Loghi Istituzionali Comune di Roma Ministeri per i Beni e le Attività Culturali Casa delle Letterature

POTERE, SCRITTURA, VITA

Inedito

16 GIUGNO SFIDE - Vita e potere: le verità scomode

Legge: Giacomo Marramao

Che cos'è il potere? Che cosa è diventato oggi nel timeless time in cui ci accade di vivere? in questo eterno presente della fretta e dei piaceri sincopati? in questa ripetizione coattiva della ricerca del godimento, che ha risucchiato in sé, come le sabbie mobili, ogni parvenza di futuro? La nostra condizione di esistenza nel mondo globalizzato appare dominata da una megamacchina senza mete e senza logica che, ignara delle ragioni del vivente e priva di un progetto per il futuro, procede a ritmi sempre più accelerati sotto la spinta del profitto e del successo a breve termine. Ma è possibile individuare un limite, una soglia, una linea di resistenza in grado di spezzare il circolo vizioso di potere e sopravvivenza, facendoci uscire dalla sindrome del futuro passato e delle "passioni tristi"?
Perché ciò accada, è necessario che scrittori e filosofi si trasformino in cartografi e geografi dell'esistenza, in meteorologi capaci di cogliere e decifrare i "segni dei tempi", in diagnosti in grado di spostare il fuoco dell'attenzione dalle strutture ai soggetti. Qualcosa del genere era riuscito a Elias Canetti, soprattutto in opere quali Masse und Macht (Massa e potere) o Die Provinz des Menschens (La provincia dell'uomo), dove ci imbattiamo in pensieri di straordinaria e luminosa preveggenza, come ad esempio quello contenuto in questo aforisma del 1943: "Il successo è tutto; e il successo è ovunque uguale. Soltanto una cosa è cambiata: il numero crescente degli uomini ha portato a masse crescenti. Ciò che si scarica in qualche parte della terra, si scarica ovunque; la distruzione non ha più confini. I potenti, invece, che continuano a porsi i loro vecchi scopi, vivono ancora nel loro vecchio mondo limitato. Sono loro i veri provinciali, i paesani del nostro tempo; nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri: lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancor più realistici". Ma una mappatura altrettanto spietata delle nuove forme di dominio, a partire dalle "bassure" della vita quotidiana, la troviamo oggi nell'opera di Herta Müller: dove il Potere sembra essersi trasformato, da canettiano "recipiente della massa", in sistema paranoico di controllo capillare e indifferenziato, in cui ognuno finisce per diventare un potenziale eversore dell'ordine.
"Eppure siamo ancora giovani". La nota malinconica risuona nel penultimo racconto della raccolta Niederungen, "Il parco nero": il solo che - sigillato da una dedica al compagno ("Per Richard") - rompa la scabra, rigorosa economia della descrizione del quotidiano, per dar voce a una larvata protesta e aprire una finestra sul mondo. Che fare se, di qualunque cosa si parli, si parla sempre di sconfitta? Che senso ha, se non si trova di meglio che annegare la paura in un bicchiere di vino? "Eppure siamo ancora giovani. E un altro dittatore è caduto, e la mafia ne ha ucciso un altro, e un terrorista sta morendo in Italia. Non puoi bere, ragazza, contro la tua paura. Sorseggi questo bicchiere come tutte le donne che non hanno una vita, che non vanno a genio. Neanche a se stesse. Ti andrà ancora male, ragazza, dicono i tuoi amici. È vuoto nei tuoi occhi. È vuoto e stantio, il tuo sentimento. È un peccato per te, ragazza, è un peccato".
Non era ancora trentenne l'autrice di Bassure, quando questa sua "opera prima" (1982) apparve nella Romania di Ceausescu con i tagli della censura (per essere ripubblicata due anni dopo in Germania in versione integrale). Chiunque si fosse allora sorpreso della durezza di quel provvedimento per un libro in apparenza "impolitico", privo di punte critiche esplicite nei confronti del regime e descrittivamente naïf, si era rivelato ingenuo egli stesso e incapace di cogliere la carica di denuncia e la potenza eversiva che può sprigionarsi da una semplice e disincantata descrizione dello stato di cose esistente. Soprattutto quando una tale descrizione proviene da uno sguardo femminile attento ai dettagli della vita quotidiana.
