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LA PASSIONE SECONDO TERESA D'AVILA

Inedito

22 GIUGNO IMMAGINE - Vite trasparenti: estasi del quotidiano

Legge: Julia Kristeva

Vorrei innanzitutto ringraziare il Festival delle Letterature di Massenzio, l'editore Donzelli e tutti voi per questo invito e per l'attenzione che vorrete prestare a Teresa d'Ávila.
Mi pare di sentire la vostra domanda, persino il vostro stupore: perché parlare dell'estasi di una santa? E che tipo di amore porta Kristeva verso quella donna?

Non posso certo riassumervi un libro di oltre 700 pagine, nel quale una donna che mi rappresenta (Sylvia Leclerc, psicanalista, psicoterapeuta e critica letteraria) in un momento critico della propria vita si avvicina all'opera della mistica spagnola, e si appassiona alla sua esperienza in modo così viscerale da decidere di scrivere un «romanzo totale» sulla santa. Che cos'è un «romanzo totale»? Sylvia Leclerc, alias Julia Kristeva, racconta la vita della santa, cita a profusione gli scritti di quella donna straordinaria - Teresa era infatti una notevole e prolifica scrittrice - intrecciandoli con le proprie passioni di donna del XXI secolo, la sua cultura di psicoanalista freudiana e postfreudiana.
Come spiegare questo strano incontro fra una santa e una strizzacervelli? Non vi dirò tutto. Vi ricorderò soltanto che oggi è impossibile vivere senza accorgersi che gli scontri tra religioni non sono estranei alle crisi economiche che incombono sulla nostra quotidianità e minacciano la pace nel mondo. Vi confesso che faccio parte di quei (rari?) scrittori e intellettuali europei convinti che esista una cultura europea di cui non andiamo abbastanza fieri. Io sono profondamente persuasa che solo a partire da una migliore appropriazione critica della pluralità delle sue culture la nostra Europa potrà ricoprire un ruolo decisivo nei diversi conflitti che si affastellano all'orizzonte. Si tratta, esattamente, di una «trasvalutazione» (per usare un termine nietzschano) dei valori ebraici, cristiani, ma anche mussulmani e di quelli della secolarizzazione.
Sì, il filo della tradizione è stato reciso, ci avvertono Tocqueville e Hannah Arendt, e avete dinnanzi a voi una donna che si considera atea: non a caso la mia eroina finisce il suo racconto su Teresa con una lettera rivolta a Denis Diderot che, al suo tempo, fustigava gli abusi della religione, in particolare nella Religiosa, il celebre romanzo incompiuto. Ma Diderot, ex canonico e scrittore-filosofo dei Lumi, si rammaricava di non riuscire a finire la sua storia, perché, liberata dagli abusi della vita monastica, la sua religiosa viene gettata in una vita priva di senso. Ho la pretesa di credere che la psicanalisi freudiana, che interroga i miti e la storia delle religioni, e al tempo stesso spalanca le porte della vita interiore degli uomini moderni, sia la strada maestra per trasvalutare, per l'appunto, quella tradizione che ci precede e con la quale noi, non credenti, abbiamo tagliato il filo. Noi, non credenti. Ma anche noi, credenti molto spesso ridotti a «elementi delle religioni» (come si dice degli «elementi del linguaggio») e dimenticando la complessità dell'esperienza. La trasvalutazione che la psicoanalisi ricerca non è affatto una cosa astratta, esteriore, dotta, accademica. Essa impiega la memoria affettiva del singolo, il bisogno di credere e il desiderio di sapere, vale a dire l'intimità di ciascuno, di ciascuna di noi. E mentre la psicanalisi invita coloro che si affidano a lei a raccontare la loro memoria ritrovata nel chiuso dello studio dello psicanalista, la letteratura, e in particolare il romanzo praticano questa cultura del tempo ritrovato sulla pubblica piazza. Proprio come stasera.
È stato dunque con grande piacere che ho accettato la proposta di scrivere un «libro psicanalitico» su Teresa d'Ávila, di cui conoscevo soltanto la statua di Bernini custodita nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, e il seminario di Lacan sul «godimento femminile», dal suggestivo titolo Ancora. Il godimento femminile sarebbe dunque insaziabile? Ancora e ancora... Perché? Perché non si limita agli organi sessuali, ma infiamma tutti i sensi e trasporta il corpo nell'infinito del senso, mentre fa precipitare il senso stesso nel nonsenso. Un godimento di cui Teresa è la migliore esploratrice, e che la esilia da se stessa per illuminare l'infinito: perpetuo trasporto verso l'Altro, verso l'Impossibile, verso l'Innominabile. Che non cessa tuttavia di spingerla a parlare, a scrivere, corpo e anima, fuori di sé. Avrete riconosciuto nelle estasi teresiane le logiche di quella strana esperienza chiamata scrittura.
Per una decina di anni ho letto i libri di Teresa, ho vissuto con la carmelitana di un'altra epoca, l'ho amata e discussa, persino contestata. L'ho accostata alla mia vita, a quella del nostro tempo. Fino all'ultima parte del mio libro che la accompagna in quella che immagino sia stata la sua agonia - e che sarà presto messa in scena al teatro Odéon di Parigi.
La conoscete, la mia Teresa?
Teresa d'Ávila (1515-1582) ha vissuto e descritto un'esperienza straordinaria, definita mistica, in un momento in cui il potere e la gloria spagnoli - quelli dei conquistadores e del Siglo de Oro - cominciavano a declinare. Per di più, a quell'epoca Erasmo e Lutero turbavano le fedi tradizionali, nuovi cattolici come gli Alumbrados attiravano donne ed ebrei, l'Inquisizione metteva all'Indice i libri in castigliano, mentre si moltiplicavano i processi per attestare la «limpieza de sangre». Figlia di una «christiana vieja» e di un «converso», durante l'infanzia Teresa è testimone di un processo intentato per l'appunto alla sua famiglia paterna, costretta a provare che è veramente cristiana e non ebrea; il «caso» della stessa Teresa, monaca che pratica l'orazione, ovvero la preghiera mentale di fusione amorosa con Dio che la porterà alle sue estasi, sarà sottoposto all'Inquisizione. La Controriforma scoprirà in seguito l'eccezionale complessità della sua esperienza, come pure la sua utilità per una Chiesa che tenta di sposare l'ascetismo rivendicato dai protestanti con l'intensità del sovrannaturale propizio alla fede dei popoli. Teresa de Ahumada y Cepeda sarà beatificata nel 1614 (trentadue anni dopo la sua morte), canonizzata nel 1622 («santa» quarant'anni dopo la sua morte) e, nel 1970, sulla scia del Concilio Vaticano II, diverrà la prima donna dottore della Chiesa, insieme a Caterina da Siena.

