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BREVE PERORAZIONE IN FAVORE DELL’UNICA VERITA' BUONA PER QUESTA NOTTE - CANZONCINA

Inedito

16 GIUGNO SFIDE - Vita e potere: le verità scomode

Legge: Maurizio Maggiani

Breve perorazione in favore dell'unica verità buona per questa notte.
Canzoncina a suffragio del casto vivere del romanziere.


Ecco, guardate quest'uomo.
Prendete in considerazione il tizio che è arrivato caracollando sulle sue buffe scarpe, arrancando fin quassù spargendo sospetto di zoppità. Constatate come si è posto al vostro cospetto un po' sghembo nella persona, un po' fuori misura nel vestire, un po' fuori luogo nell'accento. L'accento della sua voce e il tono. Considerate quanta fiduciosa speranza quest'uomo riversi nella sua voce; come se le parole, il loro stesso suono, avessero la proprietà di raddrizzarlo e comporlo. Osservate come, usando la voce come uno scandaglio sonar, egli vi stia osservando. Non ha abbastanza occhi per guardare così lontano e a fondo; dipendesse solo dagli occhi che ha, per lui non ci sarebbe più un granché da vedere nel vasto mondo. Ma ora parla e sembra che veda ogni cosa; e nel vedere, capisca.
Ecco, sappiate che non c'è nessuna verità in lui, e se anche ve l'andaste a cercare, tutta quella che potreste trovare è nella strada che l'ha portato fin qui. In effetti egli non è qui in nome della verità. Vorrebbe poter dire che è qui in nome della vita, ma egli non ha nessun potere sulla vita, se non quello, insignificante e del tutto privo di effetti collaterali, di cercarla dov'è. Ma questa potestà è di nessun peso, se non nella pressione che esercita l'ascoltare, il toccare, il vedere e annusare e deglutire di quest'uomo. Leggerissima pressione su tutto ciò che incontra. Voglio sperare che voi stessi non avvertirete alcun fastidio dal fatto che quest'uomo è qui, e, parlandovi, vi stia toccando e ascoltando e annusando. Voi state facendo la stessa cosa con lui; poi vi verrà in mente.

Intanto tra noi è possibile che ci sia della leggerezza. Ho fatto molta strada per arrivare fin qui, ho valicato orizzonti di cui non mi aveva avvisato nessuno, mi sono consumato i piedi e un bel po' di cuore, e sento una certa stanchezza. La leggerezza tra me e voi mi ripagherà. E so che ognuno di voi ha fatto la sua strada, che tutti, tranne forse qualche bambino se c'è, avete piedi e cuore consumati. Dio voglia che io possa ripagarvi.

Per fortuna che non c'è verità qui, non ne ho portata. Ora la verità sarebbe il peso insostenibile del mio potere su di voi; se ne avete con voi, se quello che pensate è di sbattermela in faccia, lo sarebbe del vostro su di me. La verità è dittatura, la verità cerca schiavitù. La verità in comodato gratuito agli intelligentoni, ai mascalzoni, la verità dei sapientoni, la verità dei sagaci ladri di verità.Troppe volte i proprietari di verità mi hanno costretto alla loro verità, troppo spesso hanno cercato di farmela ingoiare come fosse una medicina, o un veleno, perché io possa dimenticare quanto sia fetente il suo potere sulla mia vita. Da tempo ormai diffido della parola stessa. È una parola che cerco di tenermi da conto per quelle due o tre volte l'anno in cui, in franca e libera coscienza, sento che è necessario usarla. E allora quella parola mi cresce dentro con tre, quattro à alla sua fine; come la diceva Zavattini, e come la scriveva. Poveraccio, che nessuno sa nemmeno più chi è stato. La veritààààà.

Tutto ciò che ho portato è la mia voce, e quel po' di vita che sa ricordare.
La mia voce è memoria della vita, e allora nella memoria c'è l'unica verità che mi consento.
La memoria non si impone, la memoria non è mai una; la memoria è di tutti, ciascuna per ciascuno, e non la si può ficcare a forza nel cuore di nessuno. La memoria non fa che divenire, e crescere come cresce la pasta che lievita. Della memoria si può solo fare racconto, e in questo modo, volendo, spartirla tra noi.
Romanzo.
Spartendola nel nostro romanzare, prendiamo ad avere confidenza, ed allora c'è passione per la vita degli altri e per la nostra stessa vita. E in questa passione non c'è alcun potere da esercitare, nessuna disciplina da ristabilire, nessun dominio del mio sul tuo. La voce dei racconti è invisibile al potere, e si svolge così lontano, che, con tutta la strada che potrà mai fare, non gli arriverà mai abbastanza vicina da sentirne l'odore. E almeno questa notte, qui, non c'è ad affliggerci nessun potere, a tormentarci nessuna scomodità. Tranne quella delle mie buffe scarpe a gondola: la verità della mia zoppità e del suo stupido rimedio.

