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IL PARRUCCHIERE, I CAPELLI E IL RE

Inedito

16 GIUGNO SFIDE - Vita e potere: le verità scomode

Legge: Herta Müller

Spesso mi chiedono perché nei miei testi compaia tanto spesso il re e tanto di rado il dittatore. La parola "König" - "re" - ha un suono morbido. E spesso mi chiedono perché nei miei testi compaia tanto spesso il parrucchiere. Il parrucchiere misura i capelli e i capelli misurano la vita.
Il parrucchiere, i capelli e il re si sono riuniti molto tempo prima che io conoscessi il dittatore e prima che cominciassi a scrivere.

Nessuna strada asfaltata, ma soltanto vie dissestate e polverose portavano allo sperduto villaggio in cui sono cresciuta. Eppure il re riuscì ad arrivarci, altrimenti non mi avrebbe incontrata là. Veniva dal gioco degli scacchi di mio nonno, e gli scacchi avevano a che fare con i suoi capelli. Durante la prima guerra mondiale mio nonno era stato soldato, era finito prigioniero e in prigionia aveva intagliato degli scacchi.
Il prigioniero di guerra perdeva i capelli a ciocche e il parrucchiere della compagnia gli curò il cuoio capelluto con linfa di foglie triturate. Il parrucchiere aveva una passione, in ogni possibile momento e luogo giocava a scacchi. Si era portato da casa in guerra i suoi scacchi. E tuttavia, nel caos del fronte, aveva perso sette pezzi. Durante il gioco bisognava sostituirli con croste di pane, penne di uccelli, frammenti di rami o pietruzze. Quando i capelli di mio nonno, dopo qualche settimana di quel trattamento, erano ricresciuti più folti e scuri di quanto fossero mai stati, lui rifletté su come potesse ringraziare il parrucchiere. Notò allora due alberi nel campo di prigionia, l'uno il cui legno era chiaro come la cera, l'altro rosso scuro. Vi intagliò i pezzi mancanti e li regalò al parrucchiere. Così il tutto incominciò, mi disse. Il tempo del gioco ti sorreggeva, disse, non bisognava più sopportarlo così vuoto com'era. Dopo la prigionia mio nonno tornò al villaggio, e come per il parrucchiere della compagnia anche per lui gli scacchi erano diventati una passione.
La pratica fatta nell'intagliare le sette figure e il tempo lento a scorrere, disse, lo costringevano a continuare a lavorare con le mani. Legno sugli alberi ce n'era ancora abbastanza e si intagliò un gioco degli scacchi completo. Innanzitutto i pedoni, e cioè i contadini, disse, perché prima della guerra era stato contadino e perché aveva voluto tornare a casa ed essere nuovamente contadino.
Quando mi raccontò tutto questo aveva da tempo un gioco degli scacchi vero e proprio, acquistato nel negozio. A me era permesso di giocare con i pezzi intagliati da lui, quattro dei quali ormai mancavano. Delle sue figure a piacermi erano soprattutto i due re, quello bianco come la cera e quello rosso scuro. Con il tempo il legno era diventato vecchio e sporco, grigiobianco e marrone scuro, come terra riarsa dal sole e bagnata dalla pioggia. Tutte le figure erano crepate e traballanti, ognuna diversa dalle altre. Il legno, fresco al momento in cui erano state intagliate, seccava come gli pareva. Ma i più storti, panciuti davanti e gobbi dietro, davvero decrepiti, erano i re. Barcollavano perché la corona sul capo era storta e troppo grande. Tutti gli anni mio nonno andava a trovare ogni paio di settimane sua sorella che si era sposata nel villaggio vicino. E durante una di queste visite incontrò in quel villaggio un "serio" compagno di scacchi, come lui diceva. Da allora ogni mercoledì se ne andava in treno nel villaggio vicino per giocare a scacchi. Spesso mi permetteva di accompagnarlo. Così come nel nostro villaggio vivevano solo tedeschi, in quello vicino c'erano solo ungheresi. Il marito della mia prozia era ungherese e falegname. E il serio compagno di scacchi era ungherese anche lui. Giocando a scacchi mio nonno poteva appagare contemporaneamente due passioni, dal momento che la sua seconda passione era parlare ungherese. Io potevo accompagnarlo in modo che imparassi l'ungherese mentre lui giocava a scacchi.
Il cognato del nonno, il falegname, portava un camice che era fatto di segatura, e soltanto sotto le braccia si vedeva il tessuto marrone. Portava anche un basco di segatura, e tempie e orecchie di segatura e baffoni di segatura. Fabbricava mobili, pavimenti, porte, finestre, carrozzine che si potevano chiudere con listelli avvolgibili, fabbricava piccoli oggetti come grucce, taglieri, cucchiai e - fabbricava bare.
Tutti i manufatti della sua falegnameria erano mescolati in gran disordine, così come lo spazio nel suo laboratorio imponeva: una carrozzina pronta accanto, sopra, sotto o addirittura dentro a una bara pronta. Nel laboratorio il legno mi mostrava tutte le tappe fra il nascere e il morire. Il tempo della vita stava là in forma di braccia piene di cucchiai, taglieri, grucce. Fra armadi, comodini, letti, sedie e tavoli le bare avevano un aspetto così consueto, vera mobilia per la terra. Nulla si sottraeva, ma più chiari che se fossero stati nominati in parole gli oggetti stavano là. Non avevano bisogno di chiacchiere sulla vita e la morte, erano quello di cui si ha bisogno per vivere e morire.