A. Su un piano antropologico, vi propongo di pensare che la fede cristiana si basa su tre pilastri: 1. esiste un Padre ideale, la Fede è un amore per e di quel padre; 2. tale idealizzazione si risessualizza: il Padre è al tempo stesso un figlio - e - un padre picchiato; amandolo, mi associo a Lui per godere con lui della sua uccisione; 3. tuttavia partecipo anche della sua gloria e per mezzo delle due virtù dell'oralità, quali sono l'eucarestia e la parola, la mia fede fa di me il teatro di un'autentica partenogenesi, di un'auto-generazione dell'Io nell'Altro, che mi apre le porte del Tempo e della sublimazione. Questa dinamica intrapsichica è esaltata dalla mistica, costituisce il suo dispositivo sottile e incredibilmente efficace. Ma la mistica si trova in una sorta di «esclusione interna» rispetto ai dogmi della Chiesa: ne rivela verità profonde, restandone al margine, agli estremi.
Capite bene come nello spazio culturale così costituito non sarà la «differenza sessuale» (problema moderno) che s'impone. Il femminile e il materno sono riassorbiti nella riconquista permanente di una singolarità esigente del soggetto della sublimazione. L'accento posto da Duns Scoto (1270-1308) sull'ecceitas avrebbe formulato tale riversamento della fede cristiana nella verità, intesa come singolare incommensurabile. Le esperienze privilegiate di questo compimento saranno necessariamente la scrittura (come chiarimento dell'esperienza) e la fondazione (atto politico che innova lo spazio istituzionale e la temporalità comunitaria). Teresa intraprende la riforma del Carmelo scalzo poco tempo dopo aver iniziato la stesura del Libro della vita (1560), e continua a scrivere mentre fonda diciassette monasteri in venti anni. Così facendo, si mostra nel contempo come «il più virile dei monaci» - «Non sono una donna, ho il cuore duro», scrive -, e al tempo stesso si manifesta come convinta sostenitrice della specificità femminile - affermando ad esempio che le donne sono più adatte degli uomini a praticare l'esperienza spirituale dell'orazione, o battendosi contro la gerarchia della Chiesa e della monarchia per favorire il monachesimo femminile.
Per introdurvi all'argomento, mi soffermerò su alcuni aspetti delle sue visioni e della sua scrittura.
Unica donna di sette figli (prima della nascita di due altri «fratellini», una bambina e un maschietto), Teresa perde la madre all'età di tredici anni. Ne ha ventuno quando decide di farsi carmelitana e prende l'abito nel convento dell'Incarnazione, il 2 novembre 1536; il suo corpo è un campo di battaglia tra i «desideri colpevolizzati» cui accenna appena nel libro della sua Vita, precisando come i suoi confessori le vietino di parlarne oltre, e l'«esaltazione idealizzante» testimoniata dal suo intenso culto di Maria (madre vergine) e Giuseppe (padre simbolico). Con stupefacente lucidità, nella sua biografia confida come quei tormenti la portarono a convulsioni e perdite di coscienza seguite, in alcuni casi, da coma durati fino a quattro giorni: l'epilettogo francese, il dott. Pierre Vercelletto, dopo lo spagnolo E. Garcia-Albea, diagnostica un'«epilessia temporale».
Le crisi sono accompagnate da «visioni» che la monaca descrive come quel che i neurologi chiamano «aure»: non una «vista» attraverso gli «occhi del corpo», ma quelle che considero come «fantasie incarnate», percezioni attraverso tutti i sensi della presenza avvolgente, rassicurante, amorosa dello Sposo. Dio, come un Padre ideale, che la perseguita a causa delle «sue tentazioni», «trasgressioni all'onore» e «dissimulazioni», facendola soffrire fin dentro le ossa, si trasforma in padre amante: Dio non la giudica più, o sempre meno, perché Egli la ama. Si tratterà dello stesso Uomo di dolore che la monaca ha visto raffigurato in una statua di Cristo nel cortile del convento: uomo martirizzato, con le cui sofferenze è estasiata di identificarsi.
Estasiata è la parola giusta: Teresa è finalmente unita con il «Cristo come uomo» (Cristo como hombre), se ne appropria - «certa che il Signore era dentro di me» (dentro de mì): «Non potevo allora dubitare affatto che era in me o che io ero a mia volta completamente sprofondata in lui» (yo toda engolfada en el) (Vita, 10:1).
Così, l'esaltazione di tutti i sensi precipita spesso in un totale annullamento: l'anima è priva di qualunque capacità di «lavoro», non resta altro che un «abbandono», una squisita passivizzazione nella beatitudine: «Non si sente niente, non si fa che godere senza sapere di cosa si gode» (18:1); «priva anche di sentimento» (18:4), «una sorta di delirio» (18:13). Positivo e negativo, godimento e dolore estremo, le due cose sempre insieme, o alternate. Un ribollire che spezza il corpo e lo esilia in una sincope in cui la psiche è a sua volta annientata, «fuori di sé», prima che l'anima sia in grado di attivare la narrazione di quello stato di «perdita». Il racconto che ne segue è dapprima confidato da Teresa ai suoi confessori sconvolti e/o sedotti, prima che si metta a scriverla e che quei padri, domenicani e gesuiti, la autorizzino a farlo. Il culmine di quelle visioni, cui partecipano tutti i sensi confusi, si trova nella descrizione della sua Trasfissione, restituita in marmo da Bernini (1646).
Le estasi di Teresa sono d'un tratto e senza distinzione parole, immagini e sensazioni fisiche, spirito e carne, o forse proprio carne e spirito: «il corpo non tralascia di partecipare al gioco, e anche molto». Oggetto e soggetto, perduta e ritrovata, dentro e fuori e viceversa, Teresa è un fluido, un flusso costante. L'acqua sarà difatti il suo elemento - «Sono attratta in modo particolare da questo elemento, pertanto l'ho osservato con un'attenzione speciale» (DIV : 2,2) - e la metafora acquatica il suo modo di pensare.
B. Più che in quei rapimenti, l'enigma di Teresa sta nel racconto che lei ne fa: forse che le sue estasi esistono al di fuori di quei racconti? Teresa ne è pienamente consapevole: «Potrà sembrarvi fuor di luogo che io mi serva di tale immagine (hacer esta fiction) per farvi intendere quel che dico», scrive la carmelitana nel Cammino di perfezione (28:10).
Teresa comincia la sua «ricerca» con una «sospensione delle forze» (come vengono chiamate all'epoca intelletto, memoria e volontà), per raggiungere un vero e proprio stato di regressione in cui l'individuo pensante perde i contorni della sua identità e, al di sotto della soglia della coscienza, diventa uno «psiche-soma» . Questo stato, per la psicoanalisi, rinvia agli stati arcaici di osmosi tra il lattante, o addirittura l'embrione, e sua madre.
Lo stile teresiano è intrinsecamente radicato nelle immagini, deputate a trasmettere quelle visioni che non sono percepite dalla vista (o almeno non soltanto dalla vista), ma risiedono nel corpo-e-spirito intero, nello psiche-soma. Simili «visioni» da principio non possono interessare essenzialmente che il tatto, il gusto e l'udito, prima di raggiungere lo sguardo.
Si tratta di una folgorazione intima, personale, o del ritorno al tema evangelico del battesimo? Teresa distingue quattro gradi di orazione, descrivendoli come «quattro acque» che innaffiano il giardino dell'orante (Cit. Vita 11:7): il pozzo, la noria e i tubi, il fiume, la pioggia.