Questo ora vi voglio dire; che c'è castità nella vita e chiarore nella sua memoria. Luminosa innocenza.
La vita è casta nella meraviglia del suo dispiegarsi, nella vastità delle sue mancate intenzioni, nel fiorire del suo corpo, nel prosperare delle sue anime. Casta proprio come è stato detto, come colomba, e candida per la somma di tutti i suoi colori, la vita è compiersi di questo andare per il mondo degli umani che germinano cose, procreano vita ulteriore, solo fecondi di ciò che sono.
Portare memoria e dare voce di quanto è stato visto e toccato e ascoltato e odorato della vita, è gesto casto come la vita stessa. Perché in tutto ciò non c'è alcuna malizia, nessuna menzogna o omissione, ma solo aderente convinzione, dignità dell'accettazione. No, non c'è malizia alcuna nella vita, non ce n'è nella sua voce. Candore del romanzare.
La malizia è nel potere che esercitano gli uomini sulla vita degli altri uomini, e nelle grida dei banditori all'asta della decenza. Il grigio potere sull'intero universo conosciuto degli astuti venditori di schiavitù. E questo voglio dirvi; che se quest'uomo ha una qualche giustificazione per il suo stare in vita a dispetto delle sue dispendiose zoppitudini, questa risiede unicamente nel suo essersi fatto romanziere, portando memoria come si porta un figlio sulle spalle, voce della vita che ha incontrato. E l'unica nobiltà che può esibire, lui che non sa edificare una casa che possa reggersi sui suoi muri, non sa partorire un pane che possa essere mangiato con gioia, non sa generare neppure un semplice gesto di eleganza, l'unico suo quarto di nobiltà risiede in ciò che ha imparato circa la castità nel fare il suo mestiere.
E ripeto sena vergogna: casto romanziere. E so di pronunciare una parola di cui non è facile rendere conto, un incomodo aggettivo che dovrei usare con grande discrezione e riservare solo per le irrinunciabili occasioni; non foss'altro per preservarlo da quest'epoca, per proteggerlo dal vituperio nel tempo che non tollera distrazioni dalla malizia e perverte in servitù ogni cosa, compresa ogni parola, corrompendola nel suo intimo senso, nella sua soggiacente ragione.

Ora io voglio dirvi che c'è leggerezza in questo, e persino dolcezza. Perché il peso del figlio che mi porto sulle spalle è un conforto, perché la voce che sgorga da questo mio figlio mi compie e mi concede fortuna, mi acquieta e mi da pace. E fa di me uomo di orgoglio: ho la mia canzone per voi, ho una voce adatta a dispiegarla. Ho una ragione per camminare nel mondo e incontrare uomini, e chiedere loro di fermarsi un momento ad ascoltare. E spartire con me, con il casto romanziere, memorie delle vite.
E vi dico anche che la leggerezza che viene con me mi porta ovunque, e ovunque mi lascia abitare, e questo è stato imparato con grande fatica. La leggerezza, e persino la dolcezza, poggiano sul mio piede zoppo.
State a sentire. Per arrivare fin qui, così come sono, sono partito nel 1985, alla fine dell'estate, dal letto dove mi avevano sistemato alla bell'e meglio, e non avevo allora che un traguardo e un'ostinata ambizione: arrivare prima o poi con le mie gambe fino al cesso. Perché non avevo più gambe, non che potessi farne qualcosa di buono come adempiere alla mia elementare umanità. Mai immaginata prima di allora un'impresa così ambiziosa, mai pensato di impegnarmi in un orizzonte così vasto. Ho viaggiato per tre anni, sono arrivato nell'ottobre del 1988. Erano diciassette passi, ed è stato estenuante ma definitivo: si inizia un solo vero viaggio in una vita, si prende una sola volta la strada con l'intenzione di andare fin dove è impossibile vedere.
E quando si prende la strada non si torna mai più, né risulta ragionevole fermarsi, ma solo sostare. Attraverso i diciassette mondi di quei passi ho transitato per paesaggi stupendi e conturbanti, e ogni passo è stato un incrocio a cui mi sono fermato a prendere fiato, il punto adatto per considerarne le vastità. Molte volte sono stato tentato di tornarmene indietro, finché non ho preso atto che alle mie spalle non c'era altro che un letto. E molte volte ho considerato che restare lì, sull'orlo del mio quinto, sesto, decimo passo, sarebbe stato un bene, un modesto e sicuro risultato di cui non pentirsi, finché non ho visto con i miei occhi che il muro a cui stavo poggiato non tollerava lunghe soste e si andava sfaldando come fosse fatto di rena appena appena bagnata.
E ho imparato. Ho imparato che in un viaggio così impegnativo l'unico bagaglio utile è ciò che raccogli per strada, l'unico peso tollerabile è il lievitare della memoria, il vivido ricordo di tutti gli incroci; gli incontri agli incroci.

Avrei potuto dire alla fine di aver visto tutto l'immaginabile lungo quei tre anni, sennonché chi si mette per strada impara presto che è sempre solo un assaggio. L'immaginabile cresce con la memoria, senza sosta. E più il passo è lento e incerto, più facile è raccogliere il recondito della vita, più proficuo il conservarlo in luogo sicuro, più consono l'apprenderne il suo intrinseco romanzare.
Per questa ragione amo la mia zoppità, e le sono grato. È lei che mi ricorda da dove sono partito, e quando, e perché. È sostenendomi su di lei che ho cominciato il cammino che mi ha portato qui, questa notte, carico solo di casta memoria, privo di inutili pesi, certo solo di un'unica modesta verità: la strada fin qui è stata una benedizione della vita. E la mia voce leggero sfiorarsi tra noi.
E da qui non vedo altra sfida che valga la pena.

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