Per me il falegname era un maestro in ogni cosa. Nei miei occhi era lui a fare il mondo. Capivo che il mondo non era fatto del cielo errante e dei campi di granoturco ricchi d'erba, ma di sempre identico legno. Lui sapeva disporre ovunque il legno contro le stagioni fugaci, contro le stagioni nude e quelle erbose della terra. Lì c'era la galleria dei giorni della morte, come materia ben levigata e squadrata. Una chiarezza in colori opachi, dal bianco sporco al giallo miele fino al marrone scuro, colori che non vagavano più ma scurivano soltanto di un sfumatura in se stessi, anziché tremolare e dissiparsi come paesaggio. Avevano una qualità muta, una quieta certezza. Non mi facevano paura, quando li toccavo erano così tranquilli che la loro quiete si diffondeva in me. Il falegname aveva anche una macchina per cucire, e confezionava anche cuscini per le bare. "Damasco bianco" diceva, "pieno delle ombre del legno, come per un re." Quei lunghi riccioli di legno che cadevano dalla pialla non si chiamavano "trucioli", ma "ombre del legno". È un'espressione che mi piace. Già allora mi piaceva che non fossero foglie, paglia o segatura a riempire i cuscini dei morti - ma soltanto l'ombra delle chiome d'albero vive che era rimasta nel legno e che ricadeva fuori quando lo si tagliava. Alexandru Vona scrive nel suo romanzo Le finestre murate: "Quando si vuole apprendere la verità bisogna trovare quelle parole che si sono mescolate in mezzo ad altre che non ci riguardano".
Ombre del legno è per me una di queste parole.
Le ombre del legno frusciavano e avevano un odore amaro. Mentre mio nonno giocava a scacchi sulla veranda, nel laboratorio io mi facevo parrucche con le ombre corte. E dai ghirigori lunghi mi facevo cinture, balze e sciarpe. In una grande scatola c'erano lettere dell'alfabeto dorate che mandavano un odore aspro e pungente di lacca. Il falegname le usava per comporre i nomi dei morti che incollava sul coperchio delle bare. Io le usavo per farmi anelli, collane e orecchini. Oggi le ombre del legno e le lettere dell'alfabeto mi spaventerebbero. Ma a quel tempo avevo visto così tanti morti, persone che avevo conosciuto bene in vita, avevo conosciuto le loro voci e andature. Per anni avevo saputo che cosa indossavano e mangiavano, come vangavano la terra e come ballavano. Poi un giorno erano distese nella bara, erano le stesse ma inerti e smaniose di ricevere l'ultima visita. Volevano essere importanti per un'ultima volta, attraversare dondolando il villaggio a suon di musica, nella carrozza intagliata come in una veranda ambulante. Dio aveva preteso indietro da loro la sua materia, la campagna circostante li aveva divorati insieme alla stagione. Io non pensavo quasi per nulla a loro quando mi appendevo addosso le lettere dorate. Ammiravo lo zio falegname che si dava pena perché i morti avessero letti con coperchi e nomi dorati e cuscini di damasco con le ombre del legno, e perché venissero portati via. C'erano bare accostate in verticale alla parete, come staccionate. Altre erano posate orizzontali sul pavimento, piene di ombre del legno. Non una sola volta, durante le mie visite, fu incollato un nome fatto di lettere dorate, fu cucito e riempito di ombre del legno un cuscino, fu venduta una bara. A mezzogiorno la moglie del falegname portava da mangiare e perché la pentola mantenesse più a lungo il calore la metteva in mezzo alle ombre del legno in una bara.
Ombre del legno nel laboratorio e bianchi cuscini di damasco come per un re, e mio nonno aggrottava la fronte sopra la scacchiera e masticava a vuoto. Una volta era lui e una volta il suo avversario a dare scacco matto al re. E durante il breve tragitto verso casa, in treno alla sera, il cielo trascolorava rapido e aveva quella tinta squillante che non si può paragonare a nient'altro. La luna pendeva come un ferro di cavallo o un'albicocca, sui tetti i galletti segnavento viaggiavano in direzione opposta a quella del treno, come figure di scacchi. Alcuni assomigliavano al re. Il giorno dopo anche i polli nell'erba portavano corone e non creste. Ogni settimana, al mercoledì e al sabato, io dovevo ammazzare un pollo. Lo facevo come qualsiasi altro lavoro, esperta e impassibile, come pelare le patate o spolverare, come un lavoro che si è imparato per il resto della vita. Era un lavoro da donne. Non essere capaci di torturare un pollo o non sopportare la vista del sangue, era qualcosa che non esisteva. O tutt'al più era dato agli uomini, quando si radevano. E molto raramente alle donne che - come si diceva - non erano buone a nulla. Forse in seguito non sarei stata più buona a nulla, ma allora lo ero.
Sognavo soltanto cose frammiste follemente l'una all'altra: apro la pancia al pollo ed è una cassettina piena di scacchi, rossi e blu anziché bianchi e neri. Sono perfettamente asciutti e duri, si sarebbe dovuto sentirli quando il pollo correva ancora in mezzo all'erba. Tiro fuori gli scacchi dalla pancia e li sistemo in due file, secondo il colore. C'è un solo re, barcolla, si inchina. È verde e, mentre si inchina, diventa rosso. Lo tengo nella mano e sento il suo cuore che batte. Ha paura e perciò lo mordo. Dentro è giallo e molle, la sua carne è dolce come quella di un'albicocca, e lo mangio.
Le cose avevano singolarmente il loro re, ma i singoli re, là dove si mostravano, ammiccavano agli altri re. Non abbandonavano i loro oggetti e però si conoscevano, si incontravano nella mia mente e là si trovavano riuniti. Erano un re suddiviso in molte parti, che si sceglieva una materia sempre nuova in cui poter vivere: il re di legno negli scacchi, il re di latta nel galletto segnavento, il re di carne nel pollo. La materia di cui sono costituiti gli oggetti acuiva i propri contorni quando la si guardava, e la mente cominciava un folle divagare. L'aspetto consueto delle cose deflagrava, la loro qualità materiale assumeva un tratto personale. Fra cose identiche sorgevano gerarchie, e ancora di più sorgevano fra me e loro. Dovevo espormi ai paragoni che avevo istituito, e non potevo che avere la peggio. Paragonata al legno, alla latta o all'abito piumato di un pollo, la pelle è la sostanza più caduca. Dipendevo ineluttabilmente dal potere, ora buono ora maligno, del re.