L'esistente, diceva Theodor Adorno, è sempre negativo come totalità. E in ogni totalità - grande o piccola - che si imponga tramite la logica dell'identità e dell'autoaffermazione, il potere tende inevitabilmente ad assumere i connotati dell'Orrore. Per questa semplice ma decisiva ragione, la ricostruzione letteraria degli orrori del regime repressivo rumeno non può risparmiare, per Herta Müller, la "piccola patria" di Niţchidorf: il piccolo villaggio del Banato svevo in cui si radicano le riconosciute peculiarità della sua lingua. Alle spalle di un'infanzia che si descrive "muta", c'è il risentimento illividito di un gruppo sconfitto: tedeschi usciti a pezzi dal disastro nazista (come il padre, arruolato nelle SS) e piccoli e medi contadini espropriati dal regime nazionalcomunista. Fin dentro le famiglie, i sentimenti congiunti della perdita e della paura irrigidiscono l'attaccamento alla radice tedesca nelle sue componenti più tradizionali: disciplina e devozione, obbedienza e ordine. Il villaggio nativo continua a vivere nella testa di Herta anche nel corso dei suoi studi universitari di germanistica e romanistica a Timişoara: una memoria al tempo stesso urgente e indicibile, come tutti i ricordi infantili che non sono transitati negli scambi di una lingua realmente condivisa. Solo alla scrittura riesce il miracolo di dare finalmente parola all'infanzia muta di Herta. Si tratta, però, di un margine ristretto, pericolosamente minimo, volto a riscattare il teorema d'impossibilità della parola che verrà enunciato a chiare note nel 1994, all'inizio e alla fine del romanzo Herztier (pubblicato in italiano con il titolo Il paese delle prugne verdi): "Se stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, [...] se parliamo, diventiamo ridicoli". Per sfuggire all'interdetto, i suoi testi prendono la forma di soliloqui in cui la finzione letteraria diviene la dimensione deputata ad ospitare il degrado come unica forma di vita sperimentabile nel tempo della miseria e della derelizione.
Solo dalla prospettiva della "bassura", del "bassopiano", è possibile visualizzare lo statuto paradossale della normalità: la cifra sinistra e straniante che le relazioni quotidiane assumono nel gretto microcosmo della provincia e nell'orrido macrocosmo della sorveglianza totalitaria. In entrambi i casi, il ritaglio delle parole scaturisce dalle esperienze primarie della paura e dell'estraneazione. In entrambi i casi, occorre dar conto di ciò che "resta" della soggettività individuale e delle relazioni di amicizia e affidamento che soli sono in grado di sostenerla. Risiede qui, in questo registro poetico-finzionale, l'autentico fattore di resistenza al potere che l'opera di Herta Müller pone in essere. Il tentativo di verbalizzare antiche percezioni vibranti di verità soggettiva rappresenta così il tratto saliente dei suoi testi. Si tratta, tuttavia, sempre di una "percezione inventata". Cifra di questa percezione è una sensualità affidata per intero alla potenza figurale delle parole: una sorta di collisione tra "percetti" del mondo esterno e "immagini" del mondo interno, attraverso cui l'Io non solo si rispecchia nel mondo entrando in conflitto con esso, ma si sdoppia riflettendosi conflittualmente nell'immagine del suo Doppelgänger.
