempo... che piacere oh, rincontrarsi... i vestiti stazzonati, con tutte le pieghe della giornata, il nodo della cravatta allentato, il culo in pizzo alla fioriera... eravamo ancora là a parlare delle nostre storie, come fossero di tutti. S'aprivano, dopo pochi minuti, le crepe improvvise nei corpi familiari, di figli, padri, mogli e amanti. Come in un racconto americano, magari di Carver, stavamo intorno al barbecue, girando le salsicce sulla brace, attenti a non scottarci le dita, che le bibite restassero all'ombra... La moglie era andata via di casa con il massaggiatore, che era persino greco, e la figlia non stava per niente bene, problemi di alimentazione, gravi. Il barbecue che faceva un fumo terribile, tutto negli occhi.
No, non sto piangendo no, figurati... è ‘sto fumo... buono però.

Allora avevamo provato a stenderci sul marciapiedi e immaginare il ponte di una barca, magari a immaginarlo di legno, proprio di teck, come in un racconto di Conrad adesso, mentre ad una ad una le stelle gonfiavano la voce e cantavano.
Si sta benissimo così, vero?... Tanto, chi deve passare?!
E chi dovrà passare... E ce n'eravamo accesa un'altra. Pffff!

Una storia nostra come se fosse di tutti, dài!, aveva insistito lui a proporre. Questo è il gioco che facevamo sempre, quando succedeva di incontrarci finalmente e dicevamo che piacere! Era perché poi ci saremmo raccontati i fatti nostri sotto al mistero di questo cielo, un po' velato dalle luci della città e dallo scirocco, ma che nascondeva in filigrana le stelle, una ad una, imparate per nome e per cognome di costellazione familiare.
E le stelle sono un bene di tutti.
E la storia questa volta era quella di un uomo che nella vita aveva fatto tre viaggi soli per mare, e ogni volta era stato sul punto di andare a fondo, ma poi era riuscito, proprio alla fine, per il rotto della cuffia, a tornare sano e salvo a casa, dai figli e dalla moglie, che adorava e gli prometteva mai più, mai più andrò via da voi bene mio supremo, lo giuro mai più, e quando lo diceva gli si formava una ruga sulla guancia sinistra che celava un imbarazzo per qualcosa che l'uomo aveva combinato durante quei suoi strani viaggi per mare, errori tipo che non aveva visto uno scoglio e aveva detto ai compagni su andiamo avanti tranquilli e poi invece si erano incagliati proprio lì dove lui aveva la responsabilità di guardare...
Si era abbandonato all'incanto del mare, che non perdona e lo sanno tutti, che idiota che era stato. Il mare gli piaceva così tanto che rischiava tutte le volte di restarci.

Poi, mentre eravamo lì sdraiati a raccontarci dei tre viaggi e dell'uomo sbadato che si salvava tutte le volte per il rotto della cuffia perché riconosceva le stelle e le costellazioni, da dentro è venuto qualcuno a dirci che non potevamo stare lì fuori, per terra come due disgraziati a fumare... e soprattutto che le 3500 battute circa dattiloscritte erano belle e che finite, basta, su alzatevi, ci aveva esortato.
E noi, che siamo dei professionisti, abbiamo taciuto.
Ma per non dargliela subito vinta siamo rimasti sdraiati ancora un po' per terra, ad accontentarci del nostro cielo.
Diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo
Ho detto io a un tratto, quasi canticchiando.

Matteo Nucci


Tirò dritto sulla moquette verde del corridoio d'ingresso e subito vide il vecchio e gli si avvicinò e fece un cenno alzando la mano sulla fronte come a togliersi il cappello che non aveva. Al banco c'erano due ragazzi che ridevano e il cameriere infilava bicchieri nel cestello della lavastoviglie e si passava la mano sinistra sul grembiule. "Un whisky e cola" disse e il barista chiuse lo sportello, alzò gli occhi su di lui, infilò il bicchiere nel recipiente di ghiaccio e lasciò cadere il liquido denso mentre con una manopola sprizzava cocacola. "Buonasera" gli disse. Lui pagò e prese il bicchiere, si alzò e fece due passi verso il pianoforte dove sedeva il vecchio.