nella casa di piume c'è un pollo
nella casa di foglie c'è un viale
la casa del coniglio è in folto pelo
nella casa d'acqua c'è un canale
nella casa d'angolo la pattuglia
se dal balcone laggiù
qualcuno butta sul sambuco
è ancora un suicidio e nulla più
nella carta ha il verbale la dimora
nello chignon vive una signora

Questo testo è un tardo riflesso del re del villaggio, messo insieme alla rinfusa, e con la casa d'angolo della pattuglia, con l'omicidio che nel verbale sulla carta viene falsificato e trasformato in suicidio, ormai è da lungo tempo all'opera il re di città. È un re dello Stato. Mercanteggia sul crinale fra vita e morte: butta furtivamente dalla finestra quelli che gli sono diventati sgraditi, li getta sotto treni o automobili, giù dai ponti che attraversano i fiumi, li appende alla corda, li avvelena - inscena l'omicidio come un suicidio. Fa dilaniare da cani sanguinari addestrati quelli che cercano di fuggire sul confine, lascia che là rimangano così che in seguito i contadini li trovino nei campi durante il raccolto, semiputrefatti. Fa dare la caccia con le barche ai fuggitivi sul Danubio, e li fa polverizzare con le eliche. Pesci e gabbiani hanno qualcosa da mangiare. Lo si sa, ma non si può mai dimostrare quel che accade ogni giorno. Là dove un uomo è scomparso sono rimasti il silenzio, familiari e amici con gli occhi sgranati. Il re di città non lascia trasparire le sue debolezze, quando barcolla si crede che si inchini, ma lui si inchina e uccide.
Il re del villaggio "si inchinava un po'", barcollava così come barcollava la campagna tutt'intorno. Si viveva in quella regione che divorava se stessa fino a divorare anche te insieme a lei, fino a farti morire di te stesso. Solo il re di città fornì la seconda parte della frase: "il re si inchina e uccide". Lo strumento del re di città è la paura. Non la paura del villaggio che montava nella mente, bensì la paura pianificata, somministrata con freddezza, che lacera i nervi. Dopo il mio arrivo dalle frange del villaggio alla città, l'asfalto divenne un tappeto dove al posto della galleria dei giorni della morte strisciava attorno alle caviglie la morte pianificata dallo Stato: la repressione. Nei primi anni potei vederla dappertutto. Colpiva gente che non conoscevo di persona. Ne avevo paura solo in generale, le vivevo troppo vicino per non vederla, e però troppo lontano per capire che cosa provocasse. In quei primi tempi mi correva accanto, non mi attraversava mai. Una forte dose di compassione per quelli che aveva appena colpito, una partecipazione emotiva spontanea che per un po' mi afferrava e poi se ne andava da sé. Quello starsene lì con le dita contratte, quell'affondare le unghie nei palmi delle mani per sentir male, quel mordersi le labbra mentre si guarda come qualcuno che non si conosce viene arrestato davanti agli occhi di tutti, viene picchiato e preso a calci. Poi quell'andarsene avanti con il palato inaridito, il collo caldo e il passo veloce come se nello stomaco e nelle gambe fosse stata pompata dell'aria putrida. Il fiacco sentimento di colpa perché non puoi impedire nulla di ciò che colpisce altri, e la felicità meschina perché la punizione non ha colpito te. Poteva colpire ognuno di quanti vi assistevano, al di là del respirare era tutto proibito, e dovunque si guardasse c'erano infiniti motivi per ciascuno.
Solo negli anni successivi ebbi amici che venivano pedinati e regolarmente interrogati, le cui case venivano perquisite, i manoscritti sequestrati, amici cancellati dalla matricola universitaria e arrestati. Quello che fino ad allora avevo avvertito come un'atmosfera opprimente divenne un'angoscia concreta. Gli amici venivano torturati, sapevo esattamente dove e come. Ne parlavamo per giornate intere, fra scherzo e paura, temerari e sconvolti cercavamo vie d'uscita che tuttavia non c'erano, perché era impensabile far marcia indietro dalle proprie azioni. La repressione entrò nella mia vita. E un paio d'anni dopo mi arrivò sulla pelle - in fabbrica avrei dovuto spiare i miei colleghi e mi rifiutai. E tutto quello che sapevo dagli amici sugli interrogatori, sulle perquisizioni nelle case, sulle minacce di morte si ripeté su di me. Allora ero già esperta nell'arrovellarmi su come il prossimo interrogatorio, il prossimo giorno di lavoro, il prossimo angolo di strada mi avrebbero teso le loro trappole.
L'inquisitore chiedeva sprezzante durante l'interrogatorio: "Cosa ti credi di essere?". Non era affatto una domanda, e a maggior ragione io utilizzavo l'occasione per rispondere: "Sono un essere umano come Lei". Per me questo era necessario e importante, poiché il suo comportamento si esibiva dispotico come se l'avesse dimenticato. Nei punti turbolenti degli interrogatori mi chiamava un lurido pezzo di merda, un parassita, una cagna. Quando era più moderato, una troia o un nemico. Nei momenti più innocui io ero il suo passatempo nelle ore di servizio, uno straccio che si sgualcisce per mostrare zelo e competenza. Spesso si esercitava con me nella distruzione perché la sua giornata di lavoro sarebbe durata ancora per ore, e per non rimanere da solo in ufficio mi tratteneva lì, rimasticava con ironia o cinismo quello che era già stato detto mille volte con furore. Io doveva rimanere perché l'orologio non gli ticchettasse nel vuoto, perché non fosse abbandonato a se stesso. Dopo ogni accesso di furia praticava su di me la caccia all'uomo per non perdere l'allenamento, in quella maniera per lui disinvolta e rilassante. In tutti gli sbalzi d'umore aveva un routine. La domanda dell'infanzia: "Cosa vale la mia vita?", era ormai obsoleta. Una domanda simile può venire solo dall'intimo. Quando viene posta dall'esterno, si diventa riottosi. Già solo per dispetto si comincia ad amare la propria vita. Ogni giorno diventa prezioso, si impara a vivere volentieri. Ci si dice nella mente che si è vivi. Proprio adesso si vuole vivere. E questo basta, dà più senso alla vita di quanto si creda. È un senso della vita messo alla prova, valido quanto il respiro stesso. Anche questa brama di vivere che cresce dentro contro tutte le circostanze esterne, è un re. Un re riottoso, lo conosco bene. Perciò non l'ho mai menzionato espressamente, ho coperto il suo nome. Ho coniato per lui la parola "Herztier", "la bestia nel cuore", per chiamarlo senza pronunciarlo. Solo molti anni dopo, quando quell'epoca era abbastanza lontana da me, sono passata dalla parola Herztier all'effettiva parola re:

e il re si inchina un po'
e a piedi arriva in genere la notte
e dalla fabbrica nel fiume giù dal tetto
brillano due scarpe
all'incontrario e poi in pallido neon
e l'una ci dà un calcio sulla bocca
e l'altra le costole ci spappola
e spente al mattino le scarpe al neon
il melo capriccioso l'acero rosso sorride
viaggiano le stelle in cielo come popcorn
e il re si inchina e uccide