Dalla lettura dei suoi testi, si evince che per la monaca l'acqua indica il legame dell'anima con il divino: legame amoroso che mette in contatto la terra secca del giardino teresiano con Gesù. Figura del contatto reciproco fra Dio e la creatura, l'acqua detronizza Dio dal suo statuto sovrasensibile e lo fa discendere, se non al ruolo di giardiniere, almeno a quello di elemento cosmico che assaporo e che mi nutre, che mi tocca e che io tocco. L'acqua s'impone come finzione assoluta, inevitabile, del contatto amoroso, nella quale io sono toccato/a dal tocco altrui che mi tocca e che io tocco. L'acqua: finzione del travaso fra l'essere altro e l'innominabile intimo, tra l'ambiente esterno e l'organo interiore.
Era Baudelaire che rifiutava «il cervello del poeta», «che si paragona a un albero», e che affermava di «diventare una realtà» (Paradisi artificiali): non essere come l'altro, ma essere l'altro. «L'acqua non è come l'amore divino, l'acqua è l'amore divino e viceversa. E io ne faccio parte, noi ne facciamo parte: io, voi, Dio Stesso»: è questo il senso dell'immagine teresiana dell'acqua, che ci sposta oltre il terreno dello stile, per metterci a confronto con il tocco dello psiche-soma che la scrittrice tenta di trasmettere. Più che una metafora, l'acqua, in Teresa come in Baudelaire, è una metamorfosi: testimonia l'impatto sensoriale del divino su Teresa, quanto la sua dissoluzione: una critica - inconscia, implicita, ironica - di quel medesimo impatto divino? Fino alla dissoluzione del Padre Ideale, dell'Altro nell'orante, nella scrittrice?
Se l'acqua è l'emblema del rapporto fra Teresa e l'Ideale, capiamo perché il suo Castello interiore non è una fortezza, ma un insieme di «dimore»: moradas dalle pareti permeabili. Vale a dire che la trascendenza secondo Teresa si rivela immanente: il Signore non è al di fuori ma dentro di lei! Quanto basta per attirarsi i problemi che possiamo immaginare con l'Inquisizione, i confessori e gli editori, che attenueranno questa pretesa.
Tuttavia quella pretesa non è priva di conseguenze.
La prima è forse un'ironia che sfiora addirittura l'ateismo. In un foglio non pubblicato del Cammino di perfezione, Teresa consiglia alle sorelle di giocare a scacchi nei monasteri, nonostante il divieto del regolamento, per... «fare scacco matto al Signore». Un'impertinenza che fa eco alla celebre formula di Meister Eckart: «Chiedo a Dio di lasciarmi libero da Dio».
La seconda è formulata da Leibniz, il quale, in una lettera a Morell del 10 dicembre 1696, scrive: «E per quanto riguarda santa Teresa, avete ragione ad apprezzare le sue opere; ci ho trovato dentro questo bel pensiero: che l'anima deve concepire le cose come se al mondo ci fossero solo lei e Dio. È una riflessione considerevole anche in filosofia, che ho impiegato utilmente in una delle mie ipotesi». Teresa ispiratrice delle monadi leibniziane che già contengono l'infinito? Teresa anticipatrice del calcolo infinitesimale?
Scrivere, questo atto di linguaggio amoroso, al crocevia tra senso e sensibile, a discapito della modestia, è ancora oggi - e sarà sempre? - un'esperienza che non ignora questi rapimenti, queste estasi. A tali estremi, Teresa è nostra contemporanea. Non ha inventato la psicoanalisi né la scrittura moderna, ma cinque secoli prima di noi ha illustrato quella strana esperienza che è il pensiero ai confini del senso e del sensibile, corpo e anima insieme: i segreti della scrittura.
Dopo aver preso parte a un dibattito sulle donne velate, che l'ha resa molto pessimista quanto alla libertà delle donne nei tempi avvenire, Sylvia Leclerc, la psicoterapeuta che è la mia alter ego, rivolge a Teresa una lettera d'amore che vorrei leggervi a conclusione del mio intervento:

Vi saluto, Teresa, donna senza frontiere, fisica erotica isterica epilettica, che si fa verbo che si fa carne, che si disfa in sé fuori di sé, fiotti di immagini senza quadri, tumulti di parole, cascate di fiori, mille lingue senza lingua, buio e luce, troppo corpo e senza corpo, fuori dalla materia, utero vuoto attonito palpitante per l'Amato sempre presente senza mai essere lì, ma vi è essere e essere, Egli è in lei, lei è in Lui, sentito presentito inghiottito, sensazione senza percezione, dardo o cristallo, trafitta o trasparente, questo è il dilemma, transverberazione e ancora inondazione, ...la donna trova più facilmente le parole per dire tutto questo, cioè cosa, ma lei, insomma, lei fuori di sé, evidentemente, colta da terrore e da delizia, la farfallina si spegne con indelebile gioia perché Gesù è diventato farfalla, cioè Teresa, Gesù farfalla, Gesù donna, ...davvero mi domando se sono io, Teresa, che parlo, il cammino è sofferenza, il Nulla di tutto, questo tutto che è niente, fate quel che è in voi, ma con allegria, siate felici figlie mie, da vent'anni vomito tutte le mattine, adesso è sera ma mi viene più difficile, sono costretta a provocarlo con l'aiuto di una piuma o di altro, come un neonato o se preferite una neonata attaccata al seno dell'Altro, matrimonio mistico o matrimonio spirituale, il piccolo Giovanni della Croce vi vede una differenza, io a fatica, è il dritto e il rovescio, direi, Cantico dei cantici, come sempre e ancora, lei canta male ma scrive bene e non smette di fondare i suoi conventi, le sue figlie, la sua Chiesa, la sua gestazione, il suo gioco, il gioco degli scacchi, è permesso giocare, sì, sì, anche nei monasteri, soprattutto nei monasteri, Dio ci preferisce giocose, figlie mie credetemi, Gesù amava le donne, perché questo spavento nei nostri confronti da parte dei dottori, sì, scacco matto anche a Dio, sì, sì, Teresa o Molly Bloom, alla fine non sento più niente, colo nell'acqua del giardino, si defluisce, non si fa che godere, gli animi che amano vedono fino agli atomi, ma sì, per un'anima come la mia tutto è sì, essa vede fino agli atomi infiniti che sono atomi d'amore, i filosofi neppure lo sospettano, diventano letterati, temono le vostre sensazioni, i migliori diventano matematici, domano l'infinito, eppure è così semplice, ma sì, metafore trasmutate in metamorfosi, a meno che non avvenga il contrario, ma sì, Teresa, sì, sorella mia, invisibile, estatica, eccentrica, fuori di te in te, fuori di me in me, sì, Teresa, amore mio, sì.