Di qui l'atmosfera surreale che promana dalle descrizioni, realistiche fino al dettaglio, dai testi raccolti in Bassure: racconti, secondo il lungimirante giudizio formulato a suo tempo da Claudio Magris, "semplici e difficili come lo scorrere degli anni". L'accostamento dei due termini sta a segnalare la logica paradossale di una quotidianità in cui lo "scorrere" non dà luogo ad alcun cambiamento, ma solo alla monotona ripetizione dell'identico. Discende da qui lo stigma funerario che pervade la scrittura di Niederungen: il cui primo racconto è appunto dedicato a L'orazione funebre. Ma anche il moto di sotterranea ribellione che l'attraversa. La crudezza priva di autoindulgenza con la quale la Müller rappresenta i riti, le abitudini, i codici relazionali della propria comunità di origine ha suggerito a molti un parallelo con il trattamento non meno disincantato che un altro grande scrittore come Thomas Bernhard aveva riservato all'ambiente della provincia di Salisburgo. Il fremder Blick, lo sguardo estraneo e straniante con cui Herta si rivolge tanto al regime rumeno quanto alla comunità del Banato potrebbe a questo punto indurre a riportare la sua opera sotto la rubrica della Heimatlosigkeit: di un'assenza-di-patria propria di quegli scrittori che, sia pure in una condizione di esilio interno o esterno, ritrovano e custodiscono la loro vera patria nella propria lingua materna. In realtà le cose non sono così semplici. Vero è che la Müller adotta come suo motto la frase di Jorge Semprun "Patria sono le parole dette" (Heimat ist das, was gesprochen wird). Ma l'adozione di questa formula, lungi dall'avallare l'equazione lingua=patria, intende problematizzare radicalmente il luogo comune per cui la patria è la lingua con cui si parla e in cui si scrive. L'affermazione implica al contrario che ci si può sentire a casa solo là dove si ha la libertà di dire tutto ciò che si vuole dire. Il carattere non descrittivo ma performativo della frase spiega pertanto il sentimento di estraneità e di "apolitìa" che la Müller avverte in qualunque situazione si dia un interdetto esplicito o un indiretto condizionamento (politico o socioculturale) all'espressione del proprio pensiero e delle proprie potenzialità creative. Un sentimento che ha continuato ad avvertire anche dopo il 1987, dopo la fuga in Germania: "Estraneo", ha scritto nel 2003, "non è per me il contrario di conosciuto, ma il contrario di familiare" . A partire da questo momento la funzione testimoniale della scrittura, già presente in Niederungen, viene affidata alla pratica dell'"autofinzione" (Autofiktion).
L'assegnazione al momento "finzionale" della scrittura di una rilevanza maggiore dell'autenticità delle storie narrate significa per la Müller, ormai approdata in Germania, varcare la soglia di un ulteriore disincanto. Il riprodursi del sentimento di estraneità anche nel nuovo paese in cui si era rifugiata, in quella Germania in cui si parla e si scrive la "sua" lingua, la pone al cospetto di una maturità repentina e precoce: come se anni-luce fossero intercorsi dal tempo vissuto in Romania, ma - ad onta del mutato scenario sociopolitico - senza cambiamenti sostanziali del proprio rapporto con l'ordine dell'esistente. All'esclamazione di Bassure "Eppure siamo ancora giovani", fa ora beffardamente riscontro la frase di Cesare Pavese posta in esergo a Reisende auf einem Beim (In viaggio su una gamba sola), il primo romanzo composto nell'esilio berlinese: "Ma io non ero più giovane". Nel transito da una condizione segnata dall'esperienza della paura, sotto un regime fondato sulla sorveglianza e sulla minaccia, alla nuova situazione di un paese in procinto di unificarsi sotto un ordine liberaldemocratico, Herta vede persistere il proprio sentimento di disappartenenza, sradicamento e spaesamento indotto dall'assenza di patria. Il suo "sguardo estraneo" si è ora duplicato. Herta è straniera due volte: straniera nella patria d'origine che si è lasciata alle spalle, straniera nell'esilio. Il Leitmotiv del vuoto identitario, che già percorre i racconti di Bassure, si accentua con la lucida consapevolezza di trovarsi in una perenne condizione di outsider. La tensione tra estraniamento e ricerca dell'identità conferisce a tutte le sue opere successive una tonalità oscillante tra melanconica apatìa e angoscia, ribellione impotente e rassegnazione. La figura dominante di un'identità sempre in transito conferisce alla sua scrittura il carattere di una narrativa di viaggio distopica, che scorge nel potere, nei suoi meccanismi di inclusione/esclusione, la fonte perenne di ogni disappartenenza e disaffiliazione. Nessun cambiamento della vita può aver luogo, se l'esistenza si trova immersa nel potere e irretita dalle sue logiche (terroristiche o flessibili). Lo stato di privazione quasi-metafisico in cui versano gli individui non dipende dalla natura: non ha nulla a che fare con la presunta miseria della condition humaine. Discende piuttosto dalle logiche di spossessamento, dislocamento e destituzione dell'identità indotte dal potere. La costrizione del sorvegliato, al pari della spoliazione del prigioniero, è uno stato prodotto attivamente, reiterato e monitorato da un ordine delle cose, a seconda dei casi, elementare o sofisticato - ma sempre e comunque violento. Sottomessa a una tale logica restrittiva, l'identità dei singoli si proietta in un "fuori" perenne, secondo un teorema d'impossibilità che esclude a priori ogni possibile appaesamento in un "dentro": in una patria o dimora stabile.