Era stata la rima nella lingua del villaggio a guidarmi fin dall'inizio al re: "allein - wenig - König" ("solo" - "poco" - "re"), l'avevo fatto rimare già nella valle con le mucche: "alleenig - wenig - Kenig". La rima e il re degli scacchi del nonno.
Il re stava nella mia mente fin da quando ero bambina. Stava nelle cose. Anche se non avessi mai scritto una sola parola sarebbe stato là, per venire a capo delle complicazioni sempre nuove dei giorni grazie a una figura che era un Leitmotiv, maligna e però nota. Là dove il re si presentava non c'era da aspettarsi clemenza. E tuttavia ordinava la vita, vinceva senza parole il caos quando questo sfuggiva al dicibile. Il re era sempre già una parola vissuta, impossibile afferrarlo nel parlare. Ho passato molto tempo con il re, e nel tempo c'era incidentalmente o principalmente la paura.
Il re mi ha seguito innanzitutto dal villaggio alla città, poi dalla Romania in Germania, come riverbero delle cose che non mi si sarebbero mai chiarite. Ha personalizzato l'entità delle cose, quando nel deviare della mente non c'è più parola che valga io mi dico ancora oggi: Aha, adesso arriva il re.
L'inquisitore a ogni interrogatorio, quando riteneva di avermi dato scacco matto, mi diceva trionfante la frase: "Vedi, le cose si legano". Aveva inconsapevolmente ragione, non sapeva quali e quante cose si legassero contro di lui nella mia mente. Già il fatto che lui sedesse a una scrivania grande e lucida, e io a un tavolino di legno mal piallato e lurido. "Vedi", e io vedevo infatti un ripiano con molte tacche degli interrogatori di altra gente di cui non si sapeva nulla, neppure se vivessero ancora. L'inquisitore, che dovevo guardare per ore, durante ogni interrogatorio diventava un re. Per il suo cranio pelato ci sarebbe voluto il parrucchiere della compagnia di mio nonno. Anche per i suoi polpacci che luccicavano glabri, bianchi e ripugnanti, fra l'orlo dei pantaloni e il bordo dei calzini. Sì, le cose si legavano nella sua mente a mio svantaggio. Ma tutt'altre cose si legavano nella mia mente: come negli scacchi c'era un re che si inchinava, così nell'inquisitore c'era un re che uccideva. Era uno dei primi interrogatori, ed era estate e pomeriggio, ed entrarono nel gioco le ombre del legno. Il vetro della finestra riluceva ondulato nel sole. Strisce di luce bianche e arricciate cadevano sul pavimento e strisciavano lungo le gambe dei pantaloni dell'inquisitore, quando le attraversava. Desiderai che inciampasse, che gli strisciassero nelle scarpe e lo uccidessero attraverso le piante dei piedi.
E un paio di settimane dopo il re arrivò non solo nei suoi capelli mancanti, ma anche nei miei esistenti. Sul pavimento fra i nostri tavoli c'erano di nuovo i ghirigori di sole, serpeggianti e luminosi, più lunghi del solito, e strisciavano davvero qua e là perché fuori c'era molto vento. L'inquisitore andava su e giù nervoso, le ombre del legno erano così irrequiete che non poteva fare a meno di continuare a guardarle. Fra la mia presenza reale ma impassibile, e quella esistente solo come riflesso, ombre di legno follemente saltellanti, perse il controllo di sé. Andando avanti e indietro si avvicinò sbraitante al mio tavolo. Mi aspettavo che mi prendesse a sberle. Sollevò la mano, ma poi mi tolse un capello dalla spalla e fece per lasciarlo cadere sul pavimento con le punte delle dita. Non so perché dissi, all'improvviso: "La prego di rimettere a posto il capello, mi appartiene". Con estrema lentezza, il suo braccio era bloccato come se si muovesse al rallentatore, mi toccò nuovamente la spalla, scosse la testa, attraversò il ghirigoro di luce e andò alla finestra, guardò l'albero e scoppiò in una fragorosa risata. Solo allora, mentre lui rideva, mi guardai con la coda dell'occhio la spalla. Aveva davvero rimesso il capello esattamente là dov'era prima. Nessuna risata di re poté aiutarlo questa volta, non era preparato all'episodio del capello. Si era dondolato un po' troppo sulla sella, si era reso ridicolo. E io provai una soddisfazione così stupida come se da quel momento potessi averlo nelle mie mani, tutti i giorni. Il suo allenamento alla distruzione funzionava solo nella routine, doveva cioè osservare la tabella di marcia. L'improvvisazione era anche per lui un rischio. Non un rischio reale ma creato nella mia fantasia, eppure nel mio stupido calcolo contava.

Altre due cose importanti hanno a che fare con il re:
I capelli di mio nonno non caddero più. Se li portò folti e bianchi nella tomba.
Nonostante tutto l'impegno profuso con me da mio nonno, non imparai mai a giocare a scacchi. Lui dubitava della mia intelligenza, e io lasciai perdere. Non gli dissi mai quanto avessi paura del re e quanto mi piacesse. Credo che si possa dire: Non avevo la mente libera.

Traduzione di Margherita Carbonaro

Der Friseur, das Haar und der König


Oft werde ich gefragt, warum in meinen Texten so oft der König und so selten der Diktator vorkommt. Das Wort „König" klingt weich. Und oft werde ich gefragt, warum in meinen Texten so oft der Friseur vorkommt. Der Friseur mißt die Haare und die Haare messen das Leben.
Der Friseur, das Haar und der König fanden zusammen, lange bevor ich den Diktator kannte und bevor ich zu schreiben anfing.