"Non c'è lei?" gli domandò.
"Sei impaziente"
"Crede che io stia esagerando?"
"È un sentimento sempre esagerato" disse il vecchio, tenendo gli occhi bassi sullo spartito. Gli angoli delle pagine erano consunti e l'uomo guardò i titoli delle canzoni e gli autori scritti in corsivo sotto i titoli, e, mentre il vecchio sfogliava, cercò negli anelli d'oro sulle dita rugose e lunghe e affilate.
"Non è amore" disse piano.
"Sì che lo è. Quello è il pericolo"
"Lei crede che io sia un ragazzino"
"No"
"Pensa che io sia qui per caso"
"No"
"E allora cosa?"
"Sono anni che resto qui. Non c'era bisogno di te. Però sono felice di vederti. Vedere te è qualcosa di buono"
"Perché?"
"Lascia stare. E adesso voltati" fece il vecchio.
Contro gli specchi che coprivano tutte le pareti del salone, le ragazze parevano innumerevoli e tra le mani che si muovevano davanti ai giochini elettronici c'erano quelle di lei. L'uomo sentì la musichetta che risuonava identica a se stessa e seguì quelle dita che inserivano una moneta nella fessura e le braccia bianche percorse dalle vene bluastre come se fosse troppo freddo per una ragazza così fragile.
"Come lo chiami questo?" disse il vecchio.
"Cosa?"
"Quello che vedi"
"Non lo so" fece lui e gli sorrise, ma il vecchio non lo guardava, continuava a voltare le pagine e si preparava a suonare.
Lui bevve un goccio, fece un passo verso il banco, cercò il suo volto ma lei era concentrata sullo schermo e muoveva la manopola con frenesia e parlava con le altre ragazze.
Sull'ingresso tre uomini discutevano con il buttafuori e ridevano. Erano vestiti di lunghi impermeabili scuri, parlavano inglese e si davano pacche sulle spalle. Negli specchi si riflettevano le loro sagome e lui si lasciò scivolare dallo sgabello e si avvicinò alle ragazze.
"Ciao" le disse.
Lei si voltò e sorrise.
"Come va?" le chiese.
Le altre ragazze si allontanarono.
"Oggi perdo" mormorò lei.
"Come?"
"Il gioco. Non fa per me, oggi"
"Allora lascialo stare" lui disse.
"Ho ancora due vite"
"Addirittura?"
"Non vedi?"
Rimase in silenzio mentre il pupazzetto del giochino s'infilava in buche e usciva da mondi sotterranei, saltava e strisciava e arraffava strani oggetti e schivava colpi e cadeva, si rialzava eppoi ricadeva fino al suono finale. Allora lei si voltò e scosse il capo.
"Non vuoi?" le disse.
"Tu non capisci"
"Io capisco benissimo"
"Tu non vuoi capire"
La sfiorò con una mano sul braccio freddo e lei si allontanò dal gioco elettronico guardando sul pavimento.
"Vieni" disse lei.
La seguì. Voltò oltre l'angolo con il bicchiere in mano e sentì il pianoforte del vecchio che cominciava a suonare, poi sentì il rumore stropicciato dell'involto di plastica sul banco e il tintinnio delle chiavi. Diede un euro all'uomo e salì su dietro di lei. Ogni scalino era illuminato da una luce e in cima conosceva il profumo e la penombra e i rumori attutiti e i risolini e i posacenere pieni sulle mensole.