La passion selon Thérèse d'Avila

Vorrèi innanzitùtto ringraziàre il Festival delle Letteratùre di Massènzio, l'editòre Donzèlli e tutti voi per questo invìto e per l'attenziòne che vorrète prestàre a Teresa d'Ávila.
Mi pare di sentìre la vòstra domànda, persìno il vòstro stupòre: perché parlàre dell'èstasi di una sànta? E che tipo di amòre pòrta Kristeva vèrso quèlla dònna?
Je ne saurais vous résumer un livre de plus de 700 pages, dans lequel une femme qui me représente : Sylvia Leclerc, psychanalyste, psychothérapeute et critique littéraire, rencontre l'œuvre de cette mystique espagnole à un moment critique de sa propre vie, et s'attache à son expérience si profondément qu'elle décide d'écrire un « roman total » sur la sainte. Qu'est-ce qu'un « roman total » . Sylvia Leclercq, alias Julia Kristeva raconte la vie de la sainte, en citant longuement les écrits de cette femme extraordinaire - car Thérèse était un écrivain considérable et prolifique. Tout en y mêlant ses propres passions de femme du XXIe siècle, et sa culture de psychanalyste freudienne et postfreudienne.
Pourquoi cette rencontre étrange entre une sainte et une psy ? Je ne vous dirai pas tout. Je vous rappellerai seulement qu'il est impossible de vivre aujourd'hui sans s'apercevoir que les heurts des religions ne sont pas étrangers aux crises economiques qui aggravent notre quotidien et menacent la paix du monde. Je vous avouerai aussi que je suis de ces (rares ?) écrivains et intellectuels européens qui sont persuadés qu'il existe une culture européenne dont nous ne sommes pas assez fiers. Et que c'est à partir d'une meilleure appropriation critique de ses cultures plurielles que notre Europe pourra jouer un rôle décisif dans les divers conflits qui s'amoncellent à l'horizon du temps. Il ne s'agit ni plus ni moins que de « transvaluer »( le mot est de Nietzsche) les valeurs juives, chrétiennes, mais aussi musulmanes et celles de la sécularisation.
Oui, le fil de la tradition a été coupé, préviennent Tocqueville et Hannah Arendt, et vous avez devant vous une femme qui se considère athée : mon héroïne ne finit-elle pas son récit sur Thérèse en adressant une lettre à Denis Diderot qui, en son temps, fustigeait les abus de la religion, notamment dans son célèbre roman inachevé « La Religieuse ». Mais Diderot, ex-chanoine et écrivain-philosophe des Lumières, pleurait en étant incapable de finir son histoire, car, délivrée des abus de la vie monastique, sa religieuse est jetée dans une vie privée de sens. J'ai la prétention de croire que la psychanalyse freudienne, qui interroge les mythes et l'histoire des religions, en même temps qu'elle ouvre les portes de la vie intérieur des êtres modernes, est la voie royale pour transvaluer, justement, cette tradition qui nous précède et avec laquelle nous avons coupé le fil. Nous, les non croyants. Mais aussi nous, les croyants bien souvent réduits à des « éléments de religions » (comme on dit des « éléments de langage ») et oubliant la complexité de l'expérience. La transvaluation que la psychanalyse recherche n'est guère abstraite, extérieure, savante, académique, non. Elle engage la mémoire affective singulière, le besoin de croire et le désir de savoir, autant dire l'intimité de chacun, de chacune. Et tandis que la psychanalyse invite ceux qui lui font confiance à raconter leur mémoire retrouvée dans le secret du cabinet psychanalytique, - littérature, et en particulier le roman pratiquent cette culture du temps retrouvée sur la place publique. Comme ce soir.
C'est donc avec beaucoup de plaisir que j'ai accepté la proposition qui m'a été faite d'écrire « un petit livre psy » sur Thérèse d'Avila. Dont je ne connaissais que la statue de Bernini dans l'église romaine Santa Maria de la Vittoria, et le séminaire de Lacan sur la « jouissance féminine », au titre suggestif : Encore. Insatiable serait donc cette jouisance féminine : encore et encore ? Pourquoi ? Parce qu'elle ne se limite pas aux organes sexuels, mais embrase tous les sens et transporte le corps dans l'infini du sens, en même temps qu'elle fait basculer le sens lui-même dans le non-sens. Une jouissance dont Thérèse serait la meilleure exploratrice et qui l'exile d'elle-même, pour embraser l'infini : perpétuel transport vers l'Autre, vers l'Impossible, vers l'Innommable. Qui ne cesse cependant de l'appeler à dire, à écrire, corps et âme, hors d'elle. On aura reconnu dans ces extases thérésiennes les logiques de cette expérience étrange qu'on appelle une écriture.
Pendant une dizaine d'année, j'ai lu les livres de Thérèse, j'ai vécu avec cette carmélite d'un autre temps, je l'ai aimée et je l'ai discutée, disputée même. Je l'ai associé à ma vie, à celle de notre temps. Jusqu'à la dernière partie de mon texte qui l'accompagne dans ce que j'imagine être son agonie- et qui va être mise en scène prochainement au Théâtre Odéon.
Vous ne connaissez pas ma Thérèse ?