In das abgelegene Dorf, in dem ich aufwuchs, führte keine Asphaltstraße, nur verrumpelte Staubwege. Aber der König fand hin, sonst wär er mir dort nicht begegnet. Er kam aus dem Schachspiel meines Großvaters und das Schachspiel hatte mit seinem Haar zu tun. Im Ersten Weltkrieg war mein Großvater Soldat, kam in Kriegsgefangenschaft und schnitzte sich dort ein Schachspiel.
Dem Kriegsgefangenen fielen die Haare büschelweise aus und der Kompaniefriseur behandelte ihm die Kopfhaut mit dem Saft zerriebener Blätter. Der Friseur hatte eine Leidenschaft, er spielte, wann immer und wo immer es ging, Schach. Er hatte sein Schachspiel von zu Hause mit in den Krieg genommen. In den Frontwirrnissen waren dem Friseur jedoch sieben Schachfiguren verlorengegangen. Beim Spielen mußten sie ersetzt werden durch Brotrinde, Vogelfedern, Aststückchen oder Steinchen. Als die Haare meines Großvaters nach einigen Wochen Behandlung dichter und dunkler nachwuchsen, als sie jemals waren, überlegte er, wie er dem Friseur dafür danken könnte. Da fielen ihm auf dem Gefangenengelände zwei Bäume auf, der eine mit wachshellem, der andere mit rotdunklem Holz. Er schnitzte daraus die fehlenden Schachfiguren und schenkte sie dem Friseur. So fing das an, sagte er mir. Die Zeit des Spiels trug einen, sagte er, man mußte sie nicht so leer, wie sie war, ertragen. Nach der Kriegsgefangenschaft kehrte mein Großvater ins Dorf zurück, wie beim Kompaniefriseur war das Schachspielen auch bei ihm zur Leidenschaft geworden.
Die Übung im Schnitzen der sieben Figuren und die langsame Zeit, sagte er, zwangen ihn, mit den Händen weiter zu arbeiten. Holz gab es an den Bäumen noch genug, er schnitzte für sich selbst ein komplettes Schachspiel. Zuerst die Bauern, sagte er, weil er vor dem Krieg ein Bauer war und weil er nach Hause und wieder Bauer sein wollte.
Er hatte, als er mir das erzählte, längst ein ordentliches, aus dem Laden gekauftes Schachspiel. Mit dem selbstgeschnitzten, von dem inzwischen vier Figuren fehlten, durfte ich spielen. Von all seinen Figuren gefielen mir am besten die zwei Könige, der wachsweiße und der rotdunkle. Das Holz war mit der Zeit alt und dreckig geworden, grauweiß und dunkelbraun, wie sonnendürre und regennasse Erde. Alle Figuren waren rissig und wackelig, keine glich der anderen. Das beim Schnitzen frische Holz dorrte in jeder Figur, wie es wollte. Am schiefsten, vorne bauchig und hinten bucklig, regelrecht gebrechlich waren aber die Könige. Sie torkelten, weil auf dem Kopf die Krone schief und viel zu groß war. Jedes Jahr besuchte mein Großvater alle paar Wochen seine Schwester, die ins Nachbardorf geheiratet hatte. Und bei einem dieser Besuche traf er in diesem Dorf einen „seriösen" Schachpartner, wie er sagte. Seither fuhr er jeden Mittwoch mit dem Zug ins Nachbardorf zum Schachspielen. Oft durfte ich mitfahren. So wie in unserem Dorf nur Deutsche wohnten, wohnten im Nachbardorf nur Ungarn. Der Mann meiner Großtante war Ungar und Tischler. Und der seriöse Schachpartner war auch Ungar. Mein Großvater konnte im Schachspiel zwei Leidenschaften auf einmal ausleben, denn seine zweite Leidenschaft war ungarisch zu sprechen. Ich durfte mitfahren, damit ich, während er Schach spielt, ungarisch lerne.
Der Schwager des Großvaters, der Tischler, trug einen Kittel, der war aus Holzmehl, nur unter den Armen sah man braunen Stoff. Und er trug eine Baskenmütze aus Holzmehl, und Schläfen und Ohren aus Holzmehl und einen dicken Schnurrbart aus Holzmehl. Er machte Möbel, Fußböden, Türen, Fenster, Kinderwagen, die man mit Holzrollos schließen konnte, er machte kleine Gegenstände wie Kleiderbügel, Hackbretter, Kochlöffel und - er machte Särge.
Alle seine Tischlereiprodukte standen durcheinander, so wie es der Platz in der Werkstatt verlangte: ein fertiger Kinderwagen neben, über, unter oder sogar in einem fertigen Sarg. Das Holz zeigte mir dort in der Werkstatt alle Stationen zwischen dem Geborenwerden und Sterben auf. Die Lebenszeit lag da als Arme voller Kochlöffel, Hackbretter, Kleiderbügel. Zwischen Schränken, Nachtkästchen, Betten, Stühlen und Tischen sahen die Särge so gewöhnlich aus, wirklich Möbel für die Erde. Es duckte sich nichts, klarer als in Worten ausgesprochen, lagen Gegenstände da. Sie brauchten kein Gerede über Leben und Tod, sie waren das, was man zum Leben und zum Sterben braucht.
Für mich war der Tischler ein Alleskönner. In meinen Augen machte er die Welt. Mir wurde klar, sie ist nicht aus wandernden Himmeln und grasigem Maisfeld, sondern aus immergleichem Holz. Er konnte überall Holz hinstellen gegen die fliehenden Jahreszeiten, sowohl gegen die nackten als auch gegen die grasigen Jahreszeiten der Erde. Hier stand das Panoptikum der Sterbetage als glatt poliertes, kantiges Material. Eine Klarheit in gedeckten Farben von dreckigweiß über honiggelb bis zu dunkelbraun, Farben, die nicht mehr wanderten, sondern nur um einen Stich in sich selber dunkler wurden, statt als Landschaft zu flattern und sich zu vergeuden. Sie hatten eine stumme Beschaffenheit, eine ruhige Bestimmtheit. Sie ängstigten mich nicht, hielten beim Anfassen so still, daß ihre Ruhe sich in mir breit machte. Der Tischler hatte auch eine Nähmaschine, er nähte zu den Särgen auch Totenkissen. „Weißer Damast", sagte er, „gefüllt mit Hobelschatten, wie für einen König." Diese langen, aus dem Hobel fallenden Holzlocken hießen nicht „Holzspäne", sondern „Hobelschatten." Mir gefällt dieses Wort. Mir gefiel damals schon, daß nicht Laub, Stroh oder Sägemehl die Kissen der Toten füllten - nur der Schatten, der von den lebenden Baumkronen noch im Holz war und wieder heraus fiel, wenn man das Holz zerschnitt. Alexandru Vona schreibt in seinem Roman „Die vermauerten Fenster": „Wenn man die Wahrheit erfahren will, muß man diese Wörter herausfinden, die sich unter die anderen gemischt haben, die uns nichts angehen."