Con le dita sottili in cui teneva le chiavi, la ragazza spinse leggermente sulla porta, accese la luce e posò il pacco di plastica sul tavolino, allungò una mano verso di lui, attese il dovuto senza guardarlo, strinse il pugno e uscì fuori. Tornò dopo pochi secondi con la sua borsetta e la mise sul tavolo. Aprì l'involto, il lenzuolo si distese fra le sue mani bianche, lui ne prese le estremità e insieme lo misero sul letto, rincalzandolo con mosse veloci. Quando furono vicini lui le prese un braccio e la fermò e la guardò negli occhi e per un attimo rimasero così finché lei non scosse il capo e fece per andare in bagno.
Si lavarono in silenzio, poi da dietro la guardò nello specchio che brillava di una luce bianca, le tenne strette le braccia e posò il mento sulla spalla e continuò a guardarla sentendo la sua schiena liscia contro di sé.
"Vorrei che ti piacesse. Vorrei davvero che ti piacesse"
"Mi piace" disse lei "Mi piace sempre".

Antonio Pennacchi
IL PIACERE
La vita nell'abbandono: incanti e desideri

Il piacere? Ecco, io non vorrei andare fuori tema. Già un'altra volta m'hanno rimandato in italiano - in secondo geometri - perché alla festa degli alberi scrissi che non me ne fregava niente. Dice: "Hanno fatto bene, eri un antiambientalista". Non lo so, però avevo solo dodici anni e anche loro avrebbero potuto apprezzare un po' più il mio fine umorismo. Comunque ora sono cresciuto e anche se resto un filoindustrialista, agli alberi gli voglio bene, specie agli eucalypti. Guai a chi me li tocca. Ogni volta che ne buttano giù uno, faccio un casino a Latina, mi metto su una sedia in piazza e comincio a strillare col megafono. I pini e le palme un po' meno. Facessero quello che gli pare. Anzi, le palme non le posso proprio vedere. Tifo punteruolo rosso. O meglio, giallo-rosso.
Comunque del piacere non so niente. Mica sono D'Annunzio. Non è tema per me. La vita nell'abbandono, incanti e desideri? E che vuoi che ne sappia io? A casa mia ci hanno insegnato solo il dovere. Altro che il piacere. Il piacere stava tutto nel fare il proprio dovere e anche adesso, di notte, ogni tanto mi sogno che mi richiamano in fabbrica a lavorare e sono tutto contento insieme ai miei compagni, perché quando la notte il lavoro veniva male, tornavi a casa scontento, ma quando il lavoro veniva bene, allora ridevi con loro fino al parcheggio, ridevi fino a casa: "Stanotte me la sono guadagnata la giornata". Questo è il piacere: prima il dovere e poi arriva il piacere, poiché non sei solo a questo mondo, tu stai insieme agli altri e agli altri rispondi. Che piacere è senza condivisione?
Dice: "Ma tu sei matto". Sì, erano matti così pure mio padre e mia madre. E' matta tutta la famiglia mia. Sappiamo solo lavorare e solo quando abbiamo lavorato bene siamo contenti. Questo è il piacere nostro, oltre a dire la verità - pane al pane e vino al vino, più cruda è e meglio è - e non deludere chi fa conto su di noi. E' tutta colpa di mio padre.
Quando nacque mia sorella Laura - era il 1948, il 9 luglio - mia madre capì dalla mattina presto che era l'ora e disse a mio padre: "Non andare a lavorare oggi, e va' a chiamare la Cocco" che era la levatrice. Lui prese la bicicletta, andò ad avvisare al Consorzio agrario che sarebbe mancato e passò a prendere la Cocco. Poi si mise lì in cucina pure lui a scaldare pentoloni d'acqua e ad ascoltare il trambusto che veniva dalla stanza.
Quando però si sono fatte le dieci o dieci e mezza e il sole batteva - era luglio - giù dalla strada hanno cominciato a strillare: "Giova'! Giova'!". Lui s'è affacciato per farli stare zitti - eravamo al terzo piano - ma erano dei coloni che gli si era rotto il trattore in campagna e non sapevano più come fare: "Giova', Giova', stiamo tutti fermi, vienici ad aggiustare il trattore".