Thérèse d'Avila (1515-1582) a mené et écrit une expérience extravagante, qu'on appelle mystique, à un moment où le pouvoir et la gloire espagnols ceux des Conquistadors et du Siècle d'Or , commençaient à décliner. Plus encore, Erasme et Luther troublaient les croyances traditionnelles, de nouveaux catholiques comme les Allumbrados attiraient juifs et femmes, l'Inquisition mettait à l'Index les livres en langue castillane, et les procès pour attester de la « limpieza de sangre » se multipliaient. Fille d'une « christiana vieja » et d'un « converso », Thérèse est témoin, dans son enfance, du procès intenté précisément à sa famille paternelle acculée à prouver qu'elle est vraiment chrétienne et non pas juive ; le « cas » de Thérèse elle-même, comme moniale pratiquant l'oraison, c'est-à-dire la prière mentale de fusion amoureuse avec Dieu qui la conduiront à ses extases, sera soumis à l'Inquisition. Avant que la Contre-Réforme ne découvre l'extraordinaire complexité de son expérience, ainsi que son utilité pour une Eglise qui cherche à marier ascétisme (revendiqué par les protestants) et intensité du surnaturel (propice à la foi populaire). Theresa de Ahumada y Cedpeda sera béatifiée en 1614 (trente-deux ans après sa mort), canonisée en 1622 (« sainte » quarante ans après sa mort), et deviendra, en 1970, dans le prolongement du Concile de Vatican II, la première femme Docteur de l'Eglise, avec Catherine de Sienne.

A. Sur un plan anthropologique, je vous propose de penser que la foi chrétienne s'appuie sur trois piliers : 1. Il existe un Père idéal, la Foi est un amour pour et de ce père ; 2. Cette idéalisation se reséxualise : le Père est à la fois un fils -et -un père battu et, en l'aimant, je m'associe à Lui pour jouir avec lui de sa mise à mort ; 3. Mais je participe aussi à Sa gloire et par les deux vertus de l'oralité, que sont l'eucharistie et parole, ma foi fait de moi le théâtre d'une véritable parthénogénèse, d'un auto-engendrement du Moi dans l'Autre qui m'ouvre le Temps et la sublimation. Cette dynamique intrapsychique est mise en valeur par la mystique, elle constitue son dispositif subtil et d'une redoutable efficacité. Mais la mystique est en « exclusion interne » aux dogmes de l'Eglise : elle en révèle des vérités profondes, car se tient à la marge, dans l'excès.
Dans l'espace culturel ainsi constitué, vous comprenez que ce ne sera pas la « différence sexuelle » (problème moderne) qui s'impose. Le féminin et le maternel sont résorbés dans la reconquête permanente d'une singularité exigeante du sujet de la sublimation. L'accent mis par Duns Scoto (1270-1308) sur l'ecceitas devait formuler cet aboutissement de la foi chrétienne dans la vérité, comprise comme singulier incommensurable. Les expériences privilégiées de cet accomplissement seront nécessairement l'écriture (comme élucidation de l'expérience) et la fondation (acte politique qui innove l'espace institutionnel et la temporalité communautaire). Thérèse entreprend la réforme du Carmel chaussé en Carmel déchaussé quelque temps après avoir commencé l'écriture du Livre de sa Vie (1560), et continue à écrire tout en fondant dix-sept monastères en vingt ans. Ce faisant, elle se montre à la fois comme « le plus virile des moines » « Je ne suis pas une femme, j'ai le cœur dur », écrit-elle , et comme un défenseur convaincu de la spécificité féminine - en affirmant par exemple que les femmes sont plus aptes que les hommes à pratiquer l'expérience spirituelle de l'oraison, ou en se battant contre la hiérarchie de l'Eglise et de la royauté pour favoriser le monachisme féminin.
Pour vous y introduire, je m'arrêterai sur quelques aspects de ses visions et de son écriture.