Hobelschatten ist für mich so ein Wort.
Die Hobelschatten knisterten und rochen bitter. Während mein Großvater auf der Veranda Schach spielte, machte ich mir in der Werkstatt aus den kurzen Hobelschatten Perücken. Und aus den langen Kringeln Gürtel, Rüschen und Schals. In einer großen Schachtel lagen goldene Buchstaben, sie rochen stechend scharf nach Lack. Aus ihnen stellte der Tischler die Namen der Toten zusammen und klebte sie auf den Sargdeckel. Ich machte mir daraus Ringe, Halsketten und Ohrgehänge. Heute würden mich die Hobelschatten und Buchstaben erschrecken. Aber damals hatte ich so viele Tote gesehen, die ich als Lebende gut kannte, ihre Stimmen und Gangarten. Ich wußte jahrelang was sie anziehen und essen, wie sie die Erde umgraben und wie sie tanzen. Eines Tages lagen sie dann im Sarg, waren dieselben, nur reglos und auf den letzten Besuch erpicht. Nur noch einmal wollten sie wichtig sein, in der geschnitzten Kutsche wie in einer fahrenden Veranda mit Musik durchs Dorf schaukeln. Gott hatte von ihnen sein Material zurück verlangt, die Gegend hatte sie mit der Jahreszeit mitgefressen. Ich dachte kaum an sie, wenn ich mich mit den goldenen Buchstaben behängte. Ich bewunderte den Tischleronkel, weil er dafür sorgte, daß die Toten Deckelbetten mit goldenem Namen und Damastkissen mit Hobelschatten kriegen, daß sie weggetragen werden. Manche Särge standen dicht und senkrecht an der Wand wie Zäune. Manche standen waagrecht mit Hobelschatten gefüllten auf dem Fußboden. Kein einziges Mal wurde, wenn ich zu Besuch war, ein Name aus goldenen Buchstaben geklebt, ein Kissen genäht und mit Hobelschatten gefüllt, ein Sarg verkauft. Mittags brachte die Frau des Tischlers das Essen, stellte es, damit der Topf länger warm bleibt, in die Hobelschatten eines Sargs.
In der Werkstatt Hobelschatten und weiße Damastkissen wie für einen König, und überm Schachbrett runzelte mein Großvater die Stirn und mahlte mit den Backenknochen. Mal war er, mal sein Partner schachmatt mit dem König. Und auf der kurzen Fahrt mit dem Spätzug nach Haus hatte der Himmel die stürzend grelle Abendfarbe, die mit sonst nichts zu vergleichen ist. Der Mond hing wie ein Hufeisen oder eine Aprikose, auf den Dächern fuhren Wetterhähne in die Gegenrichtung des Zugs und wie lauter Schachfiguren. Einige glichen dem König. Tags darauf trugen auch die Hühner im Gras Kronen, nicht Kämme. Ich mußte jede Woche mittwochs und samstags ein Huhn schlachten. Ich tat es wie jede andere Arbeit, sachkundig und gefühllos, wie Kartoffeln schälen oder Staub putzen, wie eine Arbeit, die man fürs ganze Leben gelernt hat. Es war Frauenarbeit. Kein Huhn quälen, kein Blut sehen können, das gab es nicht. Höchstens bei Männern, beim Rasieren. Und ganz selten bei Frauen, die - so hieß es - nichts taugten. Vielleicht hätte ich später nichts mehr getaugt, damals taugte ich.
Ich träumte nur irr durcheinandergebaute Sachen: Ich schneide das Huhn auf und sein Bauch ist eine Schatulle voller Schachfiguren, rote und blaue statt weiße und schwarze. Sie sind ganz trocken und hart, man hätte sie rasseln hören müssen als das Huhn noch durchs Gras lief. Ich hol die Schachfiguren aus dem Bauch und stell sie der Farbe nach in zwei Reihen. Es gibt nur einen König, er torkelt, verneigt sich. Er ist grün und wird, während er sich verneigt, rot. Ich halte ihn in der Hand und spür, wie sein Herz klopft. Er hat Angst und darum beiße ich hinein. Er ist innen gelb und weich, hat süßes Fleisch wie eine Aprikose, ich esse ihn.
Die Dinge hatten einzeln ihren König, aber die einzelnen Könige blinkten, wo sie auftraten, zu den anderen Königen. Die Könige verließen ihre Gegenstände nicht, doch sie kannten einander, trafen sich in meinem Kopf und gehörten dort zusammen. Sie waren ein verteilter König, der sich immer neues Material aussuchte, in dem es sich leben ließ: Der Holzkönig im Schachspiel, der Blechkönig im Wetterhahn, der Fleischkönig im Huhn. Das Material, aus dem die Gegenstände bestehen, erfuhr beim Hinsehen jene Zuspitzung, mit der im Kopf der Irrlauf beginnt. Das Gewöhnliche der Dinge platzte, ihr Material wurde zum Personal. Zwischen gleichen Dingen entstanden Hierarchien, und sie entstanden noch mehr zwischen mir und ihnen. Ich mußte mich den Vergleichen stellen, die ich aufgemacht hatte und konnte nur den Kürzeren ziehen. Verglichen mit Holz, Blech oder einem Federkleid eines Huhns ist Haut der vergänglichste Stoff. Ich war unausweichlich auf die manchmal gute, manchmal böse Macht des Königs angewiesen.