"Non andare!" urlava mia madre dall'altra stanza: "Non andare che sto per partorire".
"E come faccio?" disse mio padre: "Quelli hanno già la trebbia sul piazzale, non li posso lasciare col trattore fermo in mezzo ai campi. Come fanno? Io poi mica faccio la levatrice, io aggiusto i trattori, la levatrice te l'ho già portata".
Mia madre non gliel'ha più perdonato, o almeno così diceva lei, perché poi invece quando è morto - qualche anno fa - non faceva che dirgli in continuazione, gli ultimi istanti: "Amore, amore mio"; che noi prima, in vita nostra, non glielo avevamo sentito mai.
Spero anch'io di morire così, dopo avere fatto fino in fondo davanti ai miei compagni, a mia moglie, ai miei figli e ai figli loro, tutto il mio dovere. Allora sì che sarà finalmente piacere.

Silvia Avallone
Il copriletto rosso

Era venuto laggiù per lavorare al suo prossimo saggio. Una scrivania e un buon materasso sarebbero stati più che sufficienti. Ma adesso, aprendo la porta, quasi ci sperava in un ambiente grazioso e in una finestra che non guardasse sul retro.
Appena entrò distinse un odore ospedaliero di disinfettante e il contorno di un letto matrimoniale nella penombra. Non si aspettava niente di eccezionale, in fondo. Posò la valigia e spalancò le imposte. Allora sorrise, nonostante l'età e il viso buio di sua moglie lasciato a casa.
Una luce bianca, così densa da assomigliare a un getto d'acqua, si era diffusa nella stanza, aveva inzuppato i mobili tarlati, il copriletto rosso e la moquette. La linea azzurra del mare crepitava sotto il davanzale, con la sua striscia di sabbia invasa dai bagnanti. Non se l'aspettava così affollata Viareggio, anche se a metà giugno, chiuse le scuole, non era poi straordinario vedere tutti quegli adolescenti fare la spola tra il corso e gli stabilimenti balneari, le racchette e i palloni sotto il braccio.
Restò appoggiato allo spigolo dell'anta, a guardare in basso la manciata luminosa dei ragazzetti che correvano in calzoncini verso l'acqua, come uno sciame di vespe che non ragiona e sente solo l'attrazione delle cose. Gli passò il sorriso stupido dal volto. Si sedette sul bordo del letto, su quel copriletto rosso che un po' di pretese le aveva e gli ricordava altri alberghi e altri letti, quando ancora non era ordinario all'Università di Firenze. Si tolse le scarpe.
Era stato, quand'era giovane avrebbe dovuto dire, un dissennato che andava a torso nudo sull'apino di suo padre. E ci portava pure le ragazze, su quel rottame. Si spingeva fino al limite della città, tra i campi, le spogliava senza pensarci, come adesso facevano i mocciosi là fuori, che gridavano forte, e le grida e gli schizzi del mare gli premevano le tempie.
Tirò fuori dalla valigia i suoi libri. Quando non aveva una lira, quando non aveva uno straccio di potere, e neppure dei figli, il parquet nel salotto.... Era ridicolo ormai anche solo pensarci. Era venuto laggiù per distrarsi dal corpo invecchiato di sua moglie, la noia irreversibile di certe serate a Firenze nei ristoranti.
Se adesso si alzava e andava a farsi un tuffo, non ci sarebbe stato niente di male. In bagno si fermò a considerare le piastrelle scrostate, il calcare ai bordi del lavandino. Ricordò i motel, quelli veri, con le insegne al neon lungo le strade di notte.
Si infilò un costume e una maglietta, i tomi dei colleghi sotto il braccio, e si avviò verso lo stabilimento balneare dirimpetto all'albergo, che per ironia della sorte o per un gusto irritante si chiamava Lido Amore. Pagò una sdraio e un ombrellone.