Seule fille dans une fratrie de sept garçons (avant la naissance des deux « petits », une fille et un garçon), Thérèse perd sa mère à l'âge de treize ans. Lorsqu'elle décide de se faire carmélite et prend l'habit au couvent de l'Incarnation, le 2 novembre 1536, elle a vingt et un ans ; son corps est un champ de bataille entre les désirs culpabilisés qu'elle ne fait que suggérer dans le livre de sa Vie, précisant que ses confesseurs lui interdisent de les développer, et l'exaltation idéalisante dont témoigne le culte intense qu'elle voue à Marie (mère vierge) et à Joseph (père symbolique). D'une étonnante lucidité, elle confie dans sa biographie la manière dont ces tourments l'ont conduite aux convulsions et aux pertes de consciences suivies, dans certains cas, de comas qui durent jusqu'à quatre jours : l'épileptologue français, le Dr Pierre Vercelletto, après l'Espagnol E. Garcia-Albea, diagnostique une « épilepsie temporale ».
Ces crises sont accompagnées de « visions » que la moniale décrit comme ce que les neurologues appellent des « auras » : non pas des « vues » par les « yeux du corps », mais ce que je considère comme des « fantasmes incarnés » : perceptions par tous les sens de la présence enveloppante, rassurante, aimante de l'Epoux. Dieu, tel un Père idéal, qui la persécute à cause de « ses tentations », « manquements à l'honneur » et « dissimulations », en la faisant souffrir jusque dans ses os, se transforme pour finir en père aimant : Dieu ne la juge plus, ou de moins en moins, parce qu'Il l'aime. Il s'agira de l'Homme de douleur lui-même, tel que la moniale l'a vu présenté sous la forme d'une statue du Christ dans la cour du couvent : homme martyrisé avec les souffrances duquel elle est ravie de s'identifier.
Ravie est bien le mot : Thérèse est enfin unie avec « le Christ comme homme : Cristo como hombre, elle se l'approprie « certaine que le Seigneur était au-dedans de moi » (dentro de mi). « Je ne pouvais alors aucunement douter qu'il soit en moi ou que je sois moi-même tout abîmée en lui » (yo todo engolfada en el) (Vie 10 :1).
Ainsi, l'exaltation de tous les sens bascule souvent dans une parfaite annulation : l'âme est dépourvue de capacité de « travail », ne subsiste qu'un « abandon », une exquise passivation dans la béatitude : « On ne sent rien, on ne fait que jouir sans savoir ce dont on jouit » (18 :1) ; « privée même de sentiment » (18 :4), « une sorte de délire » (18 :13). Positif et négatif, jouissance et douleur extrême, toujours les deux ensemble, ou en alternance. Ce brouet broie le corps et l'exile dans une syncope où le psychisme est à son tour anéanti, « hors de soi », avant que l'âme ne soit capable de déclencher la narration de cet état de « perte ». Le récit qui s'ensuit est d'abord confié par Thérèse à ses confesseurs affolés et/ou séduits, avant qu'elle ne se mette à l'écrire et que ces pères, dominicains et jésuites, ne l'autorisent à le faire. L'acmé de ces « visions » auxquelles participent tous les sens confondus se trouve dans la description de sa la Transfixion, restituée en marbre par le Bernin (1646).
Les extases de Thérèse sont d'emblée et sans distinction paroles, images et sensations physiques, esprit et chair, à moins que ce ne soit chair et esprit : « le corps n'est pas sans participer au jeu, et même beaucoup ». Objet et sujet, perdue et retrouvée, dedans et dehors et vice versa, Thérèse est un fluide, un ruissellement constant, l'eau sera son élément : « J'ai un attrait particulier pour cet élément : aussi l'ai-je observé avec une attention spéciale » (DIV : 2,2), et la coulante métaphore sa manière de penser.
B. L'énigme de Thérèse est moins dans ces ravissements, que dans le récit qu'elle en fait : les ravissements existent-ils ailleurs que dans ces récits ? Elle en est tout à fait consciente : « ... fabriquer cette fiction (hacer esta fiction) pour donner à comprendre », écrit la carmélite dans Le Chemin de perfection, 28 :10.
- Thérèse entame sa « recherche » par une « suspension des puissances » (c'est ainsi qu'on appelle à l'époque l'entendement, la mémoire et la volonté) pour atteindre ce qu'il faut bien appeler un état de régression où l'individu pensant perd ses contours identitaires et, en dessous du seuil de la conscience, devient un « psyché-soma ». Cet état renvoie, pour la psychanalyse, aux états archaïques de l'osmose entre le nourrisson voire l'embryon et sa mère.