im Federhaus wohnt ein Hahn
im Blatthaus die Allee
ein Hase wohnt im Fellhaus
im Wasserhaus ein See
im Eckhaus die Patrouille
stößt einen vom Balkon dort
über den Holunder
dann war es wieder Selbstmord
im Papierhaus wohnt die Stellungnahme
im Haarknoten wohnt eine Dame

Dieser Text ist ein später Reflex auf den zusammengewürfelten König des Dorfs, und mit dem Eckhaus der Patrouille, dem Mord, der auf dem Papier in der Stellungnahme als Selbstmord gefälscht wird, ist längst der Stadtkönig am Werk. Er ist ein Staatskönig. Er schachert an der Schnittstelle von Leben und Sterben: wirft die ihm lästig Gewordenen heimlich aus dem Fenster, unter Züge oder Autos, von Flußbrücken, hängt sie an den Strick, vergiftet sie - inszeniert sein Töten als Selbstmord. Er läßt die Fliehenden an der Grenze von abgerichteten Bluthunden zerreißen, er läßt sie dort liegen, daß die Bauern später bei der Ernte Halbverweste in den Feldern finden. Er läßt die über die Donau Fliehenden mit Schiffen jagen und mit den Schiffsschrauben zermahlen. Fische und Möwen haben was zu Fressen. Man weiß es, kann aber, was täglich geschieht nie beweisen. Wo ein Mensch verschwand, blieb Stille, Angehörige und Freunde mit zu großen Augen. Der Stadtkönig läßt sich seine Schwächen nicht anmerken, wenn er torkelt, meint man er verneigt sich, aber er verneigt sich und tötet.
Der Dorfkönig „verneigte sich ein wenig", er torkelte, wie die Gegend torkelt. Man lebte in dieser Gegend, die sich selber fraß, bis sie einen mitfraß, bis man an sich selber starb. Erst der Stadtkönig lieferte den zweiten Teil des Satzes: „der König verneigt sich und tötet". Das Werkzeug des Stadtkönigs ist die Angst. Nicht im Kopf gebaute Dorfangst, sondern geplante, kalt verabreichte Angst, die die Nerven durchbeißt. Nach meiner Ankunft von den Fransen des Dorfs in die Stadt wurde der Asphalt ein Teppich, auf dem statt des Panoptikums der Sterbetage der staatlich geplante Tod um die Knöchel schlich: die Repression. In den ersten Jahren bekam ich sie überall zu sehen. Sie betraf Leute, die ich nicht persönlich kannte. Ich fürchtete sie nur im allgemeinen, lebte zu nah dran, um sie nicht zu sehen, aber zu weit weg davon, um zu kapieren, was sie anrichtet. Sie lief neben mir her, nie durch mich in dieser ersten Zeit. Ein heftiges Stück Mitleid für die, die sie grad getroffen hatte, dieses spontane Mitgefühl, das mich eine Weile packte und dann von selbst wieder wegging. Dieses Dastehen mit gekrümmten Fingern, sich mit den Nägeln in den Handteller drücken, daß es weh tut, die Lippen zusammen beißen beim Zuschauen wie jemand, den man nicht kennt, vor aller Augen verhaftet, geprügelt, getreten wird. Dann das Weitergehen mit trockenem Gaumen, heißem Hals und so stracksem Gang, als wären der Magen und die Beine mit fauler Luft aufgepumpt. Das flaue Schuldgefühl, nichts verhindern zu können, was andere trifft und das schäbige Glück spüren, daß die Strafe einen selbst nicht getroffen hat. Jeden der zuschaute, konnte sie treffen, außer dem Atmen war doch alles verboten, es gab überall, wo man hinsah, für jeden unzählige Gründe.
Erst in den nächsten Jahren hatte ich Freunde, die beschattet und regelmäßig verhört, deren Wohnungen durchsucht, deren Manuskripte beschlagnahmt, die vom Studium exmatrikuliert und die verhaftet wurden. Was ich bis dahin als beklemmende Atmosphäre spürte, wurde konkrete Angst. Die Freunde wurden gequält, ich wußte genau wo und wie. Ganze Tage sprachen wir darüber, zwischen Witz und Furcht, draufgängerisch und verstört suchten wir Auswege, die es aber nirgends gab, weil an Rückzieher vom eigenen Tun nicht zu denken war. Die Repressalien rückten mir ins Leben. Und ein paar Jahre später rückten sie mir auf die Haut - ich sollte in der Fabrik meine Kollegen bespitzeln und weigerte mich. Und alles, was ich von den Freunden über Verhöre, Hausdurchsuchungen, Todesdrohungen wußte, wiederholte sich an mir. Da war ich schon geübt im Grübeln darüber, wie wohl das nächste Verhör, der nächste Arbeitstag, die nächste Straßenecke ihre Fallen legen.
Der Vernehmer fragte beim Verhör verächtlich: „Was glaubst du, wer du bist." Es war gar keine Frage, umso mehr nutzte ich die Gelegenheit zu antworten: „Ich bin ein Mensch wie Sie." Das war auch nötig und mir wichtig, denn sein Gebaren gab sich so selbstherrlich, als hätte ers vergessen. In den turbulenten Abschnitten der Verhöre nannte er mich eine Scheiße, ein Dreck, ein Parasit, eine Hündin. Wenn er moderater war, eine Hure oder einen Feind. In den harmloseren Verhörspannen war ich seine Dienstzeitfüllung, dieser Lappen, den man zerknüllt, um Fleiß und Kompetenz zu zeigen. Oft trainierte er das Kaputtmachen an mir, weil sein Arbeitstag noch Stunden dauerte, um nicht allein im Büro zu sitzen, behielt er mich dort, käute alles ironisch oder zynisch wieder, was schon tausendmal wütend gesagt worden war. Ich mußte bleiben, damit ihm die Uhr nicht ins Leere tickt, damit er nicht auf sich selbst zurückfallen kann. Nach jeder Wut praktizierte er die Menschenjagd an mir, um nicht aus der Übung zu kommen, in der für ihn erholsamen, lässigen Art. Er hatte in allen Launen Routine. Die Kindheitsfrage: „Was ist mein Leben wert", wurde obsolet. So eine Frage darf nur von innen kommen. Wenn sie von außen gestellt wird, wird man widerspenstig. Schon aus Trotz fängt man an, sein Leben zu lieben. Jeder Tag bekommt einen Wert, man lernt, gerne zu leben. Man sagt sich in den Kopf, daß man lebendig ist. Gerade jetzt will man leben. Und das reicht, das ist mehr Lebenssinn, als man glaubt. Es ist geprüfter Lebenssinn, gültig wie das Atmen selbst. Auch diese, gegen alle äußeren Umstände innen wachsende Lebensgier ist ein König. Ein widerspenstiger König, ich kenne ihn gut. Deshalb habe ich ihn wörtlich nie erwähnt, seinen Namen bedeckt gehalten. Ich habe mir das „Herztier" für ihn ausgedacht, um ihn anzusprechen, ohne ihn aussprechen zu müssen. Erst viele Jahre später, als die Zeit von damals weit genug von mir weg war, bin ich von dem Wort Herztier zu dem eigentlichen Wort König gegangen:

und der König verneigt sich ein wenig
und die Nacht kommt gewöhnlich zu Fuß
und vom Dach der Fabrik in den Fluß
leuchten zwei Schuh
verkehrt und so früh neonbleich
und der eine tritt uns das Maul zu
und der andre tritt uns die Rippen weich
und am Morgen gelöscht die Schuhe aus Neon
der Holzapfel launig der Ahorn errötet
die Sterne am Himmel fahren wie Popcorn
und der König verneigt sich und tötet

Der Reim aus der Dorfsprache hat mich von Anfang an zum König gebracht: „allein - wenig - König" reimte ich schon im Tal bei den Kühen: „alleenig - wenig - Kenig." Der Reim und der Schachkönig des Großvaters.