Se ne pentì subito, per il casino anzitutto. Che leggere in spiaggia è assai difficoltoso, la sabbia ti si ficca tra le pagine, i bambini corrono e ti pestano i piedi, ti arrivano le pallonate in faccia. E tu non è che sei proprio così vecchio, così decrepito e finito da poterti subire una pallonata in pieno muso come adesso, appena seduto, Ivano si era beccato. Comprese perché era meglio la fauna cinica dell'Università, perché talvolta provava una risonanza di piacere nel sorseggiare del buon vino in certi bistrot di piazza Croce. Ma insomma stese le gambe pallide e non più muscolose tra due piste spianate per le biglie e tentò di concentrarsi.
I cerchi di adolescenti che giocavano a pallone, quelli no, non voleva guardarli. Era una cosa che faceva troppo male, e non lo poteva accettare. Che a un certo punto, come qui su questa sdraio con la testiera sfondata, dei luoghi cominci a percepire solo i fastidi e non più la bellezza.
Decise di farsi questo bagno, che prima lo faceva e prima gli passavano i grilli per la testa. Ormai dovevano essere le quattro o le cinque. Si avviò sul bagnasciuga più nudo del solito. Intinse con cautela la punta del piede per controllare che l'acqua fosse calda abbastanza. Si sentì francamente, per un instante, ben poca cosa.
Si abituò gradualmente alla temperatura del mare, sentiva le alghe solleticargli i piedi. Chiudendo gli occhi riuscì anche a bagnarsi fino alle spalle, respirando a polmoni aperti. Fu allora, fu quando riaprì gli occhi che le vide. A poca distanza, dove l'acqua era bassa, immerse per metà e per metà in piena luce. Lo stavano guardando, ridevano. Stavano guardando lui, si bisbigliavano qualcosa all'orecchio con la mano davanti alla bocca. Ivano lì per lì si confuse, si stropicciò gli occhi arrossati per il sale e stentò a capire o meglio a crederci. Quella scena, assolutamente improbabile, di due ragazze giovani, molto giovani, che lo fissavano, che la cosa le divertiva moltissimo, e adesso avevano addirittura preso a indicarlo con il dito, o forse era un altro gesto quello, forse lo stavano chiamando...
Quando capì che le due creature brune e fragranti di sole, con il busto scoperto e grondante d'acqua, le gambe nascoste dal mare, ce l'avevano davvero con lui, nuotò con occhi surreali e però il batticuore fino a loro.
- Salve! - disse una, il triangolo del costume in disordine e la pelle più chiara dentro i bordi.
Anche se aveva dato poche bracciate, Ivano si sentiva il fiato mancare. Ci mise un poco a trovare una parola che fosse opportuna: - Mi avete chiamato?
L'altra annuì luminosa e furba insieme, mentre l'amica si nascondeva dietro le sue spalle e scoppiava a ridere in un modo così sfacciato, così tanto maleducato che a Ivano parve meraviglioso.
- Ci chiedevamo se è arrivato oggi, visto che sembra una mozzarella... - lo disse in modo strafottente, da ragazzetta bella e stronza che non sa niente della vita e pensa che tutti siano a sua disposizione.
Lui, suo malgrado, si considerò la pelle delle braccia e del petto, com'era pallida, come si vedevano le vene verdognole e i peli a tratti scuri a tratti grigi. Provò un imbarazzo tremendo, una cosa che non provava dai tempi del liceo.
- Sono arrivato oggi in effetti - spiccicò. Ma dopo un attimo si ricordò chi era, l'indirizzo prestigioso dove abitava, e si riscosse di colpo: - Voi invece, siete di qui?
- Di Viareggio - risposero in coro, i capelli zuppi d'acqua incollati alle tempie, le ciglia bagnate, il rilievo perfetto delle scapole disegnate su un incarnato così tenero, abbronzato e uniforme. - Andiamo a scuola lì, guardi - indicarono un qualche edificio in un punto imprecisato. Ivano fece finta di aver intenso.