Le style thérésien est intrinsèquement ancré dans les images, elles-mêmes destinées à transmettre ces visions qui ne relèvent pas de la vue (ou du moins pas seulement de la vue), mais habitent le corps-et-l'esprit tout entier, le psyché-soma. De telles « visions » ne peuvent que se donner d'abord et essentiellement au toucher, au goût, à l'ouïe, avant de transiter par le regard.
Serait-ce une fulgurance intime ou la résurgence du thème évangélique du baptême ? Elle distingue quatre étapes de l'oraison qu'elle décrit comme « quatre eaux » qui arrosent le jardin de l'orant (Cit. Vie 11 : 7) : le puits, la noria et les godets, la rivière, la pluie.

A suivre ses textes, je saisis que l'eau signifie pour la moniale le lien de l'âme au divin : lien amoureux qui met en contact la terre sèche du jardin thérésien avec Jésus. Figure du contact mutuel de Dieu de la créature, l'eau détrône Dieu de son statut suprasensible et le fait descendre, sinon au rôle de jardinier, du moins à celui d'élément cosmique que je goûte et qui me nourrit, qui me touche et que je touche. L'eau s'impose comme la fiction absolue, inévitable, du toucher amoureux, par laquelle je suis touché/e par le touché d'autrui qui me touche et que je touche. L'eau : fiction du transvasement entre l'être autre et l'innommable intimité, entre le Ciel et le vagin, le milieux extérieur et l'organe intérieur.
Baudelaire qui refusait « le cerveau du poète » « se comparant à un arbre », et affirmait « devenir une réalité » (Paradis artificiels) : ne pas être comme l'autre, mais être l'autre. « L'eau n'est pas comme l'amour divin, l'eau est l'amour divin et vice versa. Et j'en suis, nous en sommes : moi, vous, Dieu lui-même», tel est le sens de l'image thérésienne de l'eau, qui nous déplace de la stylistique pour nous confronter au toucher du psyché-soma que l'écrivaine tente de transmettre. Plus qu'une métaphore, l'eau, chez Thérèse comme chez Baudelaire est une métamorphose : témoin de l'impact sensoriel du divin sur Thérèse, autant que de sa dissolution : une critique - inconsciente, implicite, ironique - de cet impact du divin lui-même ? Jusqu'à la dissolution du Père Idéal, de l'Autre dans l'orante, dans l'écrivaine?
Si l'eau est l'emblème du rapport entre Thérèse et l'Idéal, on comprend que son Château intérieur n'est pas une forteresse, mais un puzzle de « demeures » : moradas ( c'est le titre original de son livre, et certainement pas un « château » !) - « demeures » aux cloisons perméables. C'est dire que la transcendance selon Thérèse se révèle immanente : le Seigneur n'est pas au-delà mais en elle ! De quoi lui valoir les ennuis qu'on imagine avec l'Inquisition, les confesseurs et les éditeurs, qui atténueront cette prétention.
Mais elle n'est pas sans conséquence.
La première serait-elle une ironie qui frise l'athéisme ? Dans un feuillet non retenu du Chemin de perfection, Thérèse conseille à ses sœurs de jouer aux échecs dans les monastères, même si ce n'est pas permis par le règlement, pour... « faire échec et mat au Seigneur ». Une impertinence qui résonne avec la célèbre formule de Maître Eckart : « Je demande à Dieu de me laisser libre de Dieu ».
La seconde est formulée par Leibnitz. Il écrit dans une lettre à Morell du 10 décembre 1696 : « Et quant à sainte Thérèse, vous avez raison d'en estimer les ouvrages ; j'y trouvai cette belle pensée que l'âme doit concevoir les choses comme s'il n'y avait que Dieu et elle au monde. Ce qui donne même une réflexion considérable en philosophie, que j'ai employée utilement dans une de mes hypothèses ». Thérèse inspiratrice des monades leibniziennes toujours déjà contenant l'infini ? Thérèse précurseur du calcul infinitésimal ?
Ecrire, cet acte de langage amoureux, au carrefour du sens et du sensible, et quelle qu'en soit la modestie, est aujourd'hui encore - sera toujours ? - une expérience qui n'ignore pas ces ravissements, ses extases. A ces extrêmes, Thérèse est notre contemporaine. Elle n'a pas inventé la psychanalyse ni l'écriture moderne, mais cinq siècles avant nous elle a élucidé cette étrange expérience qu'est la pensée aux frontières du sens et du sensible, corps et âme ensemble : les secrets de l'écriture.
Après avoir assisté à un débat sur les femmes voilées, qui l'a rendue très pessimiste quant à la liberté des femmes dans les temps qui viennent, Sylvia Leclerc, la psychothérapeute qui me ressemble, adresse à Thérèse une lettre d'amour que je voudrais vous lire pour finir:

Je vous salue, Thérèse, femme sans frontières, corps physique érotique hystérique épileptique, qui se fait verbe qui se fait chair, qui se défait en soi hors de soi, flots d'images sans tableaux, tumultes de paroles cascades d'éclosions, mille langues sans langue, nuit et lumière, trop de corps et sans corps, hors matière, matrice vide béante palpitante pour l'Aimé toujours présent sans jamais être là, mais il y a être et être, Il est en elle, elle en Lui, senti pressenti plus senti du tout, sensation sans perception, dard ou cristal, transpercée ou transparente, telle est la question, transverbération plutôt et encore inondation, la femme trouve plus facilement les langues pour dire ça, ça quoi, mais elle, voyons, elle hors d'elle, évidemment, saisie d'effroi et de délices, le petit papillon expire avec une indélébile joie car Jésus est devenu lui c'est-à-dire elle, Jésus papillon, Jésus femme, vraiment je me demande si c'est moi, Thérèse, qui parle, le chemin c'est la souffrance, le Néant de tout, ce tout qui n'est rien, faites ce qui est en vous, mais en allégresse, soyez gaies mes filles, depuis vingt ans j'ai des vomissements tous les matins, maintenant c'est le soir et ça vient plus difficilement, je suis obligée de les provoquer à l'aide d'une plume ou autre chose, tel un bébé ou si vous préférez une bébée à la mamelle de l'Autre, mariage mystique ou bien mariage spirituel, ce petit Jean de la Croix y voit une différence, moi à peine, c'est l'envers et l'endroit, plutôt, Cantique des cantiques, comme toujours et encore, elle chante faux mais écrit juste et ne cesse de fonder ses couvents, ses filles, son Eglise, sa gestation à elle, son jeu, un jeu d'échecs, il est permis de jouer, oui, oui, même dans les monastères, surtout dans les monastères, Dieu nous aime joueuses, mes filles croyez-moi, Jésus aimait les femmes, pourquoi cet effroi à notre égard chez les docteurs, oui, échec et mat à Dieu aussi, oui, oui, Thérèse ou Molly Bloom, enfin je ne sens plus rien, je me coule dans l'eau du jardin, on s'écoule, on ne fait que jouir, les âmes qui aiment voient jusqu'aux atomes, mais oui, pour l'âme tout est oui, elle voit jusqu'aux atomes infinis qui sont des atomes amoureux, les philosophes ne s'en doutent pas, ils deviennent lettrés, ils redoutent vos sensations, les meilleurs se font mathématiciens, ils apprivoisent l'infini, et pourtant c'est aussi simple que ça, mais oui, métaphores transmuées en métamorphoses, à moins que ce ne soit le contraire, mais oui, Thérèse, oui, ma soeur, invisible, ekstatique, excentrique, hors de vous en vous, hors de moi en moi, oui, Thérèse mon amour, oui.

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