Der König war von Kind an in meinem Kopf. Er steckte in den Dingen. Auch wenn ich nie ein Wort geschrieben hätte, wäre er dagewesen, um die neu hinzugekommenen Komplikationen der Tage in den Griff zu bekommen, durch eine, wenn auch böswillig, so doch gut bekannte leitmotivische Gestalt. Es war, wo sich der König präsentierte, keine Schonung zu erwarten. Aber dennoch sortierte er das Leben, kam dem Durcheinander, wenn es dem Sagbaren davonlief, ohne Worte bei. Der König war immer schon ein gelebtes Wort, mit dem Reden war ihm nicht beizukommen. Ich habe mit dem König viel Zeit verbracht, und in der Zeit war nebenbei oder hauptsächlich Angst.
Der König ist mir zuerst vom Dorf in die Stadt, dann aus Rumänien nach Deutschland gefolgt, als Widerschein der für mich nie zu klärenden Dinge. Er hat das Ausmaß der Dinge personalisiert, wenn im Irrlauf des Kopfs kein Wort mehr taugt, dann sage ich bis heute: Aha, jetzt kommt der König.
Der Vernehmer sagte mir bei jedem Verhör, wenn er mich seiner Ansicht nach schachmatt gesetzt hatte, triumphierend den Satz: „Siehst du, die Dinge verbinden sich." Er hatte ahnungslos recht, er wußte nicht, welche und wie viele Dinge sich in meinem Kopf gegen ihn verbinden. Schon daß er an einem großen, polierten Schreibtisch saß, und ich an einem kleinen Tisch aus schlecht gehobeltem, dreckigem Holz. „Siehst du," ja ich sah eine Tischplatte mit vielen Kerben, von den Verhören anderer Leute, von denen man nichts wußte, nicht einmal, ob sie noch leben. Der Vernehmer, da ich ihn stundenlang ansehen mußte, wurde während jedes Verhörs zum König. Für seine Glatze hätte es des Kompaniefriseurs meines Großvaters bedurft. Auch für seine Waden, die zwischen dem Hosensaum und Sockenrand ohne ein Haar, abstoßend weiß glänzten. Ja, die Dinge verbanden sich in seinem Kopf zu meinem Nachteil. Aber in meinem Kopf verbanden sich ganz andere Dinge: wie in den Schachfiguren ein König stand, der sich verneigte, stand im Vernehmer ein König, der tötet. Es war eines der ersten Verhöre und Sommer und Nachmittag und die Hobelschatten kamen ins Spiel. Das Fensterglas schimmerte gewellt in der Sonne. Auf den Fußboden fielen weiß gekringelte Lichtstreifen und krochen dem Vernehmer an den Hosenbeinen hoch, wenn er sie durchquerte. Ich wünschte mir, daß er stolpert, daß sie ihm in die Schuhe kriechen und durch die Fußsohlen töten.
Und ein paar Wochen später kam der König nicht nur in sein fehlendes Haar, sondern auch in mein vorhandenes. Zwischen unseren Tischen lagen wieder die Sonnenkringel auf dem Boden, hell geschlängelt, länger als sonst, sie krochen regelrecht hin und her, weil draußen viel Wind ging. Der Vernehmer ging auf und ab, er war nervös, die Hobelschatten so unruhig, daß er immer hinsehen mußte. Zwischen meiner wirklichen, aber reglosen Anwesenheit und den nur als Widerschein vorhandenen, wie närrisch hüpfenden Hobelschatten verlor er die Selbstbeherrschung. Er kam im Auf- und Abgehen schreiend an meinen Tisch. Ich rechnete mit Ohrfeigen. Er hob die Hand, dann aber nahm er mir ein Haar von der Schulter, wollte es mit zwei spitzen Fingern auf den Boden fallenlassen. Ich weiß nicht warum ich plötzlich sagte: „Bitte legen Sie das Haar zurück, es gehört mir." Er griff mir extra langsam, sein Arm war wie durch eine Zeitlupe gelähmt, wieder auf die Schulter, er schüttelte den Kopf ging durch die Lichtkringel zum Fenster, er sah in den Baum und fing an schallend zu lachen. Erst als er lachte, sah ich aus dem Augenwinkel auf meine Schulter. Er hatte das Haar wirklich und genauso, wie es vorher dalag, zurückgelegt. Diesmal half ihm kein Königslachen, er war auf die Haarepisode nicht vorbereitet. Er hatte sich zu weit aus dem Sattel geschwungen, er war blamiert. Und ich empfand eine so dumme Genugtuung, als hätte ich ihn ab nun, alle Tage in der Hand. Sein Zerstörungstraining funktionierte nur in der Routine, er mußte also den Fahrplan einhalten. Improvisieren war auch für ihn ein Risiko. Kein wirkliches, ein von mir phantasiertes, aber in meiner dummen Rechnung zählte es.

Noch zwei wichtige Sachen haben mit dem König zu tun:
Die Haare meines Großvaters gingen nie mehr aus. Er nahm sie dicht und weiß mit in den Sarg.
Trotz aller Mühe, die mein Großvater sich mit mir gab, ich lernte nie Schachspielen. Er zweifelte an meinem Verstand und ich ließ es dabei bewenden. Ich sagte ihm nie, wie sehr ich den König fürchtete und mochte. Ich glaube man sagt dazu: Ich hatte den Kopf nicht frei.

 

 

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