- A che anno siete? - moriva dalla voglia di conoscere la loro età.
- L'ultimo! - esclamò una. E l'altra subito dopo: - L'anno prossimo andiamo a Firenze, all'Università.
Vide gli occhi di quelle due creature brillare sinceri e puliti, allora non poté resistere: - Sapete che io ci insegno, all'Università di Firenze?
Si sentì un bambino per come lo aveva detto, per come aveva sollevato dall'acqua i suoi novanta chili.
- Ma dai - fece una delle due ragazze, senza entusiasmo. - Ci sono un sacco di locali fighi vero, a Firenze?
Ivano si sentì rimpicciolire. Arreso, si lasciò ricadere in acqua. E fu qui lo stupore più grande, nel vedersele arrivare addosso d'improvviso, una dietro e una davanti, avvolgerlo come due tentacoli.
- Dov'è sua moglie? - si sentì mormorare all'orecchio.
Avvertiva i corpi delle due diciottenni sbattere prepotenti contro le sue gambe.
- A casa - rispose senza rendersi conto che stava rispondendo davvero. E lui lo sapeva cosa stava accadendo. Bastava dire sì, bastava ammettere che fosse possibile una roba del genere.
- Ma tu ce la offriresti una cena nel tuo albergo? - chiese l'una o l'altra, e c'era una malizia in quella voce che faceva lo stesso effetto di un artiglio.
Ivano si morse le labbra, si maledisse per aver scelto quell'albergo così modesto con quell'osceno copriletto rosso e la vista sul mare e il cesso scrostato come quelli che c'erano nei motel sulla statale, quando con gli amici non provava spavento a far salire una prostituta in macchina.
Uscì dall'acqua muto con il passo veloce di chi è braccato, accelerato dalla paura. Doveva essere ancora un bell'uomo, non poté fare a meno di pensarlo. Nonostante i cinquantasette anni doveva essere un uomo ancora attraente se adesso, sulla spiaggia di Viareggio, stava per essere circuito da due terribili fanciulle.
Che volevano divertirsi, certo. Fare una bravata da raccontare alle amiche e prendersi gioco di lui. Lo stavano seguendo. Lui raccoglieva i libri, si infilava le ciabatte e la maglietta, si avviava all'uscita del Lido Amore. E loro dietro, con i musi bagnati, il costume appiccicato alla pelle. Loro alle calcagna, che crepavano di risate, che lo inseguivano scalze con i piedi sporchi.
Lo rincorsero fino all'entrata dell'albergo. Ivano non riusciva a realizzare di essere tallonato da due diciottenni, qualcosa gli si smembrava nella pancia ed era un piacere micidiale. Passarono in costume, bagnate fradice, davanti alla reception. Come se fosse normale entrare in quello stato in un posto per bene. Stavano salendo le scale, lui le sentiva: quei risolini, il suono sordo dei piedi zuppi. Non si voltava, stringeva i libri sotto il braccio, era terrorizzato, era vivo da ammattire, con un intero formicaio nella pancia. No, non l'avrebbe chiamata stasera sua moglie. Stasera se la sarebbe vissuta, se ne sarebbe fregato di tutto. Ecco, questa adrenalina nell'aprire la porta, nel vederle entrare seminude e diciottenni. Ecco, tutto questo lui era da millenni che non lo provava, non lo immaginava neppure che da qualche parte, nascosto sotto i polmoni, tra le reni, era rimasto illeso e il tempo era solo un'illusione.
- Scusa, possiamo fare la doccia? - erano passate al tu, di colpo.
Ivano rispose: Sì, certamente, con un sorriso galante che avrebbe fatto scoppiare a ridere chiunque, figuriamoci quelle due. Che si chiusero a chiave nel bagno, glielo allagarono tutto, e una volta uscite, a lui che stava come un bambino in trepidazione al bordo del letto, gridarono: Mille grazie, ti abbiamo finito il sapone!
Saltando e ridendo come due indemoniate, fuggirono via.

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