L'interno della patria diviene così un esterno interiorizzato, in cui i senzapatria, gli apolidi, appaiono come umani spettrali deprivati di libertà e di peso ontologico. Il carattere onnipervasivo che viene ad assumere la sorveglianza negli stessi sistemi "democratici" contemporanei, l'idea di essere costantemente osservati e classificati, induce nei soggetti uno sdoppiamento, dando luogo a fenomeni ossessivi (tendenzialmente patologici) di auto-osservazione. Io non sono cresciuta, ha detto una volta Herta Müller, ma "sono stata cresciuta". Come dire: noi non viviamo, ma una potenza estranea ci sta vivendo. E continua a sorvegliarci anche quando pensiamo di essere fuggiti verso la libertà. La sorveglianza del potere non risparmia neppure le parole. Talvolta si fa in noi acuta la sensazione di essere osservati, o addirittura spiati, dalle stesse parole che pensiamo di adoperare, che riteniamo di aver scelto liberamente. E che invece ci hanno scelto, improntando e classificando le nostre identità. Vi è un nascondiglio nelle parole, ha dichiarato di recente la Müller: un nascondiglio in cui è sempre in agguato una spia del potere. E, nel dire questo, pensava a un lemma preciso: Lager.
Parola-chiave del potere che attraversa l'intera esperienza della sua scrittura e che rivela come la traiettoria del suo viaggio sia in realtà un moto circolare di ritorno a un'immagine rovesciata di Itaca: intesa come distopia dell'anti-patria. Nel suo ultimo romanzo Atemschaukel (Altalena del respiro), ci troviamo al cospetto dell'eterno ritorno di un Orrore destinato a segnare in modo indelebile l'esistenza del giovane rumeno-tedesco Leo Auberg, deportato nel 1945 (e internato per cinque anni) in un Lager sovietico.
Tale ritorno sta appunto a dimostrare quanto sia ancora influente la Urszene, la scena primaria del Banato svevo, dalle cui "bassure" ha avuto inizio il viaggio di Herta Müller. Partendo da un non-luogo, la sua scrittura-testimonianza ha finito per parlarci del non-tempo sospeso di una donna che non sa più - come il personaggio di Irene nel finale di In viaggio su una gamba sola - se la sua condizione sia quella di viaggiatrice con le scarpe sottili o di abitante con la valigia. Ma la cifra della provvisorietà e dell'ambivalenza non segna forse la condizione di universale sradicamento in cui ci troviamo tutti, in questa travagliata fase di passaggio dalla chiusura dello stato di cose presente a un futuro che ancora tarda a profilarsi?
In un'Europa che nei movimenti del suo sottosuolo sembra oggi rinverdire la frusta retorica delle radici, la scrittura di una donna mitteleuropea insignita del Premio Nobel sta a segnalarci che l'identità è sempre una formula insatura: un viaggio della libertà e della ricerca incessante. E che la prima differenza da promuovere e salvaguardare - da qualsivoglia forma di potere - è quella della singolarità.

partners Mercedes-Benz Roma Zetema BNL Unicredit Banca di Roma Monte dei Paschi